Un anno fa Ahmed al-Sharaa saliva per la prima volta alla tribuna dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Era il settembre 2025 e, per la nuova leadership siriana, quella presenza aveva soprattutto un valore politico: mostrare che la caduta di Bashar al-Assad non aveva aperto soltanto una nuova fase interna, ma aveva restituito a Damasco un interlocutore riconoscibile sulla scena internazionale. Il 23 settembre 2026, al suo secondo intervento davanti all’Assemblea, il messaggio è stato diverso. Al-Sharaa non ha più presentato soltanto una transizione da legittimare, ma uno Stato che rivendica risultati, pretende il rispetto della propria sovranità e cerca di recuperare una funzione negli equilibri regionali.
È proprio qui che emerge la contraddizione più interessante della Siria di oggi. Sul piano internazionale, il processo di normalizzazione ha proceduto con una rapidità difficilmente immaginabile pochi anni fa. Sul terreno, invece, la ricostruzione dell’Autorità statale resta incompleta:
– il nord-est è ancora attraversato dal complesso assorbimento delle precedenti strutture delle Forze Democratiche Siriane;
– ad Al-Suwayda persistono centri di potere armato non pienamente subordinati a Damasco;
– nel quadrante meridionale Israele continua a mantenere una presenza operativa e una significativa libertà d’azione.

Al Sharaa e Mazloum Abdi, ex-Comandante delle SDF e attuale Consigliere presidenziale alla firma dell’accordo di integrazione SDF/Damasco nel marzo del 2025

Elementi delle SDF a bordo di un veicolo militare nei pressi di Al-Raqqah
La Siria non è più il paria regionale dell’ultimo decennio di Assad. Ma non è ancora, allo stesso tempo, uno Stato pienamente ricomposto. Ed è nello spazio tra queste due realtà che si gioca probabilmente la fase più delicata della transizione.
Un anno dopo, la domanda è cambiata
Nel suo intervento del 2026, al-Sharaa ha presentato una Siria che starebbe recuperando il proprio posto tra gli Stati e tornando a essere un elemento necessario della sicurezza regionale. La scelta delle parole riflette una trasformazione effettivamente avvenuta negli ultimi 18 mesi: Damasco non chiede più soltanto di uscire dall’isolamento, ma tenta di presentarsi come un interlocutore senza il quale diventa difficile costruire nuovi equilibri nel Levante.
La normalizzazione ha ormai superato il piano simbolico.
L’Unione Europea aveva già revocato nel maggio 2025 le sanzioni economiche generali imposte alla Siria, mantenendo misure mirate contro soggetti legati al precedente regime e restrizioni motivate da esigenze di sicurezza. Nel maggio 2026 Bruxelles ha compiuto un ulteriore passo, ripristinando integralmente l’accordo di cooperazione con Damasco sospeso dal 2011.
Ancora più significativo è stato il percorso statunitense. Le restrizioni economiche generali sono state progressivamente smantellate, il Caesar Act è stato abrogato alla fine del 2025 e, il 24 agosto 2026, Washington ha revocato anche la designazione della Siria come Stato sponsor del terrorismo. Nella stessa giornata è stata rimossa la designazione di Hay’at Tahrir al-Sham come organizzazione Specially Designated Global Terrorist.
Nel frattempo, la Lega Araba ha revocato le restrizioni politiche ed economiche introdotte nel 2011 e Damasco ha progressivamente ampliato i rapporti con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Turchia.
Non si tratta, quindi, di un semplice ritorno alla diplomazia. È la progressiva demolizione dell’architettura politica, finanziaria e giuridica che per oltre un decennio aveva tenuto la Siria ai margini del sistema regionale e internazionale.
La normalizzazione comincia a produrre interessi
La differenza rispetto alla prima fase della transizione è visibile soprattutto sul piano economico.
A settembre, una delegazione della Camera di Commercio statunitense composta da rappresentanti di circa cinquanta aziende ha visitato il Paese, mentre società americane hanno iniziato a valutare o avviare attività nei settori energetico, finanziario e dei servizi. Parallelamente, Damasco ha intensificato le interlocuzioni economiche con Turchia, Iraq, Emirati e altri partner regionali.
Questo passaggio è forse più importante delle stesse visite diplomatiche.
La normalizzazione diventa infatti più difficile da invertire quando smette di produrre soltanto dichiarazioni politiche e comincia a creare interessi economici. Investimenti, collegamenti aerei, progetti infrastrutturali e nuove rotte commerciali generano attori esterni che hanno qualcosa da perdere da una nuova destabilizzazione della Siria.
Anche per questo Damasco sta cercando di recuperare la propria funzione geografica.
Tra i progetti più ambiziosi figura la possibile realizzazione di una nuova direttrice energetica dall’Iraq al Mediterraneo attraverso Baniyas. La tratta Haditha–Baniyas riporterebbe la Siria all’interno della geografia energetica regionale, offrendo a Baghdad un ulteriore sbocco marittimo e restituendo a Damasco un ruolo di transito che la guerra civile aveva quasi completamente cancellato.

Convoglio di camion carichi di diesel provenienti dall’Iraq in attesa di accedere all’infrastruttura portuale di Baniyas
La strategia di al-Sharaa appare quindi sempre più chiara: fare della reintegrazione internazionale non un risultato finale, ma uno strumento per rendere economicamente conveniente anche agli altri Paesi la stabilizzazione della Siria.
Il problema è che la diplomazia può creare condizioni favorevoli. Non può sostituire lo Stato sul terreno.
Una sovranità ancora a geometria variabile
Il nord-est mostra bene questa distanza.
Il recente accordo raggiunto con le Forze Democratiche Siriane ha prodotto risultati che sarebbe errato sottovalutare. Mazloum Abdi è entrato nel nuovo assetto istituzionale come Consigliere della Presidenza, gli armamenti pesanti precedentemente in dotazione alle SDF sono stati progressivamente trasferiti al Ministero della Difesa e le strutture di sicurezza del nord-est stanno passando sotto il controllo delle Autorità centrali.
Ma integrazione non significa ancora completa assimilazione.
Permangono reti armate e logistiche ostili allo scioglimento delle precedenti strutture autonome, mentre alcune aree continuano a presentare criticità securitarie, amministrative e sociali. Ancora nella seconda metà di settembre, Damasco stava ampliando la presenza della Polizia Militare ad Al-Hasakah e proseguendo le interlocuzioni per completare l’assorbimento delle precedenti strutture militari e civili.
La sfida non consiste soltanto nel disarmare o incorporare formazioni armate. Significa convincere territori che per anni hanno sviluppato sistemi amministrativi autonomi che il ritorno dello Stato può garantire servizi, sicurezza e rappresentanza migliori rispetto alle strutture che sostituisce.
È una forma di sovranità molto più difficile da conquistare rispetto al semplice controllo militare.
Ad Al-Suwayda il problema è ancora più evidente. Le formazioni riconducibili allo sceicco druso Hikmat al-Hijri continuano a esercitare un controllo de facto su parti del Governatorato, mantenendo posti di blocco, capacità armate e strumenti di pressione sulla popolazione locale. Nel corso di settembre sono stati segnalati anche episodi di intimidazione e interventi contro proprietà appartenenti a comunità tribali sfollate.
Per Damasco, il dilemma è evidente. Imporre rapidamente il controllo mediante la forza potrebbe riaprire fratture confessionali che la nuova leadership vuole presentare come superate. Accettare indefinitamente centri armati autonomi significherebbe però rinunciare proprio a quel monopolio della forza sul quale dovrebbe poggiare il nuovo Stato.

Famiglie beduine abbandonano Al-Suwayda
Il sud è il vero banco di prova
È tuttavia nel rapporto con Israele che la distanza tra riconoscimento internazionale e sovranità effettiva appare più netta.
Durante il mese di settembre le Forze israeliane hanno continuato a operare nei Governatorati di Quneitra, Daraa e Rif Dimashq attraverso incursioni terrestri, attività di fuoco, perquisizioni e posti di blocco.

Veicoli militari israeliani raggruppati nei pressi del confine tra la Siria e le alture del Golan
È su questo sfondo che va letto il discorso di al-Sharaa all’ONU.
Il Presidente siriano ha riaffermato che il Golan resta territorio siriano, richiamando la risoluzione 497 del Consiglio di Sicurezza, e ha chiesto che le Forze israeliane tornino sulle posizioni precedenti all’8 dicembre 2024. Allo stesso tempo, ha ribadito l’impegno siriano verso l’accordo di disimpegno del 1974 e lasciato aperta la prospettiva di una pace fondata sul ripristino dei diritti territoriali siriani.
È probabilmente uno dei cambiamenti più rilevanti rispetto alla Siria di Assad.
La nuova leadership non sembra intenzionata a ricostruire la propria influenza attraverso il modello dell’“asse della resistenza”, né a trasformare automaticamente il confronto con Israele in uno strumento di legittimazione ideologica. Cerca piuttosto di spostare il dossier sul terreno della sovranità, del diritto internazionale e della pressione diplomatica.
In altre parole, Damasco tenta di utilizzare proprio la normalizzazione ottenuta con Occidente e Paesi arabi per rafforzare una posizione che, sul piano militare, non avrebbe gli strumenti per imporre.
Ma questa strategia contiene un paradosso.
Quanto più la Siria viene riconosciuta come Stato pienamente reintegrato nel sistema internazionale, tanto più diventa evidente la distanza tra tale riconoscimento e la realtà di un territorio nel quale Forze straniere continuano a operare senza che Damasco possa esercitare un controllo equivalente.
Il dossier delle presenze straniere
Alla vigilia del suo intervento all’ONU, durante un incontro organizzato dall’Atlantic Council, Al-Sharaa ha sostenuto che la Siria non abbia bisogno, nel lungo periodo, di basi militari straniere e che qualsiasi futura presenza debba poggiare su un quadro giuridico formalmente approvato dall’Assemblea del Popolo.
Il principio non riguarda soltanto Israele.
Con la Russia, Damasco sta già tentando di trasformare un rapporto nato dalla dipendenza militare del regime di Assad in una relazione regolata tra Stati. Il nuovo assetto prevede il ritorno sotto gestione siriana di parte delle infrastrutture civili e commerciali di Hmeimim e Tartous e la riconfigurazione delle installazioni militari russe, mentre il supporto logistico di Mosca non si è interrotto.
È un passaggio meno visibile di un discorso alle Nazioni Unite, ma altrettanto importante.
Per oltre un decennio il territorio siriano è stato uno spazio nel quale Russia, Iran, Turchia, Stati Uniti e Israele hanno potuto perseguire interessi differenti, spesso senza che Damasco disponesse degli strumenti per determinarne realmente le condizioni.
Ricostruire la sovranità significa anche invertire quella relazione: fare in modo che la presenza di attori stranieri torni a dipendere, almeno formalmente, dal consenso dello Stato siriano e non dalla sua debolezza.
Il vero test viene dall’interno
C’è infine una dimensione meno geopolitica, ma forse ancora più importante.
Uno Stato non si misura soltanto dalla quantità di Ambasciatori che riceve o dagli incontri internazionali del proprio Presidente. Si misura dalla capacità di garantire elettricità, carburante, salari, sicurezza e servizi.
Ed è qui che la Siria resta fragile.
La produzione nazionale di petrolio copre ancora solo una parte del fabbisogno, quella di gas resta insufficiente e il Paese continua a dipendere fortemente dalle importazioni energetiche. Nel mese di settembre, l’aumento dei prezzi dei carburanti ha provocato proteste in numerosi Governatorati, con blocchi stradali e ripercussioni sui trasporti e sui servizi essenziali.
Gli interventi di ricostruzione stanno aumentando e la produzione elettrica è migliorata, ma il divario rispetto alle esigenze del Paese rimane enorme.
È per questo che la politica estera di al-Sharaa non può essere separata dalla stabilizzazione interna.
La rimozione delle sanzioni, gli investimenti del Golfo, il ritorno delle imprese occidentali e la riapertura dei corridoi commerciali devono produrre qualcosa di visibile all’interno della Siria. Se la normalizzazione resterà confinata ai rapporti tra Governi, difficilmente potrà consolidare da sola il nuovo sistema.
Il vero passaggio sarà trasformare il riconoscimento internazionale in capacità statale.
Considerazioni finali: dalla legittimazione alla sovranità
La seconda partecipazione di Ahmed al-Sharaa all’Assemblea Generale fotografa quindi una fase molto diversa rispetto a quella del settembre 2025.
Allora la priorità era dimostrare che la Siria post-Assad avesse un interlocutore con il quale il mondo potesse tornare a parlare. Un anno dopo, quella battaglia appare in larga parte superata. L’isolamento economico è stato drasticamente ridimensionato, i principali attori regionali hanno riaperto i rapporti con Damasco e Stati Uniti e Unione Europea hanno compiuto scelte che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate difficilmente immaginabili.
La questione adesso è diversa.
Il nord-est deve completare la propria integrazione. Al-Suwayda deve essere ricondotta dentro un equilibrio statale senza riaprire una frattura confessionale. La presenza israeliana nel sud continua a porre un limite concreto alla sovranità rivendicata da Damasco. Le Forze straniere devono essere ricondotte a nuovi rapporti giuridici e politici. E soprattutto, la ricostruzione deve iniziare a produrre benefici sufficientemente visibili da dare sostanza alla nuova Autorità.
Al-Sharaa ha ottenuto rapidamente riconoscimento e accesso diplomatico. Il passaggio successivo sarà molto più difficile, perché non dipenderà dalle fotografie con i leader stranieri né dalla rimozione di una sanzione. Dipenderà dalla capacità di trasformare una Siria nuovamente riconosciuta dall’esterno in uno Stato effettivamente ricomposto dall’interno.
A cura di EDOARDO REGA

