Israele al voto: la leadership di Netanyahu tra guerra e ridefinizione degli equilibri politici e regionali

⁨📷⁩ ⁨Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu alle urne⁩⁨Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu alle urne⁩

Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre 2026 rappresentano il primo appuntamento elettorale nazionale successivo al 7 ottobre 2023 e alla successiva estensione del conflitto a più teatri regionali. Il voto riguarda i 120 seggi della Knesset, eletta con sistema proporzionale nazionale. Per ottenere rappresentanza, una lista, deve superare la soglia del 3,25% dei voti validi e la formazione del governo richiede una maggioranza parlamentare di almeno 61 deputati. Di conseguenza, il risultato della singola forza politica non coincide necessariamente con la capacità di costituire un esecutivo, rendendo centrali le alleanze successive al voto.

L’appuntamento elettorale arriva dopo una fase di forte instabilità interna alla maggioranza guidata da Benjamin Netanyahu. La questione che ha prodotto la frattura più significativa è stata quella della coscrizione degli haredim, gli ebrei ultraortodossi tradizionalmente esentati dal servizio militare in determinate condizioni. La Corte Suprema ha progressivamente limitato la possibilità di mantenere le esenzioni senza una nuova base legislativa, mentre il protrarsi delle operazioni militari e l’impiego prolungato dei riservisti hanno accresciuto la pressione sull’esercito affinché fosse ampliata la base del reclutamento. La disputa ha coinvolto direttamente i partiti haredi Shas e United Torah Judaism, componenti essenziali della coalizione di Netanyahu.

Nel maggio 2026 la crisi ha raggiunto il livello parlamentare. La Knesset ha approvato, in prima lettura, una proposta di scioglimento del parlamento con 106 voti favorevoli, aprendo il percorso verso il rinnovo dell’assemblea. Il calendario ha, successivamente, mantenuto il 27 ottobre come data delle elezioni. La crisi non è, quindi, riconducibile esclusivamente alla competizione tra Netanyahu e l’opposizione, ma riflette una più ampia difficoltà del sistema politico israeliano nel conciliare esigenze di sicurezza, servizio militare, interessi degli ambienti religiosi e rapporti tra esecutivo e istituzioni giudiziarie.

La guerra costituisce, tuttavia, il principale elemento attraverso cui viene valutata la leadership di Netanyahu. Il 7 ottobre 2023 ha prodotto una frattura nella tradizionale centralità delle capacità di sicurezza attribuite al Likud e al suo leader. Il rafforzamento di Hamas a Gaza e, più in generale, l’espansione della rete regionale collegata all’Iran, non sarebbero stati pienamente integrati nella pianificazione strategica israeliana degli anni precedenti. Il tema riguarda in particolare il rapporto tra la politica verso Gaza, il contenimento di Hamas e la progressiva crescita delle capacità di Hezbollah e degli altri attori armati filo-iraniani.

Il giudizio elettorale sulla guerra non si limita, pertanto, all’andamento delle operazioni militari, ma comprende la capacità dell’esecutivo di definire obiettivi politici successivi all’impiego della forza. Gaza rimane il dossier centrale. Netanyahu ha mantenuto una linea che collega la conclusione del conflitto al disarmo di Hamas e alla necessità di preservare un controllo di sicurezza israeliano, mentre una parte crescente del confronto politico riguarda il futuro amministrativo e territoriale della Striscia. Nell’agosto 2026 il Premier ha respinto il nuovo piano statunitense per Gaza, insistendo sulla necessità che Hamas venga disarmato prima di qualsiasi ritiro israeliano. In tale contesto, la pressione politica dei partiti nazional-religiosi e la prossimità delle elezioni costituiscano elementi rilevanti nel definire lo spazio negoziale del governo.

La guerra ha, inoltre, modificato il rapporto tra sicurezza interna e sostenibilità del modello militare israeliano. Le forze armate continuano a registrare esigenze elevate di personale, mentre il ricorso prolungato ai riservisti incide sul dibattito relativo alla distribuzione degli obblighi tra diversi segmenti della popolazione. In questo contesto, la questione haredi non è soltanto una controversia religiosa o di coalizione, ma riguarda direttamente il modello di mobilitazione nazionale necessario a sostenere operazioni militari protratte. È su questo terreno che la posizione di Netanyahu incontra una delle sue principali criticità: deve mantenere il sostegno dei partiti religiosi, indispensabili alla maggioranza parlamentare, mentre parte dell’elettorato e dell’apparato di sicurezza richiede una più ampia partecipazione al servizio militare.

Parallelamente, si è modificato il quadro dell’opposizione. Il principale sfidante, nella fase attuale, è Gadi Eisenkot, ex Capo di Stato Maggiore delle Israel Defense Forces e figura proveniente dall’establishment della sicurezza. La sua candidatura assume una particolare rilevanza perché non si colloca su una linea tradizionalmente associata a una politica di sicurezza più accomodante. Eisenkot propone, infatti, una piattaforma incentrata sulla sicurezza nazionale e sulla responsabilità strategica, cercando di intercettare anche elettori tradizionalmente vicini alla destra e al Likud. Ciò riduce la possibilità che il confronto elettorale possa essere interpretato semplicemente come una contrapposizione tra destra securitaria e sinistra.

I sondaggi di agosto confermano l’apertura della competizione, ma non indicano una maggioranza parlamentare chiaramente disponibile per uno dei due schieramenti. Ciò evidenzia un presumibile vantaggio di uno schieramento su un altro, e viceversa, ma non una composizione parlamentare capace di garantire automaticamente un governo.

Un ulteriore elemento della strategia elettorale di Netanyahu è rappresentato dall’utilizzo di strumenti di comunicazione diretta. Il 23 agosto 2026, il Premier, ha diffuso, sui propri canali social, quello che ha presentato come il proprio numero di telefono, invitando i cittadini israeliani a inviargli domande, proposte e segnalazioni tramite chiamate e WhatsApp. L’iniziativa, realizzata a poco più di due mesi dal voto, ha prodotto in pochi minuti un elevato volume di messaggi e chiamate, determinando il blocco temporaneo dell’account WhatsApp associato al numero. L’operazione rafforza una modalità di campagna basata sull’interazione immediata attraverso i social network e sulla costruzione di un rapporto diretto tra il candidato e l’elettorato.

Questo elemento è essenziale per interpretare la competizione. Il rischio politico per Netanyahu non coincide necessariamente con una sconfitta del Likud come primo partito, ma con l’incapacità del blocco di destra di raggiungere 61 seggi. Parallelamente, Eisenkot dovrebbe trasformare il vantaggio della propria lista in una coalizione parlamentare sufficientemente ampia. I partiti centristi guidati da Naftali Bennett e Yair Lapid, Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, i Democratici di Yair Golan e le formazioni arabe possono, quindi, assumere un peso superiore alla loro consistenza individuale. La soglia elettorale del 3,25% accresce, inoltre, l’importanza delle formazioni minori: voti attribuiti a liste che non superano lo sbarramento non partecipano alla distribuzione dei seggi e possono modificare l’equilibrio tra i blocchi.

La competizione all’interno della destra rappresenta un ulteriore fattore di incertezza. La nascita di nuove formazioni nazionaliste, tra cui quella guidata dall’ex Generale Ofer Winter, può frammentare l’elettorato collocato alla destra del Likud. Il tema ha spinto Netanyahu a chiedere alle forze minori di coordinarsi per evitare la dispersione di voti. Il problema riguarda in particolare Religious Zionism e Otzma Yehudit, mentre il mancato accordo tra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir ha evidenziato la difficoltà di mantenere unito il campo nazional-religioso. Il quadro resta, quindi, caratterizzato da una competizione interna alla stessa destra per la rappresentanza parlamentare.

Anche l’elettorato arabo-israeliano può risultare determinante. Le formazioni arabe rappresentano una componente parlamentare che, in presenza di un risultato molto equilibrato, può incidere indirettamente sulla costituzione di una maggioranza. Il nuovo partito arabo-ebraico, A Place for Us All, tenta, inoltre, di modificare la tradizionale separazione tra segmenti politici ebraici e palestinesi israeliani, puntando su una piattaforma comune. Il suo potenziale elettorale, tuttavia, deve essere valutato anche alla luce della soglia di sbarramento e della possibilità che la frammentazione delle liste produca dispersione dei voti. L’affluenza nelle comunità arabe può, pertanto, diventare un elemento significativo nella distribuzione finale dei seggi.

Sul piano esterno, la guerra ha aumentato l’interdipendenza tra politica israeliana e relazioni internazionali. Il rapporto con gli Stati Uniti rimane essenziale per la sicurezza israeliana, ma si sviluppa in presenza di divergenze sulla gestione di Gaza e sul futuro dell’ordine regionale. Parallelamente, la crescente pressione diplomatica europea e il deterioramento dei rapporti con alcuni governi occidentali riguardo alla situazione palestinese costituiscono un ulteriore elemento della campagna elettorale. A ciò si aggiunge il contesto regionale determinato dal confronto con l’Iran, Hezbollah e gli altri attori armati filo-iraniani, che mantiene la sicurezza nazionale al centro della politica israeliana.

Le relazioni con gli Stati Uniti costituiscono una variabile rilevante anche in prospettiva elettorale, in considerazione del ruolo di Washington nel sostegno politico, militare e diplomatico a Israele. Il rapporto con l’Amministrazione Trump presenta, tuttavia, una dimensione più articolata rispetto alla tradizionale convergenza strategica. Netanyahu continua a valorizzare il rapporto personale e politico con il Presidente statunitense, mentre le divergenze sulla gestione di Gaza e sulle modalità di conclusione del conflitto hanno assunto maggiore evidenza. Nell’agosto 2026, Netanyahu, ha respinto il piano statunitense per Gaza, sostenendo che il disarmo di Hamas debba precedere il ritiro delle forze israeliane, mentre Washington ha esercitato pressioni per favorire l’attuazione di un accordo di cessate il fuoco e una successiva transizione politica nella Striscia.

Il rapporto con Trump assume, quindi, anche una dimensione interna alla campagna elettorale. Netanyahu può presentare i legami con Washington come un elemento della propria capacità di garantire il sostegno statunitense alle esigenze di sicurezza israeliane, mentre le forze concorrenti possono utilizzare eventuali divergenze con l’amministrazione americana per mettere in discussione la gestione della politica estera e del conflitto. La questione è ulteriormente rilevante perché, gli Stati Uniti, restano il principale interlocutore internazionale di Israele e perché l’Amministrazione Trump è direttamente coinvolta nei dossier Gaza e Iran. Le elezioni israeliane si svolgeranno, inoltre, pochi giorni prima delle elezioni di medio termine statunitensi del 3 novembre, creando una sovrapposizione temporale tra due appuntamenti politici nei quali, la guerra e la politica mediorientale, possono assumere rilevanza.

Per Netanyahu, quindi, le elezioni costituiscono contemporaneamente una verifica della continuità del suo ciclo politico e una competizione sul futuro della strategia di sicurezza nazionale. Un ulteriore elemento riguarda la valutazione personale del Premier e del principale avversario Eisenkot relativamente alla carica di Primo Ministro.

La posizione di Netanyahu resta comunque sostenuta da una base elettorale strutturata, dall’organizzazione del Likud e dal ruolo dei partiti religiosi e nazionalisti. La sua permanenza al centro della politica israeliana non dipende quindi soltanto dalla popolarità personale, ma dalla capacità di ricomporre un blocco parlamentare in grado di raggiungere la maggioranza. I recenti appelli alla convergenza delle forze di destra mostrano che la strategia elettorale del premier è orientata anche a contenere la frammentazione interna al proprio campo. In parallelo, l’opposizione deve affrontare il problema inverso: trasformare una pluralità di forze accomunate dalla contrapposizione a Netanyahu in un assetto governativo coerente.

Le elezioni del 27 ottobre si inseriscono in una fase nella quale gli effetti della guerra e le tensioni interne alla coalizione di governo convergono direttamente sul sistema politico israeliano. Per Netanyahu, il voto costituirà una verifica della capacità di mantenere una maggioranza parlamentare favorevole dopo quasi tre anni caratterizzati dall’attacco del 7 ottobre 2023, dal protrarsi delle operazioni a Gaza, dall’ampliamento delle minacce regionali e dalla crescente controversia sulla coscrizione degli haredim. La competizione non appare, tuttavia, riconducibile esclusivamente alla permanenza del Premier in carica, poiché il risultato determinerà anche l’orientamento della futura politica di sicurezza e la configurazione dei rapporti tra istituzioni civili, apparato militare e partiti religiosi.

Il quadro attuale evidenzia una competizione aperta e una persistente difficoltà per entrambi i principali schieramenti nel raggiungere autonomamente la soglia dei 61 seggi. Ne consegue che il risultato delle singole liste sarà strettamente legato alla capacità di costruire coalizioni dopo il voto. La frammentazione del campo di destra, il comportamento dei partiti centristi e il peso delle formazioni arabe possono quindi risultare determinanti nella definizione della maggioranza parlamentare.

La guerra rappresenta il principale fattore che condiziona questa dinamica. Le modalità con cui verranno valutati dall’elettorato la gestione di Gaza, la sicurezza nazionale, il rapporto con gli Stati Uniti e il confronto con Iran e gruppi armati regionali incideranno sulla legittimazione del futuro esecutivo. In questo quadro, un eventuale successo di Netanyahu consentirebbe la prosecuzione dell’attuale impostazione politico-strategica, mentre una maggioranza alternativa potrebbe aprire una fase di ridefinizione degli indirizzi di governo. L’esito del 27 ottobre determinerà, pertanto, non soltanto la composizione della Knesset, ma anche il quadro politico entro cui Israele dovrà gestire le conseguenze della guerra e ridefinire le proprie priorità di sicurezza e politica regionale.

 

A cura di ALESSANDRA CECCONI