Nell’ombra del nome: la costruzione di una forza invisibile che agisce prima di apparire

Un nome ai margini

Edizione di An-Nahar del 3 ottobre 1984, pagina 5, un breve trafiletto in basso a destra titola: «Fadlallah: “Gli errori possono distruggerci. Non sono un dirigente di Hezbollah”». Il titolo è quasi invisibile, compresso accanto a una pubblicità patinata che annuncia il trasferimento dell’International Sporting Club nella lussuosa Park Avenue londinese.

(Edizione di An-Nahar del 3 ottobre 1984 ©An-Nahar)

È una presenza marginale. Eppure, in quello spazio periferico della pagina, compare uno dei primi riferimenti espliciti a Hezbollah (“Partito di Dio”) nella stampa libanese mainstream.

Questa menzione arriva con mesi di ritardo rispetto a un processo in corso altrove: già nel giugno 1984, infatti, il nome “Hezbollah” era apparso apertamente nelle pagine di Al-’Ahd («Il Patto»), il settimanale ufficiale del movimento — sottotitolato significativamente “Voce della Rivoluzione Islamica in Libano”. In quel contesto, il nome non è ambiguo né mediato: viene utilizzato in modo sistematico, come espressione di un’identità già definita all’interno dei circuiti militanti e ideologici.

Ciononostante, fino ad allora nella stampa libanese mainstream, questo nuovo movimento era rimasto sfocato: si parlava di “gruppi sciiti radicali”, “militanti filo-iraniani” o “resistenza islamica nella Bekaa”. È solo tra l’estate e l’autunno del 1984 che questo scarto inizia a ridursi. Mentre Al-’Ahd consolida l’uso interno del nome, i grandi quotidiani libanesi cominciano a registrarlo, per poi incorporarlo gradualmente nel lessico politico. Hezbollah comincia così a esistere anche come oggetto riconoscibile nello spazio mediatico.

Il nome emerge, la struttura è già operativa

Quando il nome entra nel discorso pubblico, la realtà che designa è già pienamente operativa. Il “Partito di Dio” non nasce nel 1984, esiste invece da almeno due anni e ha — fino alla fondazione di Al-’Ahd — scelto deliberatamente di non esporsi. Già nel 1982, nel pieno dell’invasione israeliana del Libano e con l’arrivo dei Pasdaran iraniani nella valle della Bekaa, aveva infatti preso forma una rete clandestina composita e priva di un’identità pubblica univoca, sebbene già strutturata. L’invisibilità dei primi anni è stata una risorsa per il gruppo, che ha operato senza attrarre un’eccessiva pressione esterna, si è progressivamente strutturato internamente e, soprattutto, ha evitato uno scontro prematuro con Amal, il principale attore sciita dell’epoca.

Alla luce di quanto osservato, comprendere la nascita di Hezbollah significa quindi spostare lo sguardo oltre la sua comparsa nei media e ricostruire il sistema di condizioni e il processo che ne hanno reso possibile l’emergere. Il “Partito di Dio” è infatti il risultato di una convergenza particolarmente efficace tra un progetto ideologico transnazionale e un contesto locale già predisposto ad accoglierlo.

Una rivoluzione universale

Il primo elemento di questa convergenza è rappresentato dalla Rivoluzione iraniana del 1979. La fuga dello Scià e il ritorno dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini a Teheran, accolto da milioni di sostenitori dopo anni di esilio, segnano non solo il crollo della monarchia, ma l’avvio di una trasformazione radicale dell’ordine politico iraniano. La Rivoluzione assume rapidamente una direzione definita: il potere religioso si afferma come perno dello Stato e nasce una Repubblica Islamica fondata su un principio nuovo nel panorama contemporaneo, quello del Velayat-e Faqih (“Tutela del Dotto”). In questo modello, l’autorità politica diventa diretta espressione di quella religiosa, dando forma a un sistema che combina teocrazia sciita, rifiuto dell’influenza occidentale e mobilitazione degli “oppressi” (mustad’afun) contro gli “oppressori” (mustakbirun). 

(L’Ayatollah Ruhollah Khomeini scende dall’aereo che lo ha riportato in Iran dopo 15 anni di esilio, Aeroporto Internazionale di Teheran-Mehrabad, 1° febbraio 1979 ©Wikimedia Commons)

La “Rivoluzione” del ’79 viene sin da subito presentata dai nuovi leader iraniani come esportabile: il suo linguaggio è universale e si rivolge esplicitamente alle comunità sciite marginalizzate al di fuori dell’Iran. L’esperienza iraniana non è quindi un unicum nazionale, piuttosto un modello replicabile di emancipazione degli “oppressi” contro sistemi percepiti come subordinati all’imperialismo.

Non è un caso che il gruppo nascente scelga un nome che rifletta direttamente questo impianto ideologico. Hezbollah (حزب الله, Ḥizb Allāh) significa infatti letteralmente “Partito di Dio” e deriva da un’espressione coranica, tratta dalla Sura V (Al-Ma’idah, 5:56): «Coloro che prendono Allah, il Suo Messaggero e i credenti come alleati… sono il partito di Dio, e saranno i vincitori». Il riferimento non è soltanto simbolico. Nel lessico rivoluzionario iraniano, centrale nel discorso di Khomeini, il “Partito di Dio” si contrappone implicitamente a quello degli oppressori, traducendo in termini religiosi e politici la dicotomia tra mustad’afun e mustakbirun. L’adozione di questo nome rappresenta quindi l’affermazione esplicita di una collocazione ideologica e di una missione — un richiamo che trova ulteriore conferma anche nell’iconografia del movimento, dove l’espressione coranica è ripresa direttamente nella bandiera e nel suo emblema ufficiale.

Un terreno pronto a riceverla

In Libano, questa proiezione ideologica incontra un terreno particolarmente ricettivo. La comunità sciita libanese aveva già avviato, negli anni ‘70, un processo di politicizzazione, il quale ha preceduto e in parte preparato la ricezione del messaggio khomeinista. Una nuova generazione di clerici — tra cui Abbas Al-Musawi e Hassan Nasrallah, che si succederanno poi al Segretariato Generale di Hezbollah — aveva infatti assimilato elementi del pensiero rivoluzionario iraniano già prima del 1979, attraverso percorsi di formazione religiosa e contatti diretti con i centri religiosi di Najaf (Iraq) e Qom (Iran). 

Dopo la Rivoluzione iraniana, il processo di penetrazione ideologica e di connessione tra Iran e comunità sciita libanese si intensifica sensibilmente: le visite di emissari iraniani in Libano e la diffusione di materiali ideologici — inclusi i sermoni di Khomeini — nel Paese contribuiscono a radicare un immaginario politico-religioso centrato su jihad, martirio e giustizia sociale.

Questo innesto ideologico non avviene su un terreno neutro. Al contrario, all’inizio degli anni ’80, la comunità sciita libanese — pur rappresentando una quota crescente della popolazione — resta la più marginalizzata all’interno del sistema confessionale: esclusione politica, disuguaglianze economiche e carenze strutturali nelle aree a predominanza sciita (sud e valle della Bekaa) contribuiscono ad alimentare un risentimento diffuso verso le istituzioni nazionali.

Un primo tentativo di risposta a tale marginalizzazione era già emerso con Musa Al-Sadr, fondatore, nel 1974, del “Movimento dei Diseredati” e del suo braccio armato, Amal. Sebbene Al-Sadr abbia introdotto una forma di mobilitazione che combinava rivendicazione sociale e rappresentanza politica, con la sua misteriosa scomparsa in Libia nel 1978, Amal evolve verso una linea più pragmatica e meno ideologicamente radicale. Questa trasformazione, pur rafforzando il ruolo istituzionale dell’organizzazione, lascia scoperto uno spazio politico e ideologico che una nuova generazione di militanti — più sensibile al messaggio rivoluzionario iraniano — inizia progressivamente a occupare.

La guerra civile libanese, esplosa nel 1975, accelera ulteriormente queste dinamiche e ne amplifica gli effetti. Il collasso dello Stato centrale, la frammentazione territoriale e la moltiplicazione degli attori armati producono un vuoto di potere che favorisce l’emergere di nuove formazioni e la progressiva militarizzazione della società.

È poi l’intervento israeliano a fungere da catalizzatore decisivo. Dopo l’operazione “Litani” del 1978, l’invasione su larga scala del giugno 1982 segna una rottura strutturale: se in una fase iniziale una parte della popolazione sciita percepisce Israele come un possibile contrappeso alla presenza palestinese, tale sentimento muta rapidamente in ostilità, dettata dall’occupazione prolungata, dalle distruzioni diffuse e dalla quotidiana esperienza dell’umiliazione. A questa dinamica si sommano gli effetti sociali della guerra. Gli spostamenti forzati dal Sud — in particolare verso il sobborgo meridionale di Beirut, la Dahiyeh — contribuiscono a concentrare la base sociale sciita in spazi urbani marginalizzati e a dare vigore a processi di radicalizzazione. 

In questo contesto — in cui marginalizzazione strutturale, guerra civile e occupazione straniera si sovrappongono — migliaia di giovani sciiti trovano nel discorso rivoluzionario iraniano non soltanto una chiave interpretativa della realtà, ma anche un quadro ideologico e operativo entro cui collocare la propria azione.

Dalla mobilitazione alla clandestinità organizzata

È proprio all’interno di questo bacino sociale e militante che iniziano a prendere forma le prime cellule organizzate. Militanti provenienti da Amal — in particolare dalla sua ala più radicale — insieme a gruppi jihadisti sciiti minori e reti locali già attive nella resistenza anti-israeliana, cominciano a strutturarsi in nuclei sempre più coordinati. In questa fase, tuttavia, tali gruppi non operano ancora sotto un’identità unitaria né sotto una denominazione stabile: le loro attività vengono attribuite a sigle diverse, spesso funzionali alla clandestinità. Si tratta di una fase fluida, in cui l’aggregazione precede la formalizzazione e l’identità resta deliberatamente opaca.

Il passaggio a struttura organizzata avviene con l’arrivo dei Pasdaran iraniani in Libano nel 1982. Pochi mesi dopo l’invasione israeliana, Teheran dispiega tra i 1.000 e i 1.500 uomini del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) nella valle della Bekaa, in particolare sulle alture di Baalbek-Hermel, allora sotto controllo siriano. Il loro intervento, autorizzato da Hafez Al-Assad, risponde a una logica precisa: organizzare e coordinare gruppi militanti già esistenti per creare una formazione strutturata.

I Pasdaran cominciano così a fornire addestramento avanzato alla guerriglia e alla guerra asimmetrica, introducendo tecniche operative che si riveleranno decisive negli anni successivi — in primis quella degli attentati suicidi, già sperimentati nel contesto del conflitto Iran-Iraq —, nonché a promuovere i principi del Velayat-e Faqih, contribuendo a costruire una nuova identità militante fondata sulla Resistenza Islamica (Al-Muqawama Al-Islamiyya). I Guardiani della Rivoluzione inviati da Teheran agiscono inoltre come catalizzatori organizzativi, favorendo la convergenza tra la frangia scissionista e radicale di Amal — nota come “Islamic Amal” —, gruppi sciiti minori e reti militanti locali. 

Non meno importante: i Pasdaran si radicano nelle comunità locali e creano rapporto di fiducia con la popolazione, anche attraverso matrimoni con donne sciite libanesi. Questi legami familiari contribuiscono a “libanizzare” il progetto iraniano, trasformando progressivamente la presenza di Teheran nel Paese da intervento esterno a realtà endogena. Anche i neo-costituiti campi di addestramento della Bekaa diventano veri e propri spazi di trasformazione sociale: insieme alle basi nascono moschee, scuole coraniche, reti di assistenza e servizi sociali destinati alle fasce più vulnerabili della popolazione. 

Prende così forma il nucleo originario di Hezbollah: sebbene si tratti di un’entità ancora priva di piena visibilità pubblica, il gruppo è già dotato di direzione strategica e identità ideologica. Dai suoi albori, il “Partito di Dio” inizia quindi a configurarsi, oltre che come forza militare, come un sistema integrato di protezione, welfare e rappresentanza della comunità sciita, capace di colmare i vuoti dello Stato e di radicarsi nel tessuto sociale. Ed è proprio questa combinazione che spiega la rapidità e la profondità della sua affermazione.

A questo punto va osservato che quando questo processo giunge a maturazione, il nome Hezbollah compare ancora in modo marginale, quasi invisibile — relegato in un trafiletto in basso a destra di una pagina di giornale, accanto a una pubblicità. Ma come può un attore ancora quasi anonimo nello spazio pubblico avere già tanta rilevanza?

Colpire restando invisibili

La risposta risiede proprio nella fase clandestina che precede la sua emersione nominale. Dopo l’arrivo dei Pasdaran iraniani nella valle della Bekaa tra l’estate e l’autunno del 1982, il nucleo embrionale di Hezbollah — ancora privo di una denominazione unitaria — passa rapidamente dalla formazione ideologica e militare alla piena operatività: si forma una rete coordinata che fonde cellule preesistenti, capace di agire in clandestinità attraverso l’uso sistematico di nomi di copertura.

Il nucleo nascente del “Partito di Dio” avvia operazioni armate nei mesi immediatamente successivi all’invasione israeliana del 1982. L’attacco di Tiro dell’11 novembre 1982 è generalmente considerato il primo attentato suicida di rilievo attribuibile a questa rete: un’autobomba guidata da Ahmad Qasir colpisce il quartier generale delle Forze di Difesa israeliane (IDF), causando decine di vittime tra militari e personale di sicurezza. Pur non essendo rivendicato formalmente all’epoca, l’attentato viene successivamente riconosciuto da Hezbollah, assumendo un carattere quasi fondativo: primo esempio riuscito della sua capacità operativa e atto simbolico che consacra il martirio come strumento centrale della sua strategia.

(I soccorritori cercano i sopravvissuti dopo un’esplosione al quartier generale militare israeliano nella città libanese di Tiro, 11 novembre 1982 ©Archivio IDF)

Questo episodio anticipa infatti le modalità che diventeranno caratteristiche dell’organizzazione negli anni successivi. È tuttavia sotto lo pseudonimo di Al-Jihad Al-Islami che la rete emergente acquisisce visibilità internazionale. Il 18 aprile 1983 un camion bomba colpisce la sede dell’Ambasciata statunitense a Beirut Ovest, causando 63 morti. Solo pochi mesi dopo, il 23 ottobre 1983, due attentati simultanei e coordinati segnano un punto di svolta: un camion bomba colpisce la caserma dei Marines statunitensi presso l’Aeroporto Internazionale della Capitale libanese, mentre un secondo attacco prende di mira il quartier generale dei Paracadutisti francesi nel complesso “Drakkar”, nel quartiere di Ramlet Al-Baida, nella parte occidentale della stessa città. Il bilancio è devastante: 241 militari statunitensi e 58 francesi uccisi. Tra gli attacchi più gravi mai subiti da forze occidentali nel secondo dopoguerra.

La strategia è subito chiara: non si tratta di episodi isolati, ma di azioni pianificate contro i contingenti stranieri presenti in Libano con il duplice obiettivo di costringerli al ritiro e dimostrarne la vulnerabilità. All’interno della comunità sciita libanese, tali attacchi producono un effetto dirompente: la “Resistenza Islamica” non è più soltanto un discorso ideologico, ma una realtà capace di incidere concretamente sugli equilibri di potere.

La rivelazione di una realtà già esistente

Nonostante l’impatto di queste operazioni, il nome Hezbollah è ancora nell’ombra. Nella stampa libanese e occidentale si continua a parlare di “gruppi sciiti radicali” o “Jihad Islamico”. Poi, il 18 giugno 1984 esce il primo numero di Al-’Ahd, mezzo attraverso cui la rivoluzione khomeinista viene tradotta nel contesto libanese. Le sue pagine diffondono sermoni, analisi della resistenza e un linguaggio politico-religioso centrato sulla dicotomia tra oppressi e oppressori. Per la prima volta, il nome Hezbollah compare in modo sistematico e senza maschere. Questa esposizione, inizialmente confinata ai circuiti militanti, comincia quindi nei mesi successivi a filtrare nella stampa mainstream.

Il passaggio definitivo dalla clandestinità alla piena visibilità avviene il 16 febbraio 1985. In occasione dell’anniversario dell’uccisione di Sheikh Raghib Harb — chierico simbolo della “Resistenza sciita” contro l’occupazione israeliana del Libano —, Hezbollah rende pubblica la “Lettera aperta ai diseredati del Libano e del mondo”. Letta dall’allora portavoce ufficiale, Ibrahim Amin al-Sayyid, nella moschea Al-Ouzai di Beirut Ovest, e affidata contestualmente alle pagine di Al-’Ahd e Al-Safir, la Lettera rappresenta l’atto ufficiale di fondazione del “Partito di Dio”. Ne definisce l’identità, ne chiarisce gli obiettivi e ne colloca l’azione all’interno di una cornice ideologica transnazionale. Il linguaggio ricalca quello della rivoluzione iraniana: gli “oppressi” (mustad’afun) contro gli “arroganti” (mustakbirun), gli Stati Uniti come “Grande Satana”, Israele come nemico esistenziale. La Lettera sancisce inoltre la fedeltà al Velayat-e Faqih e propone un modello politico alternativo al sistema confessionale libanese, di fatto trasformando definitivamente un insieme di cellule clandestine in un attore politico-militare consapevole della propria identità e del proprio ruolo.

(“Lettera aperta ai diseredati del Libano e del mondo”, 16 febbraio 1985 ©Al-’Ahd)

Hezbollah esce dall’ombra. Il nome, fino a quel momento frammentato tra sigle e attribuzioni indirette, diventa ufficiale e riconoscibile. Nel 1985, Hezbollah sceglie di rivelarsi. E quando finalmente prende nome, è già qualcosa di molto più complesso di una milizia. È il primo e più compiuto “figlio” della rivoluzione khomeinista — un attore capace di trasformare un progetto ideologico in una realtà politica, militare e sociale destinata a ridefinire gli equilibri del Medio Oriente.