Il targeting di raffinerie, depositi petroliferi e traffico commerciale nello Stretto di Hormuz segnala una fase del conflitto in cui infrastrutture energetiche e logistiche emergono come obiettivi centrali.
Nella notte tra il 7 e l’8 marzo si è registrata una significativa intensificazione delle operazioni militari contro infrastrutture energetiche in Iran e in diversi Paesi del Golfo. Se da una parte Israele e Stati Uniti hanno condotto una serie di incursioni contro raffinerie e depositi di carburante sul territorio iraniano, dall’altra Teheran ha proseguito la propria campagna di attacchi mediante droni e missili contro installazioni energetiche regionali e contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz.
La dinamica osservata suggerisce l’apertura di una nuova fase del confronto militare caratterizzata da operazioni mirate contro la filiera energetica. In tale contesto, le infrastrutture petrolifere e logistiche appaiono emergere come obiettivi centrali, sia per il loro valore economico sia per il loro ruolo nel sostenere le capacità operative e logistiche degli apparati militari.
Key Takeaways
- Il conflitto si trasforma in una guerra energetica. Gli attacchi israelo-statunitensi contro depositi e raffinerie iraniane, nodi critici della rete di stoccaggio e distribuzione del carburante, indicano un tentativo di degradare la resilienza logistica ed economica della Repubblica Islamica.
- Teheran persegue una strategia di pressione regionale. Gli attacchi iraniani contro infrastrutture energetiche in diversi Paesi del Golfo suggeriscono un approccio volto ad ampliare i costi del conflitto e a coinvolgere indirettamente partner energetici occidentali.
- Lo Stretto di Hormuz emerge – ancora – come principale leva strategica iraniana. Le operazioni contro il traffico commerciale sembrano orientate a generare incertezza e dissuadere la navigazione.
- L’impatto sui mercati energetici potrebbe amplificarsi rapidamente. In caso di ulteriore escalation o di danni più estesi alle infrastrutture regionali, il prezzo del petrolio potrebbe superare i 150 dollari al barile.
Attacchi israelo-statunitensi contro infrastrutture energetiche iraniane
A partire dalla notte tra il 7 e l’8 marzo, assetti aerei israeliani e statunitensi hanno condotto una serie di attacchi contro infrastrutture petrolifere e depositi di carburante in Iran. Le operazioni hanno interessato in particolare l’area metropolitana di Teheran e alcune infrastrutture energetiche situate lungo il Golfo Persico. Nella Capitale iraniana le incursioni hanno interessato diversi siti di stoccaggio e lavorazione del petrolio distribuiti in più quadranti urbani. Tra questi figurano la raffineria petrolifera Shahid Tondgouyan, situata nel settore meridionale dell’area metropolitana nei pressi del quartiere Shahr-e Rey, e diversi depositi di carburante localizzati nelle vicinanze della Torre Azadi e dell’Aeroporto Internazionale di Mehrabad. Altri obiettivi hanno incluso strutture di stoccaggio nel quartiere nord-orientale di Farmaniyeh, il deposito petrolifero di Shahran e alcuni complessi logistici situati nelle aree di Kuhak e Aqdasiyeh – quest’ultima nota anche come “Anbar Naft-e Artesh”, ovvero il deposito petrolifero dell’Esercito iraniano. Un ulteriore magazzino petrolifero sarebbe stato colpito nei pressi di Pakdasht, a sud-est della Capitale.
Le attività cinetiche hanno colpito anche un deposito di petrolio nella città di Karaj, nella provincia di Alborz, e infrastrutture di stoccaggio nei pressi della località di Fardis. Attacchi contro infrastrutture petrolifere sono stati segnalati inoltre nel Golfo Persico. Incendi sono stati osservati presso depositi di carburante sull’isola di Qeshm, nella provincia di Hormozgan, e su quella di Siri, situata a circa 70 chilometri dalla città costiera iraniana di Bandar-e Lengeh, dove diverse infrastrutture energetiche sono impiegate nelle attività di esplorazione e produzione di idrocarburi.
La distribuzione geografica degli obiettivi suggerisce una campagna orientata a colpire nodi logistici chiave della rete di stoccaggio e distribuzione del carburante iraniana. Un simile approccio potrebbe incidere sia sulla resilienza economica del Paese sia sulle capacità operative del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e delle Forze Armate regolari iraniane.
Impatti ambientali e prime ripercussioni sulla distribuzione di carburante
Gli incendi sviluppatisi nei depositi petroliferi colpiti hanno generato dense colonne di fumo nero visibili in diverse aree della Capitale. La Mezzaluna Rossa iraniana ha immediatamente diramato un avviso alla popolazione invitando a limitare l’esposizione all’aria aperta.
Nella mattinata dell’8 marzo, alcune zone di Teheran hanno registrato precipitazioni scure contenenti residui petroliferi e particelle di fuliggine. Le Autorità locali hanno qualificato il fenomeno come potenzialmente dannoso per la salute pubblica, esortando i residenti ad adottare misure precauzionali e raccomandando l’utilizzo di mascherine protettive durante gli spostamenti all’esterno delle abitazioni.
Gli attacchi sembrano inoltre aver prodotto prime conseguenze sul sistema di distribuzione energetica della città. Le Autorità iraniane avrebbero infatti introdotto limitazioni alla vendita di carburante nella Capitale, riducendo la quota giornaliera acquistabile dai cittadini. Queste misure, verosimilmente orientate a preservare le riserve disponibili e a garantire la continuità della distribuzione di carburante, sono risultate in lunghe code presso diverse stazioni di servizio.
Teheran prende di mira le infrastrutture energetiche regionali
Parallelamente agli attacchi subiti sul proprio territorio a partire dal 28 febbraio, l’Iran ha condotto, presumibilmente in coordinamento con alcune milizie proxy – quali la “Resistenza Islamica in Iraq” (IRI) – una serie di operazioni contro infrastrutture energetiche e installazioni strategiche in diversi Paesi del Golfo e della regione.
In Iraq, droni di produzione iraniana hanno colpito infrastrutture petrolifere e un complesso che ospita società straniere a ovest di Bassora. Nel Kurdistan iracheno almeno due droni hanno impattato strutture collegate al giacimento petrolifero di Sarsang, provocando un incendio. L’impianto, che produce circa 30.000 barili al giorno, è gestito dalla compagnia statunitense HKN Energy.
In Bahrain, droni iraniani impiegati verosimilmente in modalità sciame hanno attaccato infrastrutture della raffineria Bahrain Petroleum Company nei pressi di Manama, dove un rogo ha interessato diversi serbatoi di carburante. In seguito agli attacchi la compagnia ha dichiarato lo stato di forza maggiore sulle spedizioni.
Attacchi mediante droni sono stati segnalati anche in Kuwait, dove serbatoi di carburante situati all’interno del Kuwait International Airport sarebbero stati colpiti da velivoli senza pilota.
In Arabia Saudita un incendio si è sviluppato presso un impianto della compagnia Saudi Aramco a Ras Tanura, uno dei principali hub petroliferi del Medio Oriente. Secondo le Autorità saudite, il rogo sarebbe stato provocato dai detriti di due droni intercettati dalla difesa aerea.

In Qatar, due droni verosimilmente del tipo Shahed-136 hanno colpito infrastrutture situate all’interno del complesso energetico di Ras Laffan, principale hub di processamento del gas della compagnia QatarEnergy. Un ulteriore attacco ha interessato una cisterna presso una centrale elettrica situata a Mesaieed. Le Autorità qatariote hanno disposto la sospensione temporanea della produzione di gas naturale liquefatto nell’impianto colpito.
Ulteriori episodi sono stati segnalati presso il porto commerciale di Duqm, in Oman, dove un drone iraniano ha colpito un serbatoio di carburante causando danni limitati, e negli Emirati Arabi Uniti, dove detriti di un drone intercettato hanno provocato un incendio nella zona industriale petrolifera di Fujairah.
Attacchi alla navigazione nello Stretto di Hormuz

Le operazioni iraniane hanno interessato anche il dominio marittimo nello Stretto di Hormuz, corridoio strategico attraverso il quale transita circa il 20% del commercio globale di petrolio e gas naturale liquefatto.
Diversi episodi hanno coinvolto navi commerciali e petroliere in transito nell’area. Tra questi la portacontainer Safeen Prestige, battente bandiera maltese, colpita da due missili che hanno provocato un incendio nella sala macchine. La nave Mussafah 2, intervenuta per prestare assistenza, sarebbe stata a sua volta colpita e successivamente affondata.
Altri attacchi hanno interessato ulteriori unità commerciali tra cui Skylight, MKD Vyom, Stena Imperative, Libra Trader, Gold Oak e Sonangol Namibe.
Le modalità degli attacchi suggeriscono un modello operativo volto soprattutto a generare incertezza e dissuadere la navigazione commerciale attraverso Hormuz. Secondo le prime stime, il traffico commerciale nello Stretto avrebbe registrato una riduzione prossima al 90% nel corso di una settimana.
Impatti sui mercati energetici globali
L’escalation ha prodotto immediate ripercussioni sui mercati petroliferi internazionali. Il Brent ha raggiunto un picco di 119,5 dollari al barile prima di ridiscendere e stabilizzarsi intorno ai 105 dollari.
Preliminari stime indicano la possibilità che, qualora il conflitto dovesse protrarsi o estendersi ulteriormente alle infrastrutture energetiche regionali, il prezzo del greggio potrebbe superare i 150 dollari al barile nelle prossime settimane.
In tale contesto, l’Amministrazione statunitense ha annunciato la disponibilità a fornire fino a 20 miliardi di dollari in strumenti di riassicurazione a favore delle compagnie di navigazione, con l’obiettivo di favorire la ripresa del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz.
Secondo alcune valutazioni, l’Iran disporrebbe di uno stock compreso tra 166 e 170 milioni di barili di greggio stoccati su petroliere, volume che potrebbe garantire a Teheran una capacità di esportazione stimata in circa due mesi anche in caso di ulteriori interruzioni delle rotte marittime regionali.
Vulnerabilità strategiche: il rischio per il sistema idrico saudita
L’attuale fase del conflitto evidenzia anche potenziali vulnerabilità nel settore idrico della Penisola Arabica.
L’Arabia Saudita presenta infatti una marcata dipendenza dagli impianti di desalinizzazione per l’approvvigionamento di acqua potabile. Tra il 50% e il 70% dell’acqua consumata nel Paese deriverebbe da questi processi.
Il sistema nazionale comprende circa 30 impianti di desalinizzazione e oltre 130 strutture di trattamento, con una capacità complessiva stimata in circa 11,5 milioni di metri cubi di acqua al giorno.
Particolare rilevanza strategica rivestono gli impianti situati lungo la costa del Golfo Persico, tra cui i complessi di Ras Al Khair e Jubail, che alimentano la Capitale Riyadh attraverso una rete di condotte lunga centinaia di chilometri. L’impianto di Jubail contribuirebbe a garantire oltre il 90% dell’approvvigionamento idrico della città.
Un eventuale danneggiamento significativo di tali infrastrutture potrebbe provocare criticità nell’approvvigionamento idrico della Capitale saudita nel giro di pochi giorni, con possibili ripercussioni sulla stabilità economica e sociale del Paese.
Valutazioni conclusive
L’attuale escalation indica una progressiva trasformazione del conflitto in una competizione centrata sulle infrastrutture critiche regionali. Il targeting di raffinerie, depositi di carburante e infrastrutture di stoccaggio in Iran da parte di Israele e Stati Uniti suggerisce un tentativo di ridurre la resilienza logistica ed economica della Repubblica Islamica, mirato a incidere sulla sua capacità di sostenere operazioni militari prolungate. La risposta iraniana, che sta interessando infrastrutture energetiche in diversi Paesi del Golfo e introducendo un elemento di instabilità nel traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, appare orientata a internazionalizzare i costi del confronto,
In questo contesto, lo Stretto emerge come una delle principali leve strategiche di Teheran. Più che puntare alla distruzione sistematica delle unità commerciali, le operazioni iraniane sembrano finalizzate a generare incertezza operativa e ad aumentare il rischio percepito dalle compagnie di navigazione e dagli assicuratori. Una simile strategia può produrre effetti significativi anche in assenza di danni estesi, incidendo sui costi di trasporto e sulla stabilità dei mercati energetici globali.
Qualora il confronto dovesse prolungarsi, il rischio principale potrebbe non essere rappresentato soltanto dalla distruzione di infrastrutture petrolifere, ma anche dall’emergere di vulnerabilità in altri settori critici regionali, come gli impianti di desalinizzazione della Penisola Arabica o le principali rotte marittime energetiche. In tale scenario, l’evoluzione del conflitto potrebbe avere implicazioni che trascendono il piano militare, influenzando direttamente la sicurezza energetica globale e la stabilità economica di numerosi Paesi importatori.

