Il Golfo tra Stati Uniti e Cina: la nuova geometria degli equilibri regionali.
La trasformazione degli equilibri geopolitici nel Golfo non si configura come un processo lineare di sostituzione dell’influenza statunitense con quella cinese. Il quadro che emerge nel 2026 appare piuttosto caratterizzato dalla sovrapposizione di sistemi di relazione differenti: Washington conserva una posizione centrale nell’architettura militare e di sicurezza regionale, mentre Pechino ha ampliato il proprio peso nei settori energetico, commerciale, infrastrutturale, tecnologico e diplomatico. Parallelamente, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e altre monarchie del Golfo perseguono strategie di diversificazione delle partnership esterne, volte a contenere la dipendenza da un singolo interlocutore e ad ampliare i propri margini di autonomia.
Il principale elemento di continuità è rappresentato dalla presenza militare degli Stati Uniti. Nell’agosto 2026 il Comando Centrale statunitense, CENTCOM, indicava in oltre 50.000 i militari americani operativi nell’area mediorientale. Il dispositivo comprende infrastrutture distribuite in diversi Paesi del Golfo, il quartier generale della Quinta Flotta in Bahrain e soprattutto la base aerea di Al Udeid, in Qatar, definita dall’US Air Forces Central come la maggiore presenza statunitense in Medio Oriente. Nel gennaio 2026 proprio ad Al Udeid è stata istituita una nuova cellula multinazionale per il coordinamento della difesa aerea e missilistica regionale.
Questa rete costituisce una capacità che, allo stato attuale, non trova un equivalente cinese. Pechino dispone di strumenti economici, diplomatici e di una crescente presenza marittima nell’Oceano Indiano, ma non offre, agli Stati del Golfo, un sistema di deterrenza, difesa aerea, intelligence, interoperabilità e proiezione militare comparabile a quello statunitense.
Il conflitto iniziato il 28 febbraio 2026 con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran ha, tuttavia, evidenziato contemporaneamente l’importanza e la vulnerabilità di questa architettura. Il coinvolgimento delle basi statunitensi e delle infrastrutture regionali nelle dinamiche del confronto ha accresciuto, per le monarchie arabe, l’esigenza di rafforzare capacità nazionali e forme complementari di cooperazione regionale.
In tale contesto si colloca il Mecca Joint Defence Agreement sottoscritto il 7 agosto da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. L’accordo stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre Paesi sia considerato un attacco contro tutti e prevede coordinamento politico-militare, esercitazioni e cooperazione industriale nel settore della difesa. Il successivo avvio di un Segretariato permanente segnala un processo di istituzionalizzazione. Tale iniziativa non implica, però, almeno nella fase attuale, una sostituzione del sistema di sicurezza statunitense, ma amplia la rete di opzioni strategiche a disposizione di Riad.
Il principale vettore dell’influenza cinese rimane l’interdipendenza energetica. La Cina è il maggiore importatore mondiale di greggio e il Medio Oriente costituisce una componente essenziale della sua sicurezza energetica. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 il 54% delle importazioni cinesi di petrolio greggio e condensati proveniva dalla regione: Arabia Saudita 14%, Iran 11%, Iraq 10%, Oman 7% ed Emirati Arabi Uniti 6%.
Questa relazione genera, tuttavia, dipendenze reciproche. Le economie del Golfo dispongono nella domanda asiatica, e in particolare cinese, di un mercato decisivo per le proprie esportazioni, mentre Pechino rimane esposta alla sicurezza delle rotte marittime regionali.
Il 2026 ha reso questo limite particolarmente evidente. Le ostilità con l’Iran hanno ridotto il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, che in condizioni ordinarie convoglia circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Le importazioni marittime cinesi di greggio sono scese nell’agosto 2026 a circa 7,14 milioni di barili al giorno, rispetto agli 11,41 milioni antecedenti al conflitto, inducendo Pechino e le compagnie cinesi a incrementare il ricorso a fornitori alternativi, inclusa la Russia.
La crisi ha, pertanto, evidenziato un elemento strutturale della presenza cinese: l’espansione economica di Pechino nel Golfo dipende dalla stabilità delle rotte energetiche e commerciali, senza che la Cina disponga autonomamente di un dispositivo di sicurezza regionale in grado di garantirle.
L’influenza di Pechino non si limita agli idrocarburi. Negli ultimi anni gli investimenti cinesi hanno interessato porti, zone economiche speciali, logistica, industria e infrastrutture digitali. La Special Economic Zone di Duqm, in Oman, costituisce uno degli esempi più significativi: la Sino-Oman Industrial City, sviluppata su oltre 11 chilometri quadrati, è destinata ad accogliere attività industriali, logistiche ed energetiche. Nel giugno 2026 le Autorità omanite hanno, inoltre, annunciato nuovi investimenti internazionali a Duqm, tra i quali un progetto cinese da 500 milioni di dollari nel settore dei materiali per batterie.
Questi progetti inseriscono la Cina nelle infrastrutture materiali attraverso cui si articolano le economie regionali. Per i governi del Golfo, tuttavia, la cooperazione con Pechino è generalmente integrata nelle strategie nazionali di diversificazione economica e non comporta necessariamente un riallineamento politico esclusivo.
La tecnologia costituisce uno dei settori nei quali la competizione tra Washington e Pechino emerge più direttamente. Le aziende cinesi hanno conquistato posizioni rilevanti nelle telecomunicazioni e nelle infrastrutture digitali regionali, mentre gli Stati Uniti mantengono un vantaggio decisivo nei semiconduttori avanzati, nel cloud computing e nelle tecnologie di intelligenza artificiale di frontiera.
Il caso degli Emirati Arabi Uniti evidenzia questa sovrapposizione. Nell’aprile 2024 Microsoft ha investito 1,5 miliardi di dollari nella società emiratina G42, accompagnando l’operazione con specifiche garanzie in materia di sicurezza tecnologica e protezione delle infrastrutture digitali. La scelta di Abu Dhabi mostra come gli Stati del Golfo possano mantenere relazioni tecnologiche articolate con la Cina, ricercando contemporaneamente l’accesso all’ecosistema statunitense per le capacità tecnologiche più avanzate.
La competizione tecnologica introduce, quindi, un limite al multi-allineamento: quanto più una tecnologia assume carattere strategico, tanto maggiore diventa la pressione statunitense sulla separazione delle infrastrutture e sulla protezione dei dati e dei componenti sensibili.
L’allargamento dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) rappresenta un ulteriore indicatore della diversificazione delle relazioni internazionali del Golfo. Le fonti ufficiali del gruppo indicano, oggi, undici membri, comprendenti Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran ed Egitto oltre a Indonesia, Etiopia e ai cinque membri originari. Il BRICS resta, tuttavia, un forum di coordinamento privo di un trattato costitutivo, di un bilancio comune e di una struttura sovranazionale comparabile a un’alleanza politico-militare.
L’ingresso delle monarchie arabe deve, pertanto, essere interpretato soprattutto come ampliamento delle piattaforme diplomatiche ed economiche disponibili. La contemporanea partecipazione di Paesi con interessi regionali non coincidenti, come Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, limita la possibilità di considerare il gruppo come un blocco strategico omogeneo contrapposto agli Stati Uniti.
Una dinamica analoga interessa la cosiddetta de-dollarizzazione. Pagamenti in valute locali, crescente utilizzo del renminbi e iniziative relative alle infrastrutture finanziarie transfrontaliere ampliano le alternative operative. Project mBridge, cui partecipano la People’s Bank of China, la banca centrale degli Emirati e, dal 2024, la Saudi Central Bank, ha raggiunto la fase di minimum viable product. Il progetto è finalizzato a sperimentare regolamenti transfrontalieri mediante valute digitali delle banche centrali.
Questi sviluppi indicano una graduale diversificazione, non l’abbandono dell’ordine monetario imperniato sul dollaro. L’ancoraggio al dollaro delle principali valute del Golfo e la profondità dei mercati finanziari statunitensi continuano a costituire fattori strutturali di continuità.
Accanto alla dimensione economica, Pechino ha progressivamente ampliato la propria iniziativa diplomatica. L’accordo del 2023 tra Arabia Saudita e Iran, facilitato dalla Cina, ha rappresentato il passaggio più visibile di questa evoluzione.
Nel 2026 tale ruolo è proseguito nel contesto del conflitto iraniano. La diplomazia cinese ha mantenuto contatti con Arabia Saudita, Emirati e Iran, sostenendo il cessate il fuoco, il ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz e la prosecuzione del memorandum raggiunto nel giugno 2026. Nei colloqui con Riad e Abu Dhabi, Pechino ha presentato la stabilizzazione del Golfo come interesse condiviso, mantenendo, tuttavia, il proprio intervento prevalentemente sul piano diplomatico.
Ne deriva una distinzione significativa tra i ruoli delle due principali potenze esterne: la Cina dispone di una crescente capacità di interlocuzione politica con attori contrapposti, mentre gli Stati Uniti conservano strumenti militari e di deterrenza che Pechino non ha replicato.
Gli sviluppi del 2026 rafforzano la configurazione multipolare del Golfo, ma non indicano una transizione da un ordine regionale statunitense a uno cinese. La struttura emergente è caratterizzata dalla coesistenza di funzioni strategiche differenziate.
Gli Stati Uniti rimangono il principale attore esterno nel settore della sicurezza, grazie alla presenza militare, alle infrastrutture operative e alle relazioni di difesa con le monarchie regionali. La Cina ha, invece, consolidato una posizione centrale negli scambi energetici, negli investimenti, nelle infrastrutture e, progressivamente, nella diplomazia. Il conflitto del 2026 ha contemporaneamente evidenziato la rilevanza della presenza militare americana, i costi regionali associati alla dipendenza da tale architettura e la vulnerabilità cinese alle interruzioni delle rotte energetiche.
Per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e gli altri attori del Golfo, la compresenza di Washington e Pechino amplia, quindi, lo spazio per strategie di diversificazione delle partnership. L’adesione ai BRICS, la cooperazione tecnologica ed economica con la Cina, lo sviluppo di nuove forme di sicurezza regionale e il mantenimento dei rapporti militari con gli Stati Uniti risultano parti di una stessa dinamica: l’incremento dell’autonomia strategica attraverso una pluralità di relazioni esterne.
La dinamica più rilevante non appare, dunque, la sostituzione di una potenza dominante con un’altra, ma il passaggio verso un sistema regionale nel quale gli Stati del Golfo cercano di distribuire dipendenze e partnership tra più interlocutori, pur mantenendo differenze sostanziali tra il ruolo di sicurezza degli Stati Uniti e la proiezione prevalentemente economica e diplomatica della Cina.
A cura di ALESSANDRA CECCONI

