Deroga statunitense alle sanzioni sul petrolio russo
Il 12 marzo 2026 l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha emesso la “Russia-related General License 134”, autorizzando temporaneamente la consegna, la vendita e lo scarico di petrolio greggio e di prodotti petroliferi di origine russa già caricati su petroliere entro le ore 00:01 (ora di Washington) della stessa data. La licenza, valida fino alle ore 00:01 dell’11 aprile 2026, introduce dunque una deroga limitata nel tempo – pari a 30 giorni – alle sanzioni statunitensi contro la Federazione Russa, consentendo il completamento di transazioni commerciali relative a carichi già in transito che, in assenza della misura, risulterebbero in violazione del regime sanzionatorio vigente. Secondo quanto dichiarato dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, il provvedimento rappresenta una misura temporanea e circoscritta, adottata con l’obiettivo di contribuire alla stabilizzazione dei mercati energetici globali in un contesto caratterizzato da forte volatilità. In particolare, la licenza intende consentire lo sblocco di forniture petrolifere già caricate su navi e rimaste di fatto immobilizzate in mare (“stranded at sea”) a causa delle tensioni geopolitiche e delle restrizioni sanzionatorie. La decisione si inserisce nel più ampio quadro della crisi energetica generata dall’attuale conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran in Medio Oriente. In tale contesto, il parziale blocco dello Stretto di Hormuz, attribuito ad attività di minamento e interferenze navali iraniane, ha determinato una significativa impennata dei prezzi del greggio, che hanno superato la soglia dei 100 dollari al barile. Secondo l’Amministrazione statunitense, la licenza non dovrebbe tradursi in un beneficio finanziario rilevante per il governo russo, dal momento che le principali entrate fiscali di Mosca derivano dalla tassazione della produzione e dell’estrazione petrolifera, piuttosto che dalle vendite finali del greggio. Inoltre, gran parte dei carichi attualmente in mare risulterebbe già stata pagata anticipatamente, spesso a prezzi scontati. Le Autorità statunitensi hanno inoltre precisato che la licenza non autorizza nuove spedizioni di petrolio russo, né consente transazioni connesse all’Iran o a beni iraniani.
Critiche ucraine
La decisione ha tuttavia suscitato forti critiche da parte dell’Ucraina. Il 13 marzo a Parigi, il Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha definito la misura “non la scelta giusta”, sostenendo che un allentamento, seppur temporaneo, del regime sanzionatorio potrebbe generare entrate aggiuntive per la Russia fino a 10 miliardi di dollari. Secondo Kiev, tali risorse potrebbero essere impiegate per sostenere lo sforzo bellico russo nel conflitto contro l’Ucraina, giunto ormai al quinto anno. In termini economici, l’aumento dei prezzi globali del petrolio combinato con la deroga temporanea potrebbe effettivamente tradursi in un incremento delle entrate per Mosca. Diverse stime indicano un possibile beneficio compreso tra 3 e 5 miliardi di dollari entro la fine di marzo, con valori potenzialmente superiori qualora i prezzi del greggio dovessero rimanere su livelli elevati. In sintesi, la licenza statunitense rappresenta una misura emergenziale volta ad attenuare lo shock energetico globale generato dalla crisi nel Golfo, ma ha al tempo stesso riacceso le tensioni politiche con l’Ucraina, che percepisce tale decisione come un vantaggio indiretto per l’economia di guerra russa.
Attacchi statunitensi sull’isola di Kharg
Nella notte tra il 13 e il 14 marzo 2026, gli Stati Uniti hanno condotto un attacco aereo su larga scala contro obiettivi militari situati sull’isola di Kharg, principale hub per l’esportazione di petrolio iraniano nel Golfo Persico. L’isola, situata a circa 22 miglia nautiche (40 chilometri) dalla costa sud-occidentale dell’Iran, rappresenta un’infrastruttura strategica per l’economia di Teheran, gestendo fino al 90% delle esportazioni di greggio del Paese, pari a circa 2–3 milioni di barili al giorno in condizioni operative normali.
L’operazione è stata condotta dalle forze statunitensi sotto il comando del United States Central Command (CENTCOM) nella tarda serata del 13 marzo (ora locale). Il Presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’azione tramite i propri canali social, descrivendola come una delle più significative operazioni di bombardamento condotte nella regione negli ultimi anni. Secondo le dichiarazioni ufficiali, l’attacco avrebbe colpito oltre 90 obiettivi militari, tra cui installazioni navali, depositi di mine, bunker missilistici, sistemi radar, batterie antiaeree e infrastrutture logistiche di supporto.
Le Autorità statunitensi hanno precisato che i terminal petroliferi e le infrastrutture direttamente dedicate all’esportazione di greggio non sono stati deliberatamente presi di mira, al fine di evitare un’interruzione immediata delle forniture energetiche globali. Allo stesso tempo, Washington ha avvertito che tali infrastrutture potrebbero diventare obiettivi militari qualora l’Iran dovesse continuare a interferire con la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
Fonti locali e media iraniani hanno riferito di oltre quindici esplosioni di forte intensità sull’isola, con colonne di fumo visibili a grande distanza e scosse percepite dalla popolazione come simili a un terremoto per circa due ore. Secondo tali fonti, diverse strutture militari avrebbero subito danni rilevanti, mentre le operazioni di carico e esportazione del petrolio sarebbero proseguite senza interruzioni significative.
Rilevanza strategica dell’isola di Kharg
L’attacco si colloca nella terza settimana del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziato alla fine di febbraio 2026 con una serie di operazioni mirate che hanno eliminato figure chiave della leadership iraniana, tra cui il Leader Supremo Ali Khamenei. In risposta, Teheran avrebbe parzialmente minato lo Stretto di Hormuz e condotto azioni di disturbo contro il traffico marittimo internazionale. Lo Stretto rappresenta un passaggio strategico attraverso il quale transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio, e le tensioni nella regione hanno già determinato una significativa volatilità dei mercati energetici. In questo contesto, l’isola di Kharg costituisce un obiettivo di elevato valore strategico: oltre a rappresentare il principale nodo logistico dell’export petrolifero iraniano, ospita installazioni militari e sistemi difensivi a supporto delle operazioni navali iraniane nel Golfo Persico. Le Autorità iraniane avevano in precedenza indicato un eventuale attacco contro l’isola come una “linea rossa” strategica, minacciando ritorsioni su larga scala. Sul piano politico-militare, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha definito l’attacco un’“aggressione” e ha minacciato possibili ritorsioni contro installazioni statunitensi nella regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. Parallelamente, i media statali iraniani hanno cercato di ridimensionare l’entità dei danni subiti dalle infrastrutture energetiche. Nel complesso, l’attacco statunitense rappresenta un’escalation calibrata, finalizzata a indebolire le capacità militari iraniane nel Golfo senza colpire direttamente – almeno in questa fase – il cuore dell’economia petrolifera del Paese. Tuttavia, la possibilità di futuri attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane rimane sul tavolo, qualora l’Iran dovesse continuare a ostacolare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. In tale scenario, i mercati energetici globali rimangono in uno stato di elevata incertezza, con prezzi del greggio altamente volatili e timori crescenti di una possibile interruzione più ampia delle forniture.

