Architettura sociale, legittimazione politica e costruzione del consenso

Beirut Sud, marzo 1985. Cinderella Street, Bir Al-Abed, Dahiyeh. È venerdì. La preghiera è appena finita, la strada si riempie lentamente: donne, bambini, famiglie che fanno ritorno a casa. Poi un boato. Un’autovettura caricata con oltre 100 chili di esogeno esplode a pochi metri dallo sceicco Mohammad Hussein Fadlallah, autorità spirituale sciita e figura chiave nello sviluppo dell’ideologia di Hezbollah.

Fadlallah sopravvive. Si contano però decine di morti. Altre decine di persone rimangono intrappolate sotto le macerie di edifici crollati. Anche la moschea locale è devastata, un adiacente cinema distrutto. Mentre ancora si scava tra i detriti, tra le rovine appare uno striscione: “Made in USA”. Stati Uniti e Israele vengono identificati come mandanti del tentato assassinio.

Al di là delle responsabilità, ciò che conta davvero è quello che succede dopo. Lo Stato libanese non arriva. Arrivano invece giovani uomini che portano coperte e acqua, aiutano i feriti, coordinano i soccorsi, iniziano a ricostruire.

È il giugno 1987. Nella valle della Bekaa settentrionale, è l’acqua a fare il lavoro della guerra. Piogge torrenziali isolano interi villaggi — Ras Baalbek, Fakehe, Jdaide — distruggendo infrastrutture, interrompendo le vie di comunicazione, causando perdite agricole significative. Migliaia di persone rimangono bloccate, senza accesso a servizi essenziali, senza aiuti.

Lo Stato è di nuovo altrove. E di nuovo, è qualcun altro a presentarsi. È un intervento rapido, coordinato. Giovani uomini distribuiscono aiuti e spalano fango.

È ancora il 1987. I villaggi di Kafra e Yater, nel Jabal Amil — cuore storico della comunità musulmana sciita libanese —, sono oggetto di intensi bombardamenti israeliani. Sventrano case e distruggono infrastrutture civili.

Il fumo si dirada e ad arrivare non sono, ancora, i funzionari del Governo di Beirut. Arrivano, ancora, squadre di volontari. Ricostruiscono abitazione dopo abitazione.

Anni più tardi, questi interventi verranno identificati da Naim Qassem — oggi Segretario Generale del “Partito di Dio” — come esempi fondativi di quello che è conosciuto come Jihad Al-Binaa, la struttura incaricata della ricostruzione e dello sviluppo infrastrutturale.

La costruzione di un sistema parallelo

Nel 1987 tutto questo non ha ancora un nome. Non è ancora un’istituzione né, ancora, un sistema, ma una pratica che si ripete. Dopo un’esplosione, a seguito di un’alluvione o di un bombardamento, lo stesso schema: lo Stato è assente e qualcun altro interviene. E nel Libano della guerra civile, l’assenza dello Stato, incapace di esercitare sovranità uniforme sul territorio, non è un’anomalia temporanea, ma una condizione strutturale in intere aree del Paese — in particolare nelle periferie sciite della Dahiyeh, nella Bekaa e nel sud.

A pochi anni dalla sua fondazione, il “Partito di Dio” comprende che quel vuoto è strutturale e, in quanto tale, può essere occupato. Lo Stato può essere sostituito nelle sue funzioni primarie. Quel vuoto diventa un’opportunità. Subito dopo la pubblicazione della “Lettera Aperta ai diseredati del Libano e del mondo” del 1985 — il documento fondativo — Hezbollah ha già iniziato a strutturare non solo i propri organi politici e militari, ma anche meccanismi di supporto alla popolazione. Lo stesso Qassem sottolineerà come “nessun aspetto dell’aiuto ai poveri fu trascurato”, indicando una consapevolezza precoce della dimensione sociale come elemento centrale dell’organizzazione. L’obiettivo non è solo rispondere a bisogni immediati. È costruire una relazione stabile con la comunità.

Tra il 1985 e il 1988, quindi, Hezbollah costruisce progressivamente una funzione sociale destinata a diventare uno dei pilastri della propria legittimità. Nel corso degli anni ’90, il processo si accelera e assume una forma sempre più definita. Nel 1995, la creazione del Consiglio Esecutivo (Majlis Al-Thanfidhi) è cruciale: vengono istituzionalizzati la gestione delle attività quotidiane e il coordinamento degli organismi competenti per istruzione, sanità, servizi sociali, media, finanze. In altre parole, Hezbollah istituzionalizza un vero e proprio apparato amministrativo e un sistema di welfare paralleli a quelli statali.

Non si tratta più solo di interventi emergenziali o di ricostruzione post-bellica, ma di una rete articolata e capillare di servizi.

Ricostruire lo spazio, costruire il consenso

Tra le prime strutture a essere formalizzate c’è Jihad Al-Binaa (“Sforzo per la ricostruzione”), istituita ufficialmente il 18 maggio 1988, ma già operativa de facto negli anni precedenti attraverso interventi di ricostruzione come quelli a Kafra e Yater.

Con sede a Haret Hreik, nel cuore della Dahiyeh, e ramificazioni nella Bekaa e nel sud del Libano, Jihad Al-Binaa nasce formalmente come organizzazione per il settore edilizio e infrastrutturale. In realtà, fin dalle origini, la sua funzione eccede ampiamente la semplice ricostruzione. Il suo obiettivo dichiarato è infatti quello di migliorare le condizioni di vita della popolazione — in particolare della comunità sciita — attraverso sviluppo, servizi e assistenza. Nella pratica, opera come uno strumento centrale di radicamento territoriale e costruzione del consenso.

Il progetto più emblematico sostenuto dall’organizzazione è intitolato Tarmeem (“ricostruzione”), avviato già a metà anni ’80 e progressivamente ampliato. Tarmeem interviene sistematicamente nelle aree interessate da distruzione diffusa o da operazioni militari israeliane, non solo riparando abitazioni private, ma ricostruendo infrastrutture pubbliche e compensando economicamente i danni subiti dalla popolazione — spesso colmando il divario tra gli indennizzi statali e il valore reale delle perdite. Questo schema di intervento si ripete dopo ogni ciclo di conflitto: dalle operazioni israeliane del 1993 e 1996 fino al conflitto del 2006, quando Jihad Al-Binaa lancia il progetto Waad, finalizzato alla ricostruzione su larga scala della Dahiyeh.

Accanto alla ricostruzione, l’organizzazione sviluppa una serie di programmi settoriali che ampliano progressivamente il suo raggio d’azione. Nel 1988 nasce il progetto idrico Al-Abbas, finanziato dall’Iran, che fornisce acqua potabile e gratuita a diverse aree della periferia sud di Beirut. Seguono iniziative come Bayader Al-Khayr, finalizzata allo sviluppo agricolo del Libano meridionale e della valle della Bekaa, e Ta’awanu, che si propone di offrire supporto legale e finanziario alle cooperative locali — spesso incentivandone l’integrazione con altre reti economiche regionali, incluse quelle iraniane.

A partire dagli anni 2000, Jihad Al-Binaa espande ulteriormente le proprie attività nel campo della formazione professionale. Il programma Hadinat Al-A’mal si propone di contrastare la disoccupazione attraverso corsi tecnici e artigianali — dalla manutenzione elettrica all’informatica, fino alla produzione alimentare e manifatturiera — affiancati da formazione su marketing, gestione e accesso al credito. Migliaia di libanesi beneficiano di questi percorsi.

L’organizzazione investe inoltre nel settore agricolo attraverso centri di sviluppo e orientamento nella Bekaa e nel sud, fornendo assistenza tecnica, vaccinazioni per il bestiame, formazione e supporto diretto agli agricoltori. Programmi come Al-Shajara Al-Tayyiba, dedicato alla riforestazione e alla lotta alla desertificazione, e altre iniziative di sensibilizzazione ambientale contribuiscono a rafforzare ulteriormente la presenza dell’organizzazione nella vita quotidiana delle comunità locali.

Jihad Al-Binaa è quindi più di un ente di ricostruzione: una ramificata infrastruttura sociale permanente capace di intervenire non solo dopo la crisi, ma anche — e soprattutto — in tempi ordinari.

Se quest’ultimo rappresenta il braccio che ricostruisce lo spazio fisico, altre istituzioni iniziano progressivamente a occupare lo spazio sociale. Hezbollah non si limita, infatti, a rimettere in piedi case, strade e infrastrutture: costruisce un sistema capace di accompagnare l’individuo in ogni fase della vita comunitaria — dalla famiglia del combattente caduto al ferito di guerra, dall’orfano allo studente, dal malato al debitore, dal bambino allo spettatore davanti alla televisione. Il welfare non è solo assistenza, ma un’architettura di appartenenza.

Il sacrificio come capitale politico

La prima forma di welfare pienamente politica è la Fondazione del Martire (Mu’assasat Al-Shahid), istituita già nel 1982 su impulso diretto dell’allora Guida Suprema iraniana Ruhollah Khomeini e legalizzata nel 1989 come associazione di beneficenza sociale, con la quale il “Partito di Dio” costruisce un sistema di protezione per le famiglie dei miliziani caduti, dei detenuti, dei membri della “Resistenza” e dei civili legati al suo ambiente.

La Fondazione del Martire interviene su un piano sensibile: la gestione sociale del sacrificio. Se da una parte l’organizzazione sostiene materialmente le famiglie — sussidi economici, alloggi, cure mediche, istruzione per i figli dei caduti, sostegno alle vedove, programmi di impiego giovanile —, dall’altre si prefigge l’obiettivo di trasformare il sacrificio individuale in capitale collettivo. Il martire non deve scomparire con la morte, ma continuare a produrre appartenenza e legittimare l’operato del “Partito di Dio”.

Direttamente sostenuta dalla corrispondente iraniana — la Fondazione dei Martiri e dei Veterani — oltre che da donazioni individuali, contributi religiosi come il khums (letteralmente “quinto”, tassa dell’Islam sciita sul 20% sui profitti e sulle ricchezze accumulate), la Fondazione si è nel tempo dotata di istituzioni proprie: ospedali, centri educativi e strutture professionali. L’Ospedale Al-Rasoul al-Aazam, aperto nel 1988 sulla vecchia strada dell’aeroporto della Capitale, è l’esempio più significativo di questa infrastruttura. A esso si affianca l’Istituto, tecnico e poi universitario, omonimo, il quale offre percorsi di formazione nel settore sanitario e professionale — trasformando l’assistenza ai figli dei “martiri” in occupazione.

Il suo ruolo non è quindi limitato all’assistenza delle famiglie dei caduti, ma include il loro inserimento in una filiera di protezione e appartenenza in cui il sacrificio diventa una forma di cittadinanza interna alla “Resistenza”. La gestione della morte diventa una componente strutturale del sistema di welfare.

La gestione della vulnerabilità

Se la Fondazione del Martire istituzionalizza la morte, la Fondazione dei Feriti (Mu’assasat Al-Jarha) interviene su ciò che resta della guerra: i corpi danneggiati. Anche questa struttura nasce nel 1982, nel contesto dell’invasione israeliana, e ottiene una licenza ufficiale nel 1992. Il suo obiettivo dichiarato è fornire assistenza completa ai combattenti e ai civili feriti — dalle cure mediche immediate agli interventi chirurgici, dalla riabilitazione fisica al supporto psicologico, fino al reinserimento sociale e professionale.

Anche in questo caso, la Fondazione va oltre la semplice assistenza sanitaria. Il messaggio è coerente: chi combatte non viene abbandonato, neanche quando non è più in grado di combattere.

Per rendere questo sistema operativo, la Fondazione ha costruito una propria infrastruttura — centri di riabilitazione, officine per protesi, strutture sanitarie specializzate — e sviluppato una dimensione simbolica. Celebrazioni annuali, eventi pubblici e narrazioni dedicate ai “feriti della Resistenza” trasformano la disabilità in segno di partecipazione e prova di impegno. Ancora, la vulnerabilità viene riassorbita all’interno di una grammatica politica.

Nel 2015, la Fondazione dichiarava di aver assistito oltre 7.700 individui, con migliaia di percorsi di riabilitazione completati. Numeri che indicano non solo la portata del fenomeno, ma anche la capacità di Hezbollah di costruire un sistema parallelo in grado di sostituire, almeno in parte, le funzioni dello Stato.

Dalla protezione selettiva alla copertura sociale

Con il Comitato Islamico di Beneficenza — Emdad (Jam’iat Al-Imdad Al-Khayriyya Al-Islamiyya), il “Partito di Dio” estende il welfare oltre l’universo dei combattenti e delle loro famiglie per abbracciare l’intera base sociale.

Fondata nel 1987, nel pieno della guerra civile, Emdad nasce per assistere le fasce più vulnerabili: orfani, poveri, anziani, malati, famiglie prive di reddito. A partire da Haret Hreik, nel cuore della Dahiyeh, la sua presenza si estende progressivamente a tutto il Libano — e, in seguito, anche alla Siria.

Con Emdad, il modello cambia scala. Non si tratta più solo di sostenere chi è direttamente legato alla “Resistenza”, ma di costruire un sistema di protezione sociale diffuso capace di intercettare bisogni quotidiani. Cibo, vestiti, assistenza sanitaria, istruzione, alloggio. Ogni famiglia assistita entra in un sistema strutturato: sussidi calibrati, programmi educativi per i figli, accesso facilitato a cure e servizi. L’assistenza è continua e istituzionalizzata.

L’organizzazione promuove anche formazione professionale, micro-prestiti e inserimento lavorativo. L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare i beneficiari in soggetti economicamente attivi — all’interno di una rete relazionale controllata. La raccolta fondi, inoltre, è parte integrante del modello promosso da Emdad. Le onnipresenti cassette per le donazioni — riconoscibili e diffuse capillarmente — permettono di coinvolgere direttamente la popolazione. Le raccolte finanziano il sistema, ma creano anche partecipazione: chi dona diventa parte del meccanismo. Durante il Ramadan e altre ricorrenze religiose, questa dinamica si intensifica. Momenti religiosi e assistenza sociale si sovrappongono, rafforzando il legame tra fede, comunità e organizzazione.

Di nuovo, l’ispirazione iraniana è esplicita. Emdad si rifà infatti al modello del Comitato Imam Khomeini, da cui riceve supporto e orientamento. Di nuovo, il legame del “Partito di Dio” con Teheran passa attraverso il welfare. Con Emdad, Hezbollah smette definitivamente di essere solo un attore militante e diventa, a tutti gli effetti, un attore sociale.

La sanità come infrastruttura di legittimazione

Se Emdad intercetta il bisogno sociale, l’Unità Sanitaria Islamica (Al-Hay’a Al-Sahiyya Al-Islamiyya) lo trasforma in sistema. Hezbollah non si ferma alla beneficenza, organizza un sistema sanitario in grado di fornire servizi medici nelle aree in cui lo Stato libanese è assente o inefficace — ancora la Dahiyeh, la Bekaa, il sud. Nel tempo il sistema evolve in una rete capillare che include ospedali, cliniche, farmacie, centri di prevenzione e unità mobili. Offrono cure a costi ridotti — o gratuiti — a una popolazione spesso non in grado di accedere al settore sanitario privato libanese.

In un contesto in cui l’accesso alla sanità è fortemente diseguale, questo sistema produce un effetto immediato: Hezbollah diventa il garante della salute. Anche qui la funzione è più profonda: l’assistenza sanitaria crea relazioni di lungo periodo. Il paziente non è un beneficiario occasionale: entra in una rete di servizi, strutture e programmi di prevenzione che lo accompagnano nel tempo. La cura, continua, diventa fiducia. E la fiducia diventa consenso.

La sanità viene integrata con le altre componenti del sistema: le famiglie assistite da Emdad, i figli dei martiri sostenuti da Mu’assasat Al-Shahid e i feriti seguiti da Mu’assasat Al-Jarha convergono all’interno della stessa infrastruttura sanitaria. Il risultato è un ecosistema chiuso e completamente autosufficiente, nonché – soprattutto – difficilmente sostituibile.

Il credito come strumento di controllo

Hezbollah interviene anche su un altro nodo cruciale: l’accesso al credito. Con l’Associazione del Prestito Benevolo (Jam’iyat Al-Qard Al-Hasan), il “Partito di Dio” crea un sistema finanziario parallelo, fondato su prestiti senza interesse, solidarietà comunitaria e forte integrazione sociale.

Fondata nel 1982 e formalmente autorizzata cinque anni più tardi, nel 1987, l’associazione si presenta come un’alternativa al sistema bancario tradizionale, percepito come elitario, costoso e spesso inaccessibile per le fasce più vulnerabili. L’obiettivo è quello di prestare senza interesse per risolvere problemi concreti — l’acquisto di una casa, l’organizzazione di un matrimonio, l’accesso a cure mediche o all’istruzione.

La struttura di Al-Qard Al-Hasan è però tutt’altro che informale. Per ottenere un prestito, è necessario entrare nel sistema. I prestiti possono essere garantiti da oro, da altri membri o da reti comunitarie. Ogni beneficiario è, quindi, parte del meccanismo che consente ad altri di accedere al credito. Il risultato è un circuito chiuso di fiducia e dipendenza. Ingegneria sociale: attraverso le sue decine di filiali, Al-Qard Al-Hasan riesce a penetrare nel tessuto economico quotidiano e coinvolgere piccoli commercianti, famiglie, lavoratori.

In un contesto di crisi economica cronica — aggravata, negli ultimi anni, dal collasso finanziario libanese — questo sistema diventa ancora più centrale. Mentre le banche falliscono, Hezbollah presta. E chi riceve il prestito non riceve solo denaro, ma entra in una relazione di dipendenza. Ancora una volta, il welfare non è solo redistribuzione, ma coinvolgimento attivo.

Educare e formare

Una volta garantiti assistenza, salute e accesso alle risorse economiche, Hezbollah interviene anche sulla formazione delle nuove generazioni attraverso l’Unità per l’Istruzione. È di questa unità la responsabilità di coordinare un sistema articolato che comprende scuole, istituti professionali, università, seminari religiosi e programmi di sostegno agli studenti. Qui il modello è esplicito: integrare formazione accademica e trasmissione ideologica.

Le scuole sovvenzionate dal “Partito di Dio” offrono programmi educativi competitivi, con insegnamento in più lingue, laboratori, attività extracurriculari e borse di studio per studenti meritevoli o in difficoltà economica. Accanto al curriculum ufficiale, però, esiste un secondo livello, perché l’educazione non è neutrale. Le attività culturali, i programmi religiosi e i contenuti educativi mirano infatti a trasmettere messaggi mirati: la centralità della “Resistenza”, l’interpretazione khomeinista dell’Islam sciita, la valorizzazione del sacrificio e dell’appartenenza comunitaria.

Socializzazione e reclutamento

Nel percorso educativo si inseriscono anche le attività degli Scout dell’Imam Al-Mahdi (Kashafat Al-Imam Al-Mahdi), formalmente un’organizzazione scoutistica che propone sport, formazione civica, educazione ambientale, disciplina e primo soccorso a bambini e ragazzi dai 6 ai 16 anni — con riconoscimento ufficiale e inserimento nelle strutture scout nazionali e internazionali.

Nella pratica, però, gli Scout costituiscono un canale di socializzazione precoce all’interno dell’universo di Hezbollah. Attraverso campi estivi, attività culturali e programmi educativi, i giovani vengono progressivamente introdotti a valori religiosi, politici e identitari coerenti con l’ideologia del movimento. Il processo è graduale. Educazione civica e religiosa, poi appartenenza e quindi — in taluni casi — impegno attivo. Se non tutti diventano combattenti, quasi tutti diventano parte del sistema.

Anche qui, di nuovo, la logica è coerente con il resto del welfare: accompagnare l’individuo lungo tutto il ciclo di vita — dall’infanzia alla maturità — all’interno di una rete che fornisce servizi, identità e appartenenza.

Partecipare alla “Resistenza”

A questo punto, il welfare di Hezbollah assicura già protezione, dipendenza e appartenenza. Manca però un ultimo passaggio: trasformare la popolazione da beneficiaria a partecipante. Qui entra in gioco l’Associazione di Supporto alla Resistenza Islamica (Jam’iyat Da‘m Al-Muqawama Al-Islamiyya). Nata tra l’inizio e la metà degli anni ’80 e formalizzata nei primi anni ’90, questa struttura non distribuisce servizi, ma organizza il coinvolgimento.

Originariamente si tratta di gruppi spontanei di volontari — spesso donne, familiari di combattenti, membri della comunità — che raccolgono fondi, preparano aiuti logistici, sostengono i miliziani al fronte. Questa rete diventa però presto un canale ufficiale tra il “Partito di Dio” e la società civile.

La funzione è esplicita. Non finanziare le attività — anche, e soprattutto, militari — di Hezbollah perché servono, ma supportarle per sentirsene parte. Non fornire risorse ai combattenti — che possono essere reperite altrove —, ma coinvolgere la popolazione nella “Resistenza” e trasformare il sostegno in partecipazione attiva. Donazioni, raccolte fondi e iniziative comunitarie diventano un atto politico. Chi contribuisce non è un semplice sostenitore, ma un attore.

Il risultato è un circuito chiuso: Hezbollah protegge la società, la società sostiene Hezbollah.

Controllare il racconto

Un sistema di welfare così esteso non può funzionare senza una narrazione coerente. L’Unità Informazione e Media di Hezbollah — che include televisione, radio, stampa e produzione culturale — svolge esattamente questa funzione: dare senso a ciò che il sistema produce.

Il pilastro principale è Al-Manar, l’emittente televisiva ufficiale, attiva dal 1991. Accanto ad essa operano Al-Mayadeen, la radio Al-Nour, il giornale Al-Ahed e una costellazione di canali, piattaforme e produzioni mediatiche tutt’altro che neutrali. I media diventano strumenti di mobilitazione che non nascondono il proprio orientamento a sostegno della “Resistenza”.

Ogni elemento del welfare viene reinserito in questa narrativa. La ricostruzione diventa resilienza. L’assistenza sociale diventa giustizia. Il sacrificio diventa eroismo. L’obiettivo non è solo informare, ma formare una visione del mondo. Il controllo del racconto è il complemento necessario del controllo sociale.

Dalla sopravvivenza al controllo

Quello che nasce negli anni ’80 come risposta emergenziale, nel giro di poco più di un decennio cambia natura. Nella fase iniziale — tra guerra civile, invasione israeliana del 1982 e conflitto a bassa intensità nel sud — il welfare di Hezbollah è prima di tutto un dispositivo di sopravvivenza. Le strutture come Jihad al-Binaa o Emdad emergono in un contesto in cui lo Stato è incapace di garantire anche le funzioni minime — ricostruire, curare, assistere.
In questa fase, l’obiettivo è quello di rispondere a bisogni immediati e, allo stesso tempo, consolidare una base sociale tra la comunità sciita in competizione con altri attori, in primis Amal, oltre che in opposizione all’occupazione israeliana.

Con la fine della guerra civile nel 1990, e, soprattutto, dopo il ritiro israeliano dal sud del Libano nel 2000, questo sistema evolve. Non si limita più a intervenire nelle crisi, ma diventa permanente. I servizi si stabilizzano, si espandono e si integrano tra loro. Il welfare non è più un insieme di iniziative: è una rete capillare che copre sanità, istruzione, finanza, assistenza sociale, ricostruzione. Hezbollah assume sempre più chiaramente le caratteristiche di un mini-Stato, capace di operare in parallelo — e spesso in sostituzione — delle istituzioni libanesi.

Dopo la guerra del 2006, questo modello si rafforza ancora. Dove lo Stato è lento o assente, il “Partito di Dio” interviene e consolida la propria credibilità. È però con la crisi economica libanese nel 2019 che il sistema mostra la sua piena funzione. In un Paese dove valuta, banche e servizi pubblici collassano, Hezbollah distribuisce beni alimentari, sostiene direttamente le famiglie e offre servizi che lo Stato non è più in grado di garantire. Anche nelle fasi più recenti — tra escalation militari e nuove distruzioni — il meccanismo si ripete. Promessa di ricostruzione, assistenza immediata, presenza sul territorio. Dove lo Stato fallisce, Hezbollah interviene.

Consenso, fedeltà e dipendenza

Nelle comunità sciite più vulnerabili — storicamente marginalizzate, in particolare nel sud, nella Bekaa e nella periferia sud di Beirut — Hezbollah non si limita a fornire assistenza, ma costruisce una forma di sicurezza esistenziale quotidiana. Cure mediche, istruzione, accesso al credito, ricostruzione delle abitazioni e sostegno alle famiglie dei “martiri” non rappresentano interventi isolati, ma componenti integrate di un sistema che accompagna l’individuo lungo l’intero ciclo di vita.

In questo contesto, l’accesso ai servizi tende a configurarsi come selettivo e relazionale. In un sistema statale percepito come assente o inefficiente, l’inserimento — o l’esclusione — da questa rete produce effetti concreti sulle condizioni materiali degli individui. Ne deriva una forma di dipendenza strutturale, in cui il welfare non opera come redistribuzione neutrale, ma come meccanismo di integrazione all’interno del “Progetto di Resistenza”.

Questo modello può essere interpretato in termini clientelari (“patron-client”): l’erogazione dei servizi contribuisce a incentivare consenso attivo, mobilitazione e allineamento politico. I beneficiari non sono soltanto destinatari passivi, ma vengono progressivamente incorporati in una rete sociale e politica che premia il sostegno e scoraggia la defezione.

Il risultato è una combinazione di fedeltà materiale ed emotiva. Hezbollah si presenta come attore in grado di garantire protezione, continuità e accesso alle risorse in un contesto di fragilità strutturale, non rispondendo solo ai bisogni immediati, ma contribuendo a costruire identità, appartenenza e legittimazione.

Il welfare di Hezbollah non è “carità” né semplice filantropia. È il suo principale strumento di legittimazione e controllo sociale. Attraverso di esso, il movimento costruisce consenso, struttura relazioni di dipendenza, plasma identità e rafforza la propria presenza sul territorio, trasformando bisogni materiali in capitale politico.

È questo che consente a Hezbollah di essere molto più di un gruppo armato: uno Stato nello Stato, il cui potere deriva non solo dalla capacità militare, ma da quella — più profonda e meno visibile — di intervenire nella vita quotidiana e di sostituirsi, in modo strutturale, alle funzioni dello Stato stesso.