Una crisi che ridefinisce gli equilibri del Golfo.
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran – avviato il 28 febbraio 2026 con l’operazione “Epic Fury”/”Roaring Lion” – ha prodotto un impatto diretto e senza precedenti sulle monarchie del Golfo, trasformando un sistema regionale tradizionalmente esposto a dinamiche indirette in un teatro coinvolto operativamente. Le ritorsioni iraniane contro infrastrutture energetiche, basi militari e nodi logistici nei Paesi del Golfo hanno imposto a ciascun attore una ridefinizione della propria postura strategica.
In tale contesto, emerge con chiarezza una distinzione tra due tendenze consolidate: da un lato Oman e Qatar, orientati alla mediazione e alla de-escalation; dall’altro Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, più inclini a un approccio securitario e deterrente. Tale divisione non è contingente, ma affonda le proprie radici in dinamiche strutturali già emerse in precedenti crisi regionali.
Yemen, il precedente che spiega il presente.
La guerra in Yemen, avviata nel 2015, rappresenta il principale precedente utile a comprendere le attuali divergenze. In quel contesto, Oman e Qatar hanno adottato un approccio prudente e flessibile.
Il Sultanato dell’Oman ha rifiutato di partecipare alla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita contro Ansar Allah (Houthi), mantenendo una linea di neutralità attiva. Muscat ha giustificato tale scelta con vincoli costituzionali e con una strategia di politica estera orientata alla mediazione, ospitando colloqui tra le parti e facilitando iniziative umanitarie e diplomatiche. Parallelamente, durante la crisi del Golfo del 2017, l’Oman ha sostenuto il Qatar garantendo continuità nei flussi commerciali e logistici.
Il Qatar, pur aderendo inizialmente alla coalizione yemenita, ha mantenuto una postura pragmatica, preservando relazioni funzionali con l’Iran, anche in ragione della gestione congiunta del giacimento di gas North Dome/South Pars. Dopo il blocco imposto da Arabia Saudita, Emirati e Bahrein nel 2017, Doha ha ulteriormente rafforzato i rapporti con Teheran, consolidando una strategia di “hedging” tra alleanze regionali e dialogo con attori rivali.
Di contro, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno guidato l’intervento militare in Yemen, seppur con priorità differenti. Riyadh ha concentrato l’azione sulla sicurezza del proprio confine meridionale e sull’unità territoriale yemenita; Abu Dhabi ha privilegiato il controllo dei porti strategici e la proiezione di influenza nel sud del Paese. Tali divergenze hanno generato tensioni interne alla coalizione, culminate in frizioni operative tra componenti sostenute dai due Paesi.
Il conflitto del 2026: continuità e trasformazione delle due linee.
La guerra del 2026 ha confermato e al tempo stesso evoluto tali tendenze. Le ritorsioni iraniane contro infrastrutture e basi nel Golfo hanno ridotto i margini per una neutralità assoluta, imponendo scelte più nette.
Oman e Qatar hanno mantenuto una linea orientata al contenimento della crisi. Muscat ha proseguito i tentativi di mediazione tra Stati Uniti e Iran, evitando escalation retoriche e preservando canali di comunicazione con Teheran. L’approccio omanita è stato messo sotto pressione, ma ha mostrato una sostanziale continuità.
Il Qatar, pur colpito da danni rilevanti alle infrastrutture energetiche – in particolare nel complesso di Ras Laffan – ha continuato a privilegiare la dimensione diplomatica. Doha ha sostenuto la necessità di una soluzione negoziale e ha promosso iniziative di de-escalation, confermando un ruolo già consolidato in altri dossier regionali.
Emirati Arabi Uniti: deterrenza e postura assertiva.
Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano l’attore più apertamente orientato verso una linea assertiva. Gli attacchi iraniani contro infrastrutture nel Golfo hanno rafforzato la percezione di una minaccia strutturale, inducendo Abu Dhabi a privilegiare la dimensione della deterrenza.
L’allineamento con Stati Uniti e Israele – già consolidato attraverso gli Accordi di Abramo – si è tradotto in una postura più rigida nei confronti di Teheran. La priorità emiratina è la protezione delle infrastrutture strategiche, delle rotte marittime e dei centri urbani, in un contesto in cui la sicurezza dello Stretto di Hormuz assume un valore centrale.
Gli Emirati interpretano la crisi non solo come confronto geopolitico, ma come minaccia diretta alla sicurezza nazionale, giustificando così un approccio più interventista rispetto ad altri attori del Golfo.
Il nodo saudita: equilibrio tra ambizione e prudenza.
L’Arabia Saudita occupa una posizione intermedia e complessa. Riyadh condivide con Abu Dhabi la percezione dell’Iran come principale minaccia regionale, ma al tempo stesso persegue un obiettivo strategico di stabilità, funzionale alla realizzazione del programma Vision 2030.
Sul piano pubblico, il Regno ha enfatizzato la necessità di de-escalation e ha evitato un coinvolgimento diretto nelle operazioni militari, adottando misure come la limitazione dell’uso dello spazio aereo per attività offensive. Parallelamente, fonti autorevoli indicano contatti con Washington e una possibile disponibilità a sostenere, almeno indirettamente, iniziative volte a indebolire Teheran.
Tale ambivalenza riflette una strategia di “hedging”: Riyadh combina deterrenza selettiva e prudenza operativa, cercando di contenere l’Iran senza compromettere la stabilità economica e la sicurezza energetica.
Hormuz, dove tutto converge.
Lo Stretto di Hormuz costituisce il principale punto di convergenza tra le diverse strategie. Le attività di interdizione marittima, i sequestri di navi commerciali e il blocco navale statunitense hanno reso lo Stretto il fulcro operativo del conflitto.
Per Oman e Qatar, la priorità è evitare la militarizzazione permanente dello Stretto, che comprometterebbe i flussi energetici e commerciali. Per Emirati e Arabia Saudita, lo stesso teatro rappresenta un ambito in cui rafforzare la deterrenza e prevenire ulteriori azioni iraniane.
La crisi di Hormuz dimostra come le due linee non siano alternative assolute, ma risposte diverse a una medesima vulnerabilità: la dipendenza delle economie del Golfo dalla sicurezza marittima.
Oltre l’Iran: un modello che si ripete.
Le stesse dinamiche emergono anche in altri teatri, come il conflitto tra Israele e Hamas. Il Qatar svolge un ruolo centrale di mediazione, ospitando negoziati e facilitando accordi su ostaggi e cessate il fuoco. L’Oman mantiene un profilo più discreto ma coerente con la propria linea diplomatica.
Gli Emirati, al contrario, privilegiano la stabilità attraverso relazioni strutturate con Israele, mentre l’Arabia Saudita mantiene una posizione condizionata, legata alla questione palestinese e alla gestione degli equilibri regionali.
Due strategie, una stessa vulnerabilità.
Il conflitto del 2026 ha reso evidente la coesistenza di due tendenze strutturali all’interno delle monarchie del Golfo. Oman e Qatar operano come attori di mediazione, puntando su diplomazia e riduzione del rischio. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita privilegiano invece una logica di deterrenza e sicurezza, con Riyadh impegnata in un difficile equilibrio tra esigenze strategiche ed economiche.
Tali differenze non compromettono la coesione formale del GCC, ma generano frizioni tattiche su come gestire il rapporto con l’Iran e le conseguenze del conflitto. In ultima analisi, la stabilità del Golfo dipenderà dalla capacità di integrare mediazione e deterrenza in un contesto caratterizzato da crescente volatilità.
Lo Stretto di Hormuz, più di ogni altro elemento, resta il banco di prova di questo equilibrio.

