La costruzione della macchina
Kuwait City, 12 dicembre 1983.
Un reporter di ABC News apre così il notiziario:
It was just after 9:30 in Kuwait this morning when a truck loaded with explosives crashed through the gates of the US embassy compound and blew up.” Erano da poco passate le 9:30 di stamattina in Kuwait quando un camion carico di esplosivo ha sfondato i cancelli del complesso dell’ambasciata statunitense ed è esploso.
Un camion carico di esplosivo — bombole di gas collegate a cariche detonanti — ha sfondato i cancelli dell’Ambasciata statunitense a Kuwait City.
La giornalista responsabile del telegiornale in onda su NBC News prosegue:
Within two hours, another five bombs went off in sites all over Kuwait. The bombs apparently hidden in booby-trapped cars.” Nel giro di due ore, altre cinque bombe sono esplose in diverse località del Kuwait. Gli ordigni erano apparentemente nascosti in auto-bomba.
Nel giro di meno di due ore, l’attacco si trasforma in un’operazione coordinata su scala nazionale. Altre cinque esplosioni colpiscono obiettivi sensibili nel Paese: l’Ambasciata francese, l’Aeroporto Internazionale, l’impianto petrolchimico di Shuaiba — il più grande del Kuwait —, una centrale elettrica e un complesso residenziale legato alla società statunitense Raytheon.
Il bilancio ufficiale resta relativamente contenuto — cinque morti e oltre ottanta feriti — per ragioni tecniche: diversi ordigni non detonano correttamente. Diplomatici statunitensi presenti sul posto parleranno in seguito di un attacco che, se pienamente riuscito, avrebbe potuto causare centinaia di vittime.
Poi arriva la rivendicazione. Ancora NBC News:
A radical terror group called Islamic Jihad has claimed credit.” Un gruppo terroristico radicale chiamato Jihad Islamica ha rivendicato l’attacco.
E subito un collegamento:
It is the same group that earlier said it blew up the American Embassy in Beirut and the Marine Headquarters in Lebanon.” È lo stesso gruppo che in precedenza aveva dichiarato di aver fatto saltare in aria l’Ambasciata americana a Beirut e il quartier generale dei Marine in Libano.
Quella di Kuwait City è la prima dimostrazione concreta di una capacità operativa nuova: attacchi simultanei, obiettivi multipli, pianificazione centralizzata.
Atene, 14 giugno 1985.
Il volo TWA 847, un Boeing 727 con 153 passeggeri a bordo, decolla dall’Aeroporto della Capitale ellenica diretto a Roma. Pochi minuti dopo la partenza, due uomini libanesi — Mohammed Ali Hammadi e Hassan Izz al-Din — si alzano dai loro posti. Estraggono una pistola e granate. “Islamic Jihad!”. L’aereo viene dirottato. Inizia una sequenza di voli forzati tra Beirut e Algeri che durerà diciassette giorni.
Durante una delle prime tratte, il velivolo viene fatto atterrare ad Algeri, dove i dirottatori avanzano una richiesta precisa: il rilascio di centinaia di musulmani sciiti detenuti da Israele. Non ottenendo risposta, l’aereo viene nuovamente fatto decollare e riportato a Beirut. Qui la situazione si irrigidisce. I passaporti dei passeggeri vengono sequestrati e i dirottatori iniziano a selezionare gli ostaggi, identificando cittadini statunitensi e passeggeri con nomi ebraici. Alcuni vengono separati e trasferiti nei limitrofi sobborghi sciiti della città.
Nel corso della permanenza nella Capitale libanese, uno dei passeggeri, Robert Dean Stethem — Seabee della Marina statunitense —, viene isolato dopo essere stato identificato. Legato e interrogato, viene sottoposto a violenze prolungate nel tentativo di ottenere rifornimento e facilitare i movimenti del velivolo da parte delle Autorità aeroportuali. Stethem viene ucciso a colpi alla testa, il suo corpo è trascinato fino a un portellone dell’aereo e gettato sulla pista dell’aeroporto di Beirut. Solo dopo oltre due settimane, il 30 giugno 1985, i passeggeri vengono rilasciati.
Uno dei dirottatori del volo TWA 847 a Beirut, 26 giugno 1985. Arnaud Borrel/Gamma-Rapho, via Getty Images.
Beirut Sud, notte tra il 6 e il 7 maggio 1988.
Nell’ambito della cosiddetta “Guerra dei Fratelli” — il conflitto intra-sciita che segna la fase finale della guerra civile libanese — il movimento Amal, sostenuto dalla Siria di Hafez Al-Assad, ha lanciato una vasta offensiva per eliminare Hezbollah dai sobborghi meridionali della Capitale — la Dahiyeh. Durante il giorno conquista diverse posizioni e sembra avere il controllo. Unità siriane pattugliano l’area e ne supervisionano gli equilibri.
Nella notte, il fronte si rovescia. Dai quartieri di Hayy Al-Selloum, Chiyah e Bourj El-Barajneh, centinaia di combattenti del “Partito di Dio” —- con il supporto diretto del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano (IRGC) —- emergono dai vicoli, i soldati di Al-Assad non ne intercettano il movimento. Si muovono per unità e in perfetto coordinamento, in silenzio. Obiettivi già assegnati: checkpoint, moschee, edifici strategici vengono colpiti simultaneamente. Le linee di Amal iniziano a cedere. Le posizioni perdute ricadono nelle mani di Hezbollah, che nel giro di poche ore controlla di nuovo larga parte dei sobborghi meridionali, inclusi snodi fondamentali fino alla direttrice dell’aeroporto.
Non è una controffensiva improvvisata. È un’operazione militare pianificata. Hezbollah dimostra una capacità operativa superiore in ambiente urbano, usando tattiche di infiltrazione notturna e coordinamento perfetto.
Tre episodi e tre contesti diversi. Lo stesso metodo.
Quella che nel febbraio 1985 si è presentata al mondo come una rete di militanti ispirati alla Rivoluzione khomeinista è, in realtà, una struttura già organizzata, già capace di pianificare e di proiettarsi oltre il contesto libanese. Il Kuwait ne è la prova. Esisteva già allora un livello decisionale che ne definiva priorità e obiettivi: si strutturerà progressivamente nel Consiglio della Shura. Esisteva già anche una componente operativa che traduceva queste direttive in azione: prenderà forma nel Consiglio del Jihad. Decisione politica e azione armata sono, fin dall’inizio, parte di un unico processo.
Il nucleo fondatore
A dare forma alla nuova architettura è un nucleo ristretto di religiosi sciiti libanesi, i quali prendono parte ai primi incontri clandestini nella valle della Bekaa già tra il 1982 e il 1984, immediatamente dopo l’arrivo dei Pasdaran iraniani. Sono proprio loro a costituire l’ossatura della Shura.
Subhi Al-Tufayli emerge per primo come la voce più radicale. Formatosi a Najaf (Iraq), incarna la linea purista khomeinista: considera lo Stato libanese “illegittimo” e sostiene che l’unico obiettivo accettabile sia l’instaurazione di una Repubblica Islamica nel Paese, oltre a rifiutare qualsiasi compromesso politico — soprattutto con la Siria di Hafez Al-Assad. Nei primi anni del Consiglio della Shura (1985-1989) diviene, almeno nominalmente, Segretario Generale del “Partito di Dio” e simbolo della sua fazione più intransigente, quella che vede nella “resistenza” armata l’unico strumento possibile.
Abbas Al-Musawi rappresenta invece il primo tentativo concreto di trasformare l’impulso rivoluzionario in una struttura duratura. Anche lui formatosi a Najaf, più carismatico e pragmatico di Al-Tufayli, comincia a emergere già nel 1987 come figura di mediazione interna. Dopo la “Guerra dei Fratelli” con Amal, capisce che Hezbollah non può sopravvivere solo con la forza delle armi: deve costruirsi una base istituzionale. Un primo e sensibile cambio di rotta rispetto alle rigide visioni di Al-Tufayli: Al-Musawi diventa Segretario Generale effettivo nel 1989 e comincia a spingere per una maggiore “libanizzazione” del movimento, preparando il terreno per il suo futuro ingresso in politica.
Naim Qassem, presente fin dalle primissime riunioni fondative del 1982, svolge un ruolo decisivo, sebbene meno visibile. Forte della sua formazione a Qom — cuore del potere teocratico degli Ayatollah iraniani — è l’ideologo e l’organizzatore silenzioso del Consiglio della Shura. Oggi Segretario Generale del “Partito di Dio”, ai suoi albori Qassem ne formalizza i meccanismi decisionali e redige in prima persona gran parte dei documenti interni sulla sua gerarchia, al fine di garantirne la continuità anche nei momenti di maggiore tensione.
All’interno di questa stessa generazione emerge anche Hassan Nasrallah. Più giovane degli altri, fa ritorno in Libano da Qom e combatte nella “Guerra dei Fratelli” —- rimanendo ferito in uno scontro diretto nell’area di Iqlim Al-Tuffah — mentre scala rapidamente i ranghi del “Partito di Dio” grazie alla fiducia dell’Iran. Nel 1991 viene nominato alla guida del Consiglio Esecutivo, un incarico che gli permette di gestire sia il lato politico sia quello organizzativo del movimento e di prepararsi alla sua ascesa definitiva, che culminerà l’anno successivo con la sua nomina al Segretariato Generale.
da sinistra a destra: Subhi Al-Tufayli, Abbas Al-Musawi, Naim Qassem, Hassan Nasrallah
Questi quattro religiosi definiscono l’impianto ideologico e organizzativo di Hezbollah nei suoi anni formativi. Ma come si arriva alla creazione della Shura?
Il centro che decide
Le traiettorie individuali di Al-Tufayli, Al-Musawi, Qassem e, poco dopo, Nasrallah si intrecciano e si traducono in una prima forma di coordinamento stabile in un luogo preciso: la Hawza “Al-Imam Al-Muntazar” di Baalbek, ancora Valle della Bekaa. Hawza ʿilmiyya (“sede del sapere”), accademia religiosa tradizionale in cui viene impartita l’istruzione superiore islamica sciita duodecimana. Quella di Baalbek diventa di fatto un centro decisionale, seppur embrionale, sotto la supervisione di quegli Ufficiali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica giunti dall’Iran.
Fino al 1985, tuttavia, il movimento resta privo di una catena di comando e di istituzioni proprie. Le sue cellule colpiscono e si espandono — anche fuori dai confini libanesi —, ma manca ancora un vertice dichiarato. È questa contraddizione tra capacità di colpire già avanzata e assenza di un’identità unitaria a rendere necessario un salto organizzativo. Questo salto coincide con la pubblicazione della “Lettera Aperta ai diseredati del Libano e del mondo”, il 16 febbraio dello stesso anno.
La Lettera non è solo un manifesto ideologico. Hezbollah si espone e ha l’esigenza di parlare con una sola voce: il Consiglio della Shura (Majlis Al-Shura) viene formalizzato e diviene da subito l’organo consultivo supremo.
Le decisioni non vengono prese a maggioranza, ma per consenso unanime. Ognuno dei suoi membri dispone infatti di potere di veto. Nei primi anni (1985–1992) è strutturato su due livelli distinti. Da una parte, il Consiglio vero e proprio, formato da circa dodici religiosi, responsabile delle decisioni tattiche quotidiane e della supervisione sul territorio. Dall’altra, il Majlis Al-Shura Al-Karar — l’Assemblea decisionale — al quale vengono affidate le scelte strategiche di lungo periodo.
Questa architettura riflette una duplice esigenza: garantire che ogni decisione sia religiosamente legittima e coerente con il principio del Velayat-e Faqih, nonché mantenere una direzione strategica centralizzata capace di coordinarsi con Teheran.
Il lavoro del Consiglio rimane però opaco da subito: le riunioni si svolgono in ambienti altamente protetti, come case private o basi dei Pasdaran nella Bekaa e nella Dahiyeh; non viene prodotta alcuna documentazione permanente; la sua composizione completa non viene mai resa pubblica — anche all’interno del movimento solo una ristretta cerchia ne conosce i membri.
Così come l’invisibilità dei primi anni, anche questa opacità — che la Shura mantiene fino a oggi — è deliberata. Serve a proteggere la leadership da tentativi di decapitazione.
Il braccio operativo
Se la Shura definisce la direzione, è nel livello operativo che quella direzione prende forma concreta. Questa funzione non è ancora, negli anni ‘80, formalizzata in un organo unico. Le attività militari e di sicurezza vengono tuttavia gestite attraverso una rete coordinata di cellule, sotto la supervisione di figure operative centrali.
Parallelamente al nucleo che riunisce teologi e religiosi, che poi confluirà nel Consiglio della Shura, emerge anche un primo nucleo di comando, responsabile della selezione degli obiettivi, della pianificazione delle operazioni e della gestione della logistica, oltre che del coordinamento delle unità sul terreno.
In questo spazio, tra la fine del 1982 e la metà degli anni ’80, compare una figura destinata a rimanere a lungo senza volto. Le intelligence occidentali iniziano a intravederne il profilo solo attraverso le operazioni: Tiro, Beirut, Kuwait, i dirottamenti. Non compare in pubblico, non rilascia dichiarazioni, non è identificabile sul campo.
Imad Mughniyeh. Al-Hajj Radwan. Il “fantasma di Beirut”. Il “re del fumo”. Per oltre due decenni coordina alcune delle operazioni più complesse del movimento senza esporsi pubblicamente. È l’architetto di un metodo. Collega cellule locali, reti clandestine e supporto esterno. La catena di comando non viene mai esposta. Ancora opacità e ancora necessità di sopravvivere a potenziali attacchi che potrebbero decimarla.
Imad Mughniyeh riceve un dono dalla Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, Teheran ©Khamenei.ir
Questa struttura di comando, seppur non formalizzata, mantiene fin da subito una doppia dipendenza: risponde alla Shura, che ne definisce limiti e priorità, e opera in stretto coordinamento con i Pasdaran iraniani presenti in Libano, da cui riceve addestramento e tecnologia.
Già in questa fase emerge una caratteristica destinata a rimanere strutturale. Il Consiglio della Shura e quello che nel 1995 — con il quarto congresso di Hezbollah — prenderà il nome di Consiglio del Jihad (Majlis Al-Jihad) non agiscono su livelli distinti. Il processo decisionale in seno ai due organismi è strettamente interconnesso.
L’istituzione del Consiglio del Jihad risponde quindi all’esigenza di centralizzare e professionalizzare una “macchina militare” già pienamente operativa negli anni ‘80, che ora dispone di una struttura stabile e gerarchica. Il legame tra questa prima “macchina operativa” e il nuovo organismo si palesa anche nella continuità tra le sue figure di vertice. Sebbene la guida politica del nuovo Consiglio venga affidata ad Hashem Safieddine, Mughniyeh rimane infatti, sul piano operativo, determinante.
La formalizzazione del 1995 non segna dunque una nascita, ma serve a dare forma istituzionale a un meccanismo che, nei fatti, esisteva già da oltre un decennio. È proprio questo meccanismo che trova la sua espressione più concreta sul terreno.
L’ala militare
A partire dalla metà degli anni ’80 prende forma la “Resistenza Islamica” (Al-Muqawama Al-Islamiyya), il nome con cui Hezbollah designa, nella “Lettera Aperta ai diseredati del Libano e del mondo” del 1985, il proprio braccio armato.
Al momento della pubblicazione del manifesto ideologico del “Partito di Dio”, il reclutamento è già avviato. Avviene, in modo selettivo, all’interno della comunità sciita più marginalizzata, primariamente nella valle della Bekaa, nel sud del Libano e nei sobborghi meridionali di Beirut. Moschee e reti familiari e poi, dal maggio 1985, attraverso gli “Scout Al-Mahdi” (Kashafat al-Imam al-Mahdi), associazione giovanile creata per “costruire una nuova generazione” di sciiti libanesi e “proteggerla da influenze culturali esterne”. Promuovendo attività come il campeggio, lo sport e la vita all’aria aperta, questo nuovo ente funziona come un vero e proprio nastro trasportatore verso l’ala militare. Disciplina e affidabilità dei giovani affiliati diventano centrali per il futuro inserimento nei ranghi operativi una volta raggiunti i 16-17 anni.
In ogni caso, l’indottrinamento precede l’ingresso nella struttura militare. Non si tratta di una semplice formazione, ma di una trasformazione identitaria. L’obiettivo è creare un militante ideologico, il mujahid. Il percorso si articola attorno a tre pilastri: lo studio coranico intensivo, la fedeltà assoluta al principio del Velayat-e Faqih e la centralità del martirio, la shahada – testimonianza suprema di fede, quella fatta col proprio sangue. Quest’ultimo viene presentato come il momento in cui il credente realizza pienamente il proprio dovere verso Dio e verso la Resistenza, trasformando la morte fisica in vittoria eterna.
Karbala come modello operativo
La giurisprudenza islamica sciita è applicata al campo di battaglia: il combattente non obbedisce solo a un superiore, ma a una legge divina. Questo concetto trova il suo modello diretto nell’Imam Hussein e nella battaglia di Karbala (10 ottobre 680 d.C., 10 Muharram 61 dell’Egira). Hussein ibn Ali, nipote del Profeta Muhammad e terzo Imam per gli sciiti, si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al califfo omayyade Yazid, considerato un tiranno e un corrotto. Con un piccolo gruppo di familiari e compagni, Hussein affrontò un esercito di migliaia di uomini nella piana di Karbala, in Iraq. Sapeva di non poter vincere militarmente, eppure scelse di combattere e morire piuttosto che sottomettersi. Fu massacrato insieme ai suoi, in un evento che gli sciiti commemorano ogni anno durante l’Ashura come il simbolo supremo della resistenza all’oppressione.
Per Hezbollah questo episodio è un modello vivo e attuale. La propria lotta costituisce la continuazione storica di Karbala. Il nemico militarmente superiore — incarnato dagli Stati Uniti, dai contingenti occidentali presenti in Libano e, soprattutto, da Israele — rappresenta la tirannia contemporanea di Yazid. Morire combattendo significa quindi ripetere il gesto eroico di Hussein.
In questo quadro, l’obbedienza alla Resistenza è dottrinale: l’azione militare diventa estensione diretta di un mandato religioso. Solo quando questa interiorizzazione è completa i candidati vengono ammessi all’addestramento tecnico e all’ingresso nei ranghi operativi.
Nelle prime fasi, l’addestramento è garantito dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. I programmi di formazione includono guerriglia asimmetrica, uso di esplosivi e ordigni improvvisati, nonché comunicazioni cifrate, intelligence e impiego di sistemi anticarro. La trasmissione di competenze è strutturata. Il movimento acquisisce, da subito, capacità militari che gli permetteranno di sovrastare altre milizie locali.
Struttura e compartimentazione
La struttura operativa è fondata su una compartimentazione rigorosa. Le unità sono organizzate in cellule ristrette, ciascuna delle quali risponde a una propria catena di comando. I membri conoscono solo il proprio gruppo e il proprio Comandante diretto.
Di nuovo opacità: riduce la vulnerabilità complessiva. L’eventuale neutralizzazione di una cellula non compromette il funzionamento dell’intero sistema. Il coordinamento generale è assicurato da quel centro operativo che, negli anni successivi, verrà formalizzato come Consiglio del Jihad.
Accanto alle unità impegnate nella guerriglia locale emerge fin da subito un livello operativo più riservato, dedicato alle operazioni complesse e alla proiezione esterna. Si tratta di cellule altamente specializzate, che operano in stretto coordinamento con la Forza Quds dei Pasdaran, incaricate di pianificare e condurre azioni letali anche al di fuori del teatro libanese — come gli attentati coordinati in Kuwait o il dirottamento del volo TWA 847 Atene-Roma. Il loro funzionamento si basa su un grado ancora più elevato di segretezza: uso sistematico di identità multiple, comunicazioni cifrate e isolamento completo tra le diverse unità.
Emerge ancora il profilo di Imad Mughniyeh. Accanto a lui, Mustafa Badreddine, cugino e cognato, partecipa già alle prime operazioni internazionali del “Partito di Dio” e ne rafforza la dimensione transnazionale.
L’ala militare non è soltanto uno strumento di “resistenza”, ma anche il vettore attraverso cui il movimento acquisisce progressivamente una proiezione regionale.
La dimensione civile
Accanto alla struttura politico-militare, all’inizio degli anni ’90 Hezbollah formalizza anche il Consiglio Esecutivo (Majlis Al-Tanfidhi). È l’organo incaricato di gestire tutto ciò che non è direttamente guerra: relazioni politiche con altre forze libanesi, reti di welfare, scuole, ospedali, università, attività di ricostruzione post-bellica e i primi media — soprattutto la futura rete televisiva Al-Manar.
Il Consiglio Esecutivo coordina quindi le istituzioni parallele create dal “Partito di Dio” nella Dahiyeh, nella Bekaa e nel sud, trasformando Hezbollah da semplice milizia in un vero e proprio apparato sociale radicato nella comunità sciita e capace di costruire consenso e lealtà attraverso l’erogazione di servizi concreti. È la prima infrastruttura visibile di quello che diventerà lo “Stato nello Stato”.
Nel 1991, Hassan Nasrallah ne assume la guida. Per l’appena trentunenne che diverrà noto come il “Maestro della Resistenza”, si tratta di un incarico fondamentale: assume un ruolo gestionale e politico. Amministra scuole e ospedali, gestisce le relazioni con altre parti libanesi. Nasrallah impara a muoversi all’interno del sistema confessionale del Paese e costruisce una rete di fedeltà personale all’interno della comunità sciita. Questo ruolo lo prepara direttamente all’ascesa definitiva: pochi mesi dopo, nell’aprile 1992, diventerà Segretario Generale del movimento.
Tra Shura e Iran
Il Segretario Generale (Amin Al-‘Amm) è formalmente al vertice della struttura di Hezbollah. La carica viene istituita dopo la Lettera Aperta del febbraio 1985 e rappresenta il punto di convergenza tra direzione politica e coordinamento operativo. Oggi guida la Shura e contemporaneamente il Consiglio del Jihad. Il Segretario Generale è un ponte tra questi due organismi, ma non li controlla in modo autonomo.
La sua autorità è collegiale: ogni decisione — dalle operazioni militari alle alleanze — richiede il consenso unanime della Shura. È quindi primus inter pares, non ha potere decisionale indipendente. Esiste inoltre per lui un vincolo ulteriore: il principio del Velayat-e Faqih. Hezbollah riconosce infatti l’autorità della Guida Suprema iraniana come fondamento della propria legittimità. La Shura stessa si configura come estensione della stessa dottrina in Libano e questo legame non è meramente teorico: fin dalla nascita del movimento, rappresentanti iraniani — Ufficiali dei Pasdaran o emissari della Guida Suprema — partecipano stabilmente alle deliberazioni, influenzando direttamente le scelte del “Partito di Dio”.
1992. La macchina è completa
In questo equilibrio tra direzione religiosa, capacità operativa, infrastruttura sociale e sostegno esterno, Hezbollah completa progressivamente la propria trasformazione. Alla fine degli anni ’80, tutti gli elementi della struttura sono ormai presenti.
Il 1992 segnerà il momento in cui la trasformazione giungerà a completamento. Hezbollah non è più una nebulosa di cellule rivoluzionarie. È una macchina gerarchica e centralizzata.
Quell’anno segna lo spartiacque definitivo dell’uscita dall’ombra. A febbraio, l’assassinio di Abbas Al-Musawi — ucciso da Israele insieme alla moglie e al figlio in un raid di elicotteri — apre la strada all’ascesa di Hassan Nasrallah, scelto direttamente da Teheran come nuovo Segretario Generale a soli 32 anni. A luglio, su decisione esplicita della Shura, Hezbollah partecipa per la prima volta alle elezioni parlamentari dopo la fine della guerra civile con il nome di “Blocco della Lealtà alla Resistenza”: è l’ingresso ufficiale nel sistema politico libanese.
Attraverso una mediazione congiunta siro-iraniana, nello stesso periodo si chiude anche la lunga “Guerra dei Fratelli” con Amal: Hezbollah ottiene il monopolio della “resistenza” anti-israeliana nel sud del Libano.
Il “Partito di Dio” è maturo. La Shura è stabile. Quello che sarà conosciuto come Consiglio del Jihad è pienamente operativo. L’ala militare è una forza strutturata, con migliaia di combattenti addestrati. La leadership si consolida attorno alle figure di Nasrallah, Mughniyeh e Qassem.
Il 1992 chiude la fase della costruzione. Hezbollah smette di essere soltanto una milizia clandestina: ha ora una rappresentanza politica all’interno del sistema libanese ed un esercito parallelo al di fuori di esso. Uno Stato nello Stato.

