In una recente intervista rilasciata a Il Sussidiario a cura di Paolo Rossetti, il direttore di COSMO, Bernard Selwan Khoury, ha analizzato le dinamiche della nuova escalation tra Hezbollah e Israele e le possibili implicazioni politiche e strategiche per il Libano.
Di seguito l’intervista completa.
Israele prepara l’invasione con un’operazione di terra limitata a sud del Libano. A opporsi sono i cristiani che non obbediscono agli ordini di evacuazione
Un’operazione di terra nel sud del Libano. L’IDF l’ha annunciata e messa in atto, avvisando, però, che per il momento è limitata. Un’azione che alza il livello delle operazioni perché prepara l’invasione dell’area di confine da parte israeliana. Da risolvere c’è sempre il problema del disarmo di Hezbollah, ma anche il mancato ritiro di Israele dai territori non suoi.
Per sbloccare la situazione, spiega Bernard Selwan Khoury, direttore italo-libanese del Centro Studi COSMO, deve intervenire la comunità internazionale, Italia compresa. Mentre la vera resistenza, senza armi, è quella della comunità cristiana, che non abbandona il sud nonostante gli ordini di evacuazione israeliani.
Israele ha cominciato un’operazione di terra limitata in Libano? È l’inizio dell’occupazione del sud?
Aspetterei a parlare di invasione. L’obiettivo degli israeliani è di estendere la buffer zone e garantire sicurezza alle popolazioni del nord di Israele. Hezbollah ha dimostrato di avere ancora nel sud delle capacità militari e questo riflette altri problemi del Libano, la debolezza dello Stato, quantomeno un po’ di inefficienza da parte degli apparati militari di sicurezza nel ripulire il sud del Paese delle armi che non siano quelle dell’esercito regolare.

Ma l’invasione israeliana c’entra qualcosa con questa iniziativa?
Non si può parlare di invasione su larga scala, o di un’occupazione permanente del Libano meridionale; tuttavia, emergono voci sia israeliane che americane relative a piani finalizzati a espandere significativamente l’operazione, con l’obiettivo strategico di arrivare fino al fiume Litani e smantellare tutte le infrastrutture di Hezbollah. Qui entra in gioco un altro elemento di criticità, l’UNIFIL, che ha giurisdizione proprio dal Litani in giù. La sua presenza potrebbe rappresentare un ostacolo per il raggiungimento degli obiettivi strategici militari israeliani.
Chi può opporsi a Israele nel sud se non Hezbollah?
L’ambasciatore libanese presso la Santa Sede, Fadi Hassaf, rifletteva sul quotidiano libanese An Nahar su come la permanenza dei cristiani nel sud del Libano, nei villaggi che si rifiutano di evacuare, sia la più forte forma di resistenza. Che non solo è priva di armi, ma rappresenta un simbolo. E sappiamo che la Santa Sede si è già mossa per supportare i libanesi rimasti nel sud, che sono i cristiani.
Il ministro della difesa israeliano Katz dice che gli israeliani vogliono uccidere Naim Qassem, capo di Hezbollah, e che bombarderanno finché Hezbollah resisterà. L’IDF vuole riservargli lo stesso trattamento di Hamas a Gaza?
L’obiettivo di Israele è smantellare la presenza militare del Partito di Dio. Il rischio di un’operazione stile Gaza è reale. Hezbollah è radicato nella comunità sciita, ha infrastrutture sotterranee ed è diventato uno strumento pilotato dai Pasdaran. Nel contesto della guerra contro Israele e USA, pur indebolito, potrebbe sopravvivere come forza di guerriglia, prolungando un conflitto in cui Israele rischierebbe di non arrivare a una vittoria decisiva. Hezbollah non è una forza armata composta da professionisti, ma da persone inserite nella popolazione civile. I depositi di armamenti sono, se non sotto le abitazioni civili, integrati nel tessuto sociale, un vantaggio strategico rispetto a un esercito regolare come le IDF.

Di chi è la colpa della tensione Libano-Israele, di Hezbollah che non si è fatta disarmare o di Tel Aviv che non si è ritirata dai territori che aveva occupato?
La maggiore responsabilità di ciò che sta accadendo ricade su un gruppo che poteva continuare a esistere come partito politico senza trascinare l’intero Paese in una guerra che né il presidente della Repubblica, né il Ministero della Difesa hanno scelto. Probabilmente una decisione arrivata da Teheran, che ha mosso la più importante pedina che ha in Medio Oriente in una guerra di sopravvivenza.
Perché Hezbollah non depone le armi?
La questione delle armi è anche culturale: per la parte della comunità sciita che supporta Hezbollah le armi rappresentano anche l’identità, durante le proteste ne parlano utilizzano il termine karama, traducibile con dignità. Togliere le armi agli sciiti di Hezbollah non è un’operazione solo militare, comporta una rieducazione culturale, sociale. Non è un’operazione banale. Il Partito di Dio non disarmerà oggi. Dovendo scegliere tra disarmo o morte, che in questo caso sarebbe il martirio, i suoi componenti sceglierebbero la seconda.
Israele ci ha messo del suo?
Le IDF non hanno collaborato come avrebbero dovuto lasciando le loro postazioni nel sud. Dicono di non averlo fatto per impedire il rafforzamento di Hezbollah, che a sua volta non ha rispettato appieno l’attuazione della risoluzione ONU 1701 che prevede il ritiro dal sud e il disarmo. Oggi il Libano non vuole che nessun centimetro venga ceduto a Israele, ma neanche che il Libano venga trascinato da Hezbollah in guerre che non gli appartengono. Vuole tornare alla sua posizione naturale, la neutralità, non essere più un terreno di scontro per parti terze.
Il governo ha dichiarato legittime solo le azioni armate dell’esercito cui ha dato mandato di disarmare Hezbollah. Potrebbero riaccendersi le tensioni fra le diverse comunità del Paese?
Il Libano, grande quanto l’Abruzzo, contando esclusivamente sull’umanità della sua popolazione, sta gestendo lo sfollamento di un milione di persone, mentre ospita già un milione e mezzo di rifugiati siriani, oltre a 500 mila palestinesi. Buona parte dei libanesi, anche cristiani, ha aperto le proprie scuole e le chiese e si sta dimostrando collaborativa con gli esuli, per la maggior parte sciiti. Molti di loro sono funzionari, membri attivi di Hezbollah.

E a livello politico la situazione com’è?
Le posizioni del governo sono storiche. Non è mai accaduto che dichiarasse illegali non soltanto le armi di Hezbollah, ma anche l’apparato di sicurezza, di intelligence. Gli omicidi eccellenti dall’uccisione dell’ex premier Rafiq Hariri Il 14 febbraio 2005 sono avvenuti durante l’occupazione siriana e grazie al supporto dell’apparato di sicurezza di Hezbollah. La decisione del governo, però, resta sulla carta: l’esercito libanese non ha la forza di disarmare chi è più forte di lui. Il coinvolgimento di Hezbollah nella guerra ha profondamente incrinato i rapporti con il Partito di Dio; tuttavia, la popolazione libanese vuole che la comunità sciita torni a far parte della società libanese.
La guerra andrà avanti a lungo, più di quella in Iran?
La guerra in Iran potrebbe risolversi con i negoziati, ma il Libano rischia di pagare un prezzo maggiore. Ha bisogno di un fortissimo sostegno da parte della comunità internazionale, che deve riattivare il lavoro diplomatico per garantire alla comunità sciita che la sua dignità e la sua sicurezza provengano dallo Stato libanese. Hezbollah non può continuare ad avere un proprio esercito. E se c’è qualcuno che vuole combattere una guerra contro Israele per conto dell’Iran, lo deve fare dal territorio iraniano.
Il disarmo come può avvenire?
La comunità internazionale deve spingere per un cessato il fuoco immediato e lavorare per arrivare a un disarmo di Hezbollah: bisognerà coinvolgere la parte della comunità sciita aperta al dialogo, il partito di Nabih Berri, presidente del Parlamento, sciita, considerato da Hezbollah il “fratello maggiore”. Occorrerà rafforzare l’esercito libanese perché eserciti la propria sovranità su tutto il territorio. Se alcune unità di Hezbollah cercheranno di riformarsi militarmente, sono da considerarsi alla stregua di ogni banda criminale.

Anche l’Italia può avere un ruolo?
La Francia sta proponendo piani per un negoziato, ma Israele non ha mostrato interesse. L’Italia potrebbe essere molto più influente in considerazione degli storici legami tra i due Paesi. Deve essere meno timida in termini di politica estera, conscia del fatto che, come Paese mediterraneo, fratello del Libano, può giocare un ruolo di primo piano sul piano diplomatico.

