Sea Watch Italia: imbarcazione capovolta

In una recente intervista a L’Altravoce, il direttore di COSMO, Bernard Selwan Khoury, ha analizzato ha analizzato la questione delle vittime in mare, sottolineando come le oltre 700 morti registrate nel Mediterraneo centrale non rappresentino un’anomalia, ma la conferma di una crisi strutturale e ricorrente.

Di seguito l’intervista.

Non chiamiamola più un’emergenza.

OItre 700 morti nel Mediterraneo centrale in pochi mesi non rappresentano un’anomalia, ma la conferma di una dinamica strutturale che continua a ripetersi. La domanda non è più cosa sia accaduto, ma perché continui ad accadere, nonostante anni di politiche, accordi e dichiarazioni di intenti.

Il primo elemento da considerare riguarda la natura del sistema che governa le partenze dalla Libia. Non si tratta di flussi spontanei, ma di un modello organizzato e consolidato, gestito da reti criminali transnazionali che operano con logiche imprenditoriali.

Il traffico di esseri umani rappresenta una delle principali fonti di finanziamento per milizie e gruppi armati presenti in Tripolitania, inserendosi in un ecosistema più ampio che comprende contrabbando di carburante, armi e stupefacenti. In questo contesto, la riduzione del rischio per i migranti non costituisce una priorità: al contrario, il rischio stesso diventa uno strumento di pressione indiretta sui sistemi europei.

Dunque, non si tratta di episodi isolati, ma della manifestazione ricorrente di una crisi strutturale che continua a interrogare l’Italia e l’Europa su responsabilità, limiti operativi e scelte strategiche.

E in questo quadro che si inserisce il tema degli accordi con la Libia. Tali intese non sono, in senso stretto, inefficaci. Nei momenti di maggiore coordinamento operativo, si è osservata una riduzione delle partenze e un aumento delle intercettazioni. 

Tuttavia il loro limite è strutturale: si fondano sulla cooperazione con un contesto statale – quello libico – frammentato, in cui il controllo del territorio è distribuito tra attori diversi e spesso in competizione tra loro. In alcuni casi, gli stessi soggetti coinvolti nelle attività di contrasto risultano, direttamente o indirettamente, connessi alle filiere del traffico.

Ne deriva un sistema intrinsecamente instabile, in cui i risultati ottenuti sono temporanei e reversibili.

La Libia resta quindi un partner necessario, ma non sufficiente. Affidare a essa una parte significativa della gestione dei flussi significa accettare un livello elevato di imprevedibilità.

Parallelamente, emerge con chiarezza ciò che i governi europei non fanno, o non riescono a fare. In primo luogo, manca una reale coesione a livello dell’Unione Europea. Le divergenze tra Stati membri continuano a tradursi in politiche disomogenee, che oscillano tra approcci emergenziali e tentativi di esternalizzazione del fenomeno. In secondo luogo, non viene affrontato in modo sistematico il nodo delle reti criminali, che continuano a operare con elevati margini di manovra.

Non si tratta, quindi, di una mera assenza di azione, ma di una difficoltà strutturale nel definire una linea coerente e sostenibile nel tempo. Le politiche adottate oscillano

Tra approcci emergenziali e tentativi di esternalizzazione della gestione dei flussi, senza incidere in modo decisivo sulle cause profonde del fenomeno.

A ciò si aggiunge una difficoltà strutturale nel conciliare obblighi umanitari, diritto internazionale e esigenze di sicurezza. Questo spazio di incertezza decisionale viene

sfruttato dai trafficanti, che agiscono consapevolmente in un contesto in cui ogni incidente può trasformarsi in una crisi politica per i Paesi europei.

La posizione geografica dell’Italia amplifica ulteriormente queste criticità. La prossimità alle coste libiche rende il Paese il primo punto di impatto di una dinamica che ha origine altrove, ma che produce effetti immediati sul sistema nazionale di soccorso, accoglienza e sicurezza. In questo senso, la rotta del Mediterraneo centrale non è soltanto una via migratoria, ma un vettore di instabilità che collega direttamente le fragilità del Nord Africa – e in particolare della Libia – con il contesto europeo.

Definire tutto questo come “emergenza” risulta ormai riduttivo.

L’emergenza presuppone un evento straordinario e temporaneo; ciò a cui si assiste, invece, è una crisi strutturale, alimentata da fattori politici, economici e securitari interconnessi. Non funziona l’idea che il fenomeno possa essere gestito esclusivamente attraverso strumenti di contenimento. Non funziona una cooperazione con attori locali non sufficientemente strutturati.

Non funziona una risposta europea frammentata, che alterna fasi di attenzione a momenti di disimpegno.

Soprattutto, non funziona una lettura del fenomeno limitata alla dimensione emergenziale.

Le oltre 700 vittime rappresentano quindi l’esito prevedibile di un sistema che continua a funzionare senza un reale intervento sulle sue cause profonde.

Senza un’azione coordinata che rafforzi le capacità locali nei Paesi di transito, contrasti in modo incisivo le reti criminali e superi la frammentazione europea, il Mediterraneo centrale continuerà a essere uno spazio di transito e, al tempo stesso, di morte.

Per l’Italia, la sfida non è soltanto umanitaria, ma strategica.

Governare questa rotta significa riconoscere che migrazione, sicurezza e stabilità regionale sono dimensioni inseparabili.

Ignorarne una equivale a compromettere tutte le altre.