Perché UE e Francia non riescono a disarmare Hezbollah

Hezbollah, gruppo di militanti armati

Il disarmo di Hezbollah costituisce uno degli obiettivi più persistenti e sistematicamente disattesi della diplomazia internazionale nel Medio Oriente contemporaneo. A partire dalla Risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2004), passando per la Risoluzione 1701 (2006) fino all’accordo di cessazione delle ostilità del novembre 2024, il quadro normativo internazionale ha ripetutamente sancito l’obbligo di disarmare tutte le milizie non statali in Libano. Nessuno di questi strumenti è stato attuato nella sua parte sostanziale. Il presente articolo analizza le ragioni strutturali di tale fallimento, con particolare attenzione al ruolo dell’Unione Europea (UE) e della Francia quali attori principali dell’architettura di sicurezza nel teatro libanese. L’analisi distingue tra vincoli di natura tecnico-militare, relativi alle capacità operative della Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL), e vincoli di natura politica e istituzionale, che riguardano la classificazione giuridica di Hezbollah, la posizione della Francia nell’equilibrio interno libanese e le fratture interne al Consiglio di Sicurezza.

Il quadro normativo: un’architettura senza meccanismi di enforcement

La Risoluzione 1701 (2006) ha rappresentato il tentativo più ambizioso di risolvere strutturalmente la questione del disarmo di Hezbollah. Il testo richiedeva esplicitamente “la piena attuazione delle disposizioni pertinenti degli Accordi di Taif e delle risoluzioni 1559 (2004) e 1680 (2006), che richiedono il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano”. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite dell’epoca, Kofi Annan, precisò immediatamente dopo l’adozione che “smantellare Hezbollah non è il mandato diretto dell’ONU”, che potrebbe soltanto aiutare il Libano a disarmare l’organizzazione. Tale dichiarazione ha definito il perimetro operativo di UNIFIL per i due decenni successivi. L’accordo di cessazione delle ostilità del 26 novembre 2024, co-mediato da Stati Uniti e Francia, ha riprodotto la stessa architettura: il governo libanese si impegnava a smantellare “tutte le strutture non autorizzate coinvolte nella produzione di armi” e a “confiscare tutte le armi non autorizzate”, a partire dall’area a sud del fiume Litani. Hezbollah ha da subito interpretato l’obbligo come limitato all’area meridionale, mentre gli Stati Uniti e Israele ne sostenevano la portata nazionale. L’ambiguità non è stata chiarita nel testo dell’accordo. Il Security Council Report rilevava nel 2006 un deficit strutturale già in sede di negoziazione: UNIFIL era stata criticata per l’assenza di un mandato di enforcement e l’incapacità di prevenire gli incidenti transfrontalieri. La versione potenziata post-2006 ha ereditato la stessa limitazione fondamentale: l’accesso ai siti militari di Hezbollah è stato sistematicamente negato, con il risultato che UNIFIL ha progressivamente interiorizzato il diniego come norma operativa, riclassificando i siti inaccessibili come “proprietà privata”.

Vincoli tecnici: le capacità operative di UNIFIL

UNIFIL opera senza un mandato di imposizione della pace (Chapter VII), ma con un mandato di supporto all’estensione dell’Autorità statale libanese (Chapter VI). Questa distinzione ha conseguenze operative determinanti: la Forza non può intraprendere azioni coercitive contro Hezbollah, ma può solo facilitare il dispiegamento delle Forze Armate libanesi (LAF) e monitorare le violazioni del cessate il fuoco. Le LAF presentano limitazioni strutturali che compromettono l’efficacia come braccio esecutivo del disarmo. Secondo il Congressional Research Service (CRS), il principale donatore delle LAF, gli Stati Uniti, ha fornito oltre 3 miliardi di dollari in finanziamenti militari dal 2006, ma l’Esercito libanese “opera con un budget ridotto al minimo” ed è dipendente dal supporto internazionale per la manutenzione e la modernizzazione. La Marina libanese, in particolare, non dispone della capacità di sostituire nel breve termine il ruolo di UNIFIL nel controllo delle rotte marittime di rifornimento. Il problema del riarmo attraverso la frontiera siriana illustra concretamente il limite tecnico: secondo il Times of Israel, il confine libano-siriano misura circa 400 chilometri, è privo di recinzioni e il terreno ne determina le rotte del contrabbando. La caduta del regime di Assad nel dicembre 2024 ha interrotto la rotta terrestre principale, ma, come rileva l’International Crisis Group (ICG), ha anche aggravato le difficoltà di rifornimento senza eliminarle strutturalmente. Tra il novembre 2024 e il maggio 2025, UNIFIL ha consegnato 225 depositi di armi di Hezbollah alle LAF. Il dato, pur significativo, va contestualizzato: Hezbollah aveva circa 265 siti militari prima dell’accordo di cessazione delle ostilità, dei quali 190 erano stati formalmente trasferiti all’Esercito libanese entro aprile 2025. Il processo non ha riguardato i sistemi d’arma principali.

Vincoli politici: la designazione parziale dell’UE e il ruolo della Francia

Nel luglio 2013, in seguito all’attentato di Burgas (Bulgaria, 2012), l’UE ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche “solo” l’ala militare di Hezbollah. Tale designazione era fondata sulla Common Position 931, un’autorità di confisca dei beni che non preclude il contatto con i membri del gruppo né include un divieto di viaggio. L’Alto Rappresentante, Catherine Ashton, ha precisato esplicitamente che la misura “non impedisce all’UE di continuare il dialogo […] con tutti i partiti politici in Libano”. La distinzione tra l’ala militare e politica è contestata sia sul piano analitico che su quello dichiarativo. Il Segretario Generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha affermato: “Hezbollah ha una leadership unica […]. La stessa leadership che dirige il lavoro parlamentare e governativo dirige anche le azioni di jihad”. L’intelligence olandese aveva già concluso nel 2004 che “le ali politiche e terroristiche di Hezbollah sono controllate da un unico consiglio di coordinamento”. Europol ha rilevato che le indagini sui finanziamenti di Hezbollah “confrontano difficoltà a dimostrare che i fondi raccolti siano canalizzati verso l’ala militare dell’organizzazione”, evidenziando come la distinzione giuridica ostacoli direttamente l’applicazione delle sanzioni. Diversi Stati membri dell’UE hanno adottato autonomamente una designazione integrale: Paesi Bassi, Germania, Slovenia, Lettonia, Repubblica Ceca, Estonia e Lituania hanno classificato Hezbollah nella sua interezza come organizzazione terroristica. Per una designazione a livello UE è necessario il consenso unanime dei 27 Stati membri.

Il veto informale della Francia

La Francia, che tradizionalmente guida la politica UE verso il Libano in ragione dei suoi legami storici con il Paese, ha mantenuto un’opposizione alla designazione integrale fondata su argomenti di realpolitik: Hezbollah è un attore politico rilevante nel sistema libanese, e la sua designazione totale rischierebbe di destabilizzare ulteriormente il Paese. Il Middle East Institute rileva che “la Francia non ha ancora offerto un piano per l’attuazione dell’UNSCR 1701, e tanto meno un quadro per procedere mentre Hezbollah rimane armato”. La posizione francese riflette una tensione strutturale tra due obiettivi: il mantenimento di un canale di interlocuzione con tutti gli attori del sistema politico libanese e il rispetto degli obblighi internazionali sanciti dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che la stessa Francia ha contribuito a negoziare. In pratica, la Francia ha operato secondo la logica della stabilizzazione, piuttosto che della risoluzione, attraverso il contenimento piuttosto che il disarmo. L’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell ha ribadito questa posizione nel 2024, affermando: “Non reinventiamo la ruota”, in riferimento all’attuazione della 1701. Nel quadro del cessate il fuoco del 2024-2025, la Francia ha contribuito in modo tangibile al rafforzamento delle LAF (100 milioni di euro erogati nell’ottobre 2024) e ha proposto il dispiegamento del contingente francese di UNIFIL, fianco a fianco con le LAF, nelle cinque posizioni ancora occupate da Israele. Tali misure testimoniano un impegno operativo concreto, ma restano confinate alla logica del supporto istituzionale senza affrontare la questione del disarmo come obiettivo esplicito e vincolato a una tempistica.

Fattori strutturali di persistenza

Oltre ai vincoli tecnici e politici già descritti, tre fattori strutturali rendono il disarmo di Hezbollah particolarmente resistente agli strumenti diplomatici convenzionali. In primo luogo, l’integrazione di Hezbollah nel sistema politico libanese. L’organizzazione detiene 13 dei 128 seggi parlamentari e ha fatto parte di ogni gabinetto libanese dal 2005 al 2025. Il Segretario Generale Qassem ha dichiarato: “Il governo sta attuando un ordine americano-israeliano per porre fine alla resistenza, anche se ciò comporta la guerra civile e conflitti interni […]. La resistenza non cederà le sue armi mentre l’aggressione continua.” L’argomento della difesa contro la minaccia israeliana conferisce a Hezbollah una legittimità interna che nessuna pressione diplomatica estera ha finora eroso in modo determinante. In secondo luogo, il ruolo dell’Iran come sponsor strategico. Secondo il Dipartimento di Stato americano, Teheran ha fornito a Hezbollah “la maggior parte dei finanziamenti, della formazione, delle armi e degli esplosivi, nonché assistenza politica, diplomatica, monetaria e organizzativa”. L’ormai ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, in visita a Beirut nell’agosto 2025, ha ribadito che qualsiasi spinta al disarmo di Hezbollah avrebbe minacciato “la rete di deterrenza regionale che l’Iran ha pazientemente costruito”. La sopravvivenza strategica di Hezbollah è strettamente connessa agli interessi di proiezione di potenza iraniana nella regione. In terzo luogo, le fratture nel Consiglio di Sicurezza. Russia e Cina si sono opposte sistematicamente a posizioni “troppo prescrittive” sugli affari interni libanesi, limitando la portata coercitiva delle risoluzioni. L’amministrazione Trump ha descritto UNIFIL come “un fallimento assoluto di una missione esistente dal 1978” e non ha richiesto fondi per essa nel bilancio 2026, segnalando una divergenza significativa tra i principali sponsor dell’architettura di sicurezza libanese. La scadenza del mandato UNIFIL, fissata al dicembre 2026, aggiunge un ulteriore elemento di incertezza strutturale.

Conclusioni

Il fallimento del disarmo di Hezbollah non è imputabile a un singolo attore o a una singola decisione, ma è il prodotto di una combinazione di fattori che si rinforzano reciprocamente: un mandato ONU privo di enforcement, una designazione UE giuridicamente incompleta, una posizione francese che privilegia la stabilizzazione sul breve periodo rispetto alla risoluzione strutturale, e un sistema politico libanese in cui Hezbollah è sufficientemente integrato da rendere il disarmo forzato un rischio di destabilizzazione interna. L’elemento cruciale che differenzia la situazione attuale dal ciclo post-2006 è la perdita della rotta di rifornimento terrestre iraniana attraverso la Siria dopo la caduta del regime di Assad, l’indebolimento strutturale del comando di Hezbollah dopo le eliminazioni del 2024 e la formazione di un governo libanese che, per la prima volta in oltre un decennio, non include Hezbollah nell’esecutivo. Questi fattori creano una finestra di opportunità che le risoluzioni precedenti non avevano a disposizione. Che essa venga sfruttata dipenderà in misura determinante dalla capacità dell’UE e della Francia di superare la logica del contenimento e di impegnarsi in un processo di disarmo con obiettivi, tempistiche e meccanismi di verifica vincolanti.

A cura di Alessandro Cemerich