Alla fine di aprile Israele ha intercettato in acque internazionali una parte della più grande flottiglia civile organizzata negli ultimi anni per raggiungere la Striscia di Gaza. La Global Sumud Flotilla, una coalizione che riunisce decine di imbarcazioni e oltre mille partecipanti provenienti da diversi Paesi, resta infatti ancora attiva, anche se in forma più frammentata, dopo l’intervento israeliano.
L’obiettivo dichiarato della missione è quello di rompere simbolicamente e materialmente l’isolamento di Gaza, portando aiuti e attirando l’attenzione internazionale su una crisi che da mesi resta al centro del dibattito politico globale. A differenza di iniziative simili del passato, però, questa flottiglia ha una scala molto più ampia e una struttura più articolata, costruita come una vera e propria coalizione transnazionale.
Dentro la Global Sumud Flotilla convivono infatti diverse reti e campagne. Tra queste c’è la Freedom Flotilla Coalition, attiva da anni su questo fronte, e una iniziativa più recente denominata Thousand Madleens to Gaza, nata con l’idea di moltiplicare il numero delle imbarcazioni e dare alla missione un carattere più diffuso e partecipato. Il nome richiama Madleen Kullab, prima e unica pescatrice originaria di Gaza, ed è pensato per sottolineare il legame simbolico tra la mobilitazione internazionale e la vita quotidiana nella Striscia.
A inizio aprile, una ventina di barche legate alla campagna “Thousand Madleens” sono partite da Marsiglia, facendo tappa a Napoli per unirsi al resto della flottiglia. In quelle settimane la coalizione si è progressivamente consolidata, con partenze da diversi porti del Mediterraneo e un coordinamento che si muove tra attivismo civile, organizzazioni umanitarie e reti internazionali.
L’intercettazione alla flottiglia è avvenuta il 29 aprile, a ovest dell’isola greca di Creta: diverse unità israeliane, con il supporto di droni e sistemi di disturbo delle comunicazioni, hanno fermato ventidue delle imbarcazioni della flottiglia mentre si trovavano in navigazione verso est, a centinaia di miglia dalle coste gazawi.
Circa 175 attivisti sono stati fermati e trattenuti per alcune decine di ore a bordo di navi israeliane, prima di essere rilasciati o trasferiti principalmente in Grecia. Nessuna delle barche intercettate è riuscita a proseguire fino a Gaza, ma l’operazione non ha riguardato l’intera flottiglia, che nel frattempo si è dispersa e riorganizzata.
Le versioni su quanto accaduto restano molto diverse e riflettono un conflitto più ampio anche sul piano giuridico e politico. Le organizzazioni che hanno promosso la missione parlano di abbordaggi illegali in acque internazionali e di uso della forza, oltre che di condizioni di detenzione difficili. Israele ha invece presentato l’intervento come un’azione necessaria per far rispettare il blocco navale imposto alla Striscia e garantire la sicurezza marittima.
Due partecipanti, però, non sono stati liberati. Si tratta di Saif Abukeshek, cittadino spagnolo di origine palestinese e membro del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, e di Thiago Ávila, attivista brasiliano coinvolto nel coordinamento della Freedom Flotilla Coalition e della campagna Thousand Madleens. Sono detenuti in Israele, nel carcere di Shikma ad Ashkelon, senza accuse formali, con una proroga della detenzione fissata fino al 10 maggio.
Secondo i loro avvocati e diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Adalah, hanno iniziato uno sciopero della fame. Nel caso di Abukeshek si parla anche di rifiuto di liquidi. Le Autorità israeliane hanno giustificato il prolungamento della detenzione citando presunti legami con organizzazioni “vietate”, accuse che i legali definiscono infondate e strumentali.
Entrambi non sono nuovi a restrizioni da parte delle Autorità israeliane: Abukeshek era già stato espulso e sottoposto a divieto di ingresso in passato, mentre Ávila risulta da tempo tra gli attivisti internazionali considerati “profili sensibili”, con precedenti limitazioni all’accesso legate al suo impegno in iniziative di solidarietà.
Nonostante l’intercettazione e gli arresti, la missione continua. La mattina dell’8 maggio oltre 30 imbarcazioni della flottiglia hanno ripreso la navigazione dal porto di Ierapetra, a Creta, dopo una sosta forzata dovuta alle condizioni meteo e alle conseguenze delle operazioni dei giorni precedenti. Secondo gli organizzatori, la flotta complessiva conta ancora 57 unità: imbarcazioni provenienti da diversi porti del Mediterraneo, tra cui rinforzi partiti dalla Turchia (Marmaris) e dalla Grecia (Syros), oltre ai velieri legati all’iniziativa Thousand Madleens.
Alcune imbarcazioni non coinvolte nell’intercettazione proseguono quindi la navigazione nel Mediterraneo orientale, mentre altre si sono temporaneamente fermate o hanno cercato rifugio in porti dell’area.
Una parte della flotta si sta dirigendo verso la Turchia, dove è prevista a Marmaris una riunione internazionale degli organizzatori. L’obiettivo è decidere come proseguire, se con nuove partenze o con una riorganizzazione della strategia. In questo contesto appare plausibile che eventuali nuovi tentativi di avvicinamento a Gaza possano incontrare ulteriori interventi israeliani una volta rientrati in acque internazionali.
In questa fase ha un ruolo rilevante anche Open Arms, l’organizzazione spagnola nota per le operazioni di soccorso nel Mediterraneo. La sua nave è partita da Barcellona il 12 aprile insieme alla flottiglia, ma con una funzione diversa rispetto alle altre imbarcazioni: fornire supporto medico, tecnico e di emergenza. Dopo l’intercettazione del 29 aprile, Open Arms ha contribuito a recuperare alcune barche rimaste isolate o in difficoltà e ad assistere i partecipanti, in un contesto reso più complesso dal disturbo delle comunicazioni durante l’operazione. Accanto a Open Arms è presente anche la nave Life Support di Emergency, con un ruolo di osservazione e supporto sanitario a distanza, pronta a intervenire in caso di necessità.
La presenza di navi con un profilo umanitario consolidato, insieme a quella di altre organizzazioni come Greenpeace, ha aumentato l’attenzione mediatica sulla missione e contribuito a mantenerne la continuità operativa, anche dopo la dispersione iniziale della flotta.
Intanto la mobilitazione si sta sviluppando anche su altri piani. In Italia è partita il 2 maggio una campagna chiamata “100 Porti, 100 Città”, promossa da Freedom Flotilla Italia. Non è una missione diretta verso Gaza, ma un tour lungo le coste e nelle città dell’entroterra, con una barca a vela — la Ghassan Kanafani — e un camper, che serve a costruire una rete di sostegno e a organizzare iniziative pubbliche.
Nei primi giorni ha toccato diverse località nella Calabria ionica, mentre sono previste tappe successive lungo altre coste italiane, tra cui Viareggio, con attracco in Darsena. Il progetto, secondo gli organizzatori, coinvolgerà un totale di 18 porti e 37 città. L’iniziativa si sviluppa su un doppio binario: da un lato la barca che collega i porti, dall’altro il tour terrestre che attraversa le città, con il coordinamento di Torino che promuove eventi di supporto.
A più di una settimana dall’intercettazione, la Global Sumud Flotilla appare quindi in una fase di transizione. L’intervento israeliano ha impedito a una parte significativa delle imbarcazioni di proseguire, ma non ha fermato del tutto la missione, che continua in forma più dispersa e con obiettivi in fase di ridefinizione.

