Yemen e Bab el-Mandeb: la proiezione strategica di Ansar Allah tra dinamiche regionali e competizione globale

Soldati Houti e controllo su Bab al-Mandeb

L’offensiva fulminea condotta dalle forze Ansar Allah (comunemente note come Houthi) lungo la fascia costiera della Tihamah rappresenta un punto di svolta strutturale nelle dinamiche del conflitto yemenita e nella geografia della sicurezza regionale. La conquista del porto strategico di Mokha (al-Mukha), e il progressivo consolidamento del controllo su circa 2.600 chilometri quadrati di territorio costiero, segnano il definitivo superamento della linea di stallo che aveva caratterizzato l’area dal 2015.

La rottura delle posizioni difensive precedentemente presidiate dalle forze della Resistenza Nazionale ha consentito al movimento di proiettare la propria presenza militare diretta a ridosso del settore sud-occidentale dello Yemen. Non si tratta di una semplice acquisizione territoriale nell’ambito delle dinamiche interne tra le fazioni yemenite, bensì di una manovra a valenza strategica coordinata. L’insediamento delle forze Houthi in questa fascia costiera modifica in modo irreversibile i rapporti di forza sul terreno, posizionando un attore non statale in una condizione di vantaggio tattico e operativo nei confronti degli attori statali della regione e delle potenze internazionali preposte alla vigilanza dell’area.

L’importanza geografica della zona risiede nella sua immediata adiacenza allo Stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio marittimo di circa 29 chilometri che separa la Penisola Arabica dal Corno d’Africa.

La presa di Mokha — situata ad appena 80 chilometri a nord dello stretto — unitamente al controllo o alla neutralizzazione di infrastrutture insulari chiave lungo il canale, permette, alle forze Ansar Allah, di trasformare la propria presenza terrestre in una capacità di interdizione marittima diretta. Il possesso di questa specifica porzione di costa fornisce al gruppo un perno geografico ideale per la dislocazione di sistemi di avvistamento, stazioni radar e batterie di lancio, trasformando un collo di bottiglia geografico in un teatro di minaccia asimmetrica permanente.

L’operazione, condotta sulla costa sud-occidentale dello Yemen, evidenzia un’evoluzione qualitativa delle capacità operative e dottrinali del gruppo Houthi, caratterizzata da una pianificazione tattica e logistica di alto livello. Partendo dalle basi territoriali tradizionali, situate nell’area settentrionale dello Yemen, comprese le roccaforti di Sana’a e Sa’dah, il movimento Ansar Allah ha compiuto un’avanzata sistematica verso la fascia costiera meridionale. La caduta di Mokha ha completato questa direttrice, traducendosi in una proiezione strategica diretta sullo stretto di appena 29 chilometri che separa lo Yemen dalla costa africana di Gibuti.

Sotto il profilo militare, il rapporto tra Teheran e il movimento Ansar Allah si fonda sull’architettura strategica dell’Asse della Resistenza. L’integrazione sul campo di sistemi d’arma complessi, tra cui missili balistici antinave (ASBM), missili da crociera per l’attacco terrestre e marittimo (LACM/ASCM), e veicoli aerei e di superficie non pilotati (UAV e USV), richiede un supporto continuativo in termini di addestramento, fornitura di componenti e intelligenza tattica.

La Forza Quds delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC-QF) e le unità navali della marina IRGC forniscono supporto informativo e strategico fondamentale per l’individuazione e il puntamento dei bersagli navali. Tuttavia, la struttura decisionale degli Houthi, mantiene un margine di autonomia tattica e politica locale. Tale configurazione permette a Teheran di esercitare una pressione indiretta sulle potenze occidentali e sui concorrenti regionali conservando un livello di “plausibile smentibilità” (plausible deniability), riducendo così il rischio di una ritorsione diretta sul proprio territorio nazionale, pur accrescendo il valore del proprio deterrente geopolitico.

Il ruolo della Forza Quds delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC-QF), nel teatro yemenita, si inserisce in un modello di proiezione regionale fondato sul trasferimento di capacità militari, assistenza tecnica, supporto logistico e coordinamento con attori armati locali. Il rapporto con Ansar Allah appare configurato come una combinazione di sostegno, trasferimento di capacità e coordinamento strategico, accompagnata da un significativo margine di autonomia decisionale della leadership houthi. Tale dinamica appare coerente con quanto documentato dalla Defense Intelligence Agency, secondo cui la Forza Quds avrebbe fornito agli Houthi, a partire dal 2014, armamenti e addestramento, contribuendo all’evoluzione delle loro capacità missilistiche e di attacco con sistemi senza pilota.

Nel quadro operativo iraniano, il sostegno al movimento yemenita comprende principalmente quattro direttrici. La prima riguarda il trasferimento di armamenti, componenti e tecnologie destinati allo sviluppo di missili balistici e da crociera, UAV e sistemi navali senza equipaggio. La seconda concerne la formazione e l’assistenza tecnica necessarie all’impiego e all’adattamento di tali sistemi. La terza riguarda le attività logistiche e le reti di trasferimento clandestino. La quarta attiene alla condivisione di informazioni e competenze utili alla sorveglianza e all’individuazione dei bersagli.

Una figura, storicamente associata alla presenza iraniana nello Yemen, è Abdolreza Shahlaei, indicato dal Dipartimento di Stato statunitense come Comandante di Alto Livello della Forza Quds operante nello Yemen. Nel 2019 Washington annunciò una ricompensa fino a 15 milioni di dollari per informazioni riguardanti le sue attività, evidenziandone il ruolo nell’ambito delle operazioni regionali dell’IRGC-QF. La sua presenza viene, inoltre, richiamata dal Panel di esperti delle Nazioni Unite sullo Yemen, che nel 2025 ha riferito della sua precedente permanenza a Sana’a, segnalando, contestualmente, la presenza di operatori di Hezbollah impegnati nell’assistenza agli Houthi nel settore missilistico e dei droni.

La relazione tra Forza Quds e Ansar Allah deve, tuttavia, essere distinta da un rapporto di subordinazione militare diretta. La leadership houthi dispone di proprie strutture politiche e militari, di una base territoriale consolidata e di obiettivi legati alle dinamiche interne dello Yemen. Il movimento mantiene una propria identità yemenita e zaydita, nonché una capacità decisionale autonoma, pur dipendendo in misura rilevante dal sostegno iraniano per specifiche capacità militari.

In tale configurazione, la Forza Quds, costituisce prevalentemente lo strumento attraverso il quale Teheran sviluppa e mantiene capacità di influenza a distanza, mentre le componenti navali dell’IRGC contribuiscono più direttamente alla dimensione marittima e alle competenze connesse alla guerra asimmetrica. Il sistema non si configura, quindi, come un unico dispositivo operativo, ma come una rete nella quale trasferimento tecnologico, addestramento, logistica, intelligence e collegamenti con altri componenti dell’Asse della Resistenza, concorrono al rafforzamento delle capacità di Ansar Allah.

La presenza iraniana nello Yemen va intesa, quindi, secondo una logica di abilitazione e coordinamento più che di sostituzione del comando locale. L’autonomia operativa di Ansar Allah permette, infatti, al movimento, di integrare le capacità ricevute dall’esterno con le proprie esigenze territoriali e politiche, mentre il sostegno iraniano amplia la portata geografica delle capacità disponibili. Nel teatro del Mar Rosso, tale combinazione, assume particolare rilievo perché collega la dimensione interna del conflitto yemenita alla sicurezza delle principali linee di comunicazione marittima regionali e internazionali.

L’instabilità dell’area spinge i tassi assicurativi a livelli antieconomici e impone il re-routing sistematico delle navi commerciali attorno al Capo di Buona Speranza. Questo allungamento delle rotte assorbe capacità di stiva, genera ritardi nelle catene di fornitura industriali e produce spinte speculative sul prezzo del greggio, che supera quota 100-105 dollari al barile. Tale quadro, conferma la profonda vulnerabilità dei mercati internazionali di fronte alle crisi localizzate lungo i canali marittimi primari.

L’asimmetria geografica dello Stretto vede contrapposte una sponda arabica ad alta instabilità politica (lo Yemen) e una sponda africana, rappresentata principalmente da Gibuti ed Eritrea, fortemente militarizzata da potenze extra-regionali. La sponda africana si è trasformata, nel corso dell’ultimo ventennio, in un hub di proiezione strategica e di sicurezza privo di equivalenti a livello globale.

Gibuti, pur essendo un paese di ridotta estensione territoriale, detiene una rilevanza geostrategica primaria ed è divenuto l’epicentro assoluto del bilanciamento tra le grandi potenze. Nel suo territorio, convivono infrastrutture militari appartenenti a nazioni caratterizzate da visioni strategiche fortemente concorrenziali.

Gli Stati Uniti vi mantengono Camp Lemonnier, l’unica base permanente delle forze armate statunitensi nel continente africano. Gestita sotto la responsabilità del Comando Africano degli Stati Uniti (USAFRICOM), la struttura ospita migliaia di effettivi ed è impiegata per operazioni anti-terrorismo nel Corno d’Africa e nella Penisola Arabica, oltre a garantire la sorveglianza delle rotte marittime, insieme al Comando Centrale (CENTCOM).

La Cina ha inaugurato, nel 2017, a Doraleh, la Base di Supporto della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, che costituisce la prima base militare d’oltremare della Repubblica Popolare Cinese e consente a Pechino di proiettare la propria marina militare (PLA Navy) a tutela delle rotte commerciali cinesi e degli investimenti legati alla Belt and Road Initiative (BRI).

La Francia garantisce una presenza storica nella regione tramite la Base Aérienne 188, mantenendo forze stazionate a presidio della stabilità regionale e fornendo supporto logistico alle iniziative multilaterali europee.

L’Italia dispone della Base Militare Nazionale di Supporto “Amedeo Guillet”, destinata a fornire supporto operativo e logistico ai contingenti nazionali operanti nell’area, inclusi i nuclei di protezione militare e i dispositivi navali impegnati nella salvaguardia della sicurezza marittima.

Il Giappone completa il quadro multilaterale mantenendo una struttura di supporto aerea e logistica presso l’aeroporto di Ambouli, istituita originariamente per compiti di contrasto alla pirateria, che rappresenta la prima presenza militare permanente di Tokyo all’estero dal secondo dopoguerra.

L’incapacità di stabilire un unico garante della sicurezza nell’area ha spinto le potenze regionali a sviluppare proprie strategie di proiezione. Gli Stati del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, hanno intensificato la propria presenza diplomatica e finanziaria nell’Africa orientale, investendo in infrastrutture portuali a doppio uso civico e militare situate in Somaliland, Somalia ed Eritrea. Parallelamente, la Turchia, mantiene a Mogadiscio la sua più grande base addestrativa d’oltremare, ampliando la propria sfera d’influenza nell’Oceano Indiano occidentale.

L’evoluzione della presenza Ansar Allah sulla costa sud-occidentale dello Yemen consente di tracciare tre scenari prospettici principali per l’assetto di sicurezza globale e regionale.

Nel primo scenario, il movimento Ansar Allah stabilizzerebbe e consoliderebbe le proprie posizioni sulla costa della Tihamah e all’interno del porto di Mokha senza estendere ulteriormente l’offensiva verso il porto di Aden. In tale contesto, le capacità di interdizione marittima e le minacce missilistiche verrebbero mantenute come strumento permanente di pressione politica nei confronti delle potenze regionali e occidentali. La minaccia asimmetrica si trasformerebbe in un fattore strutturale dell’architettura di sicurezza dell’area, costringendo le missioni navali internazionali a un pattugliamento continuo per proteggere il naviglio e permettendo agli attori non statali di affermarsi come interlocutori de facto nelle dinamiche di potere regionali.

Il secondo scenario contemplerebbe un’escalation militare provocata dall’inasprimento degli attacchi o da un incidente ad alto impatto, quali il grave danneggiamento di un’unità navale militare o un disastro ecologico di vaste proporzioni. Di fronte a tale evento, si innescherebbe una campagna militare combinata di maggiore intensità: le forze internazionali ed europee estenderebbero le proprie operazioni di neutralizzazione direttamente sulla terraferma yemenita, prendendo di mira radar, centri di comando e piattaforme di lancio. Ciò comporterebbe un elevato rischio di estensione diretta del conflitto con il coinvolgimento di altri attori dell’Asse della Resistenza, riducendo i margini di manovra diplomatica e accentuando la militarizzazione del bacino del Mar Rosso.

Il terzo scenario vedrebbe il raggiungimento di un’intesa quadro coordinata dalle Nazioni Unite, sostenuta in modo vincolante dalle potenze regionali, tra cui Riad, Teheran ed Abu Dhabi. L’accordo prevederebbe il disimpegno militare dalle zone costiere sensibili e garanzie formali sulla libertà di navigazione commerciale, integrate all’interno di un nuovo assetto di governance per lo Yemen. Tale sviluppo porterebbe a una de-escalation progressiva delle tensioni e alla riduzione dei dispositivi navali straordinari, pur mantenendo permanente la presenza delle infrastrutture di sorveglianza e intelligence nel Corno d’Africa a garanzia dell’equilibrio raggiunto.

In ultima analisi, l’avanzata delle forze Ansar Allah lungo la costa sud-occidentale dello Yemen e la presa di Mokha evidenziano una progressiva integrazione tra la dimensione territoriale del conflitto yemenita e quella più ampia della sicurezza marittima regionale. Il controllo di una fascia costiera prossima a Bab el-Mandeb amplia le capacità del movimento di incidere sulle dinamiche del traffico navale e accresce la rilevanza strategica dello Yemen nel sistema di sicurezza del Mar Rosso.

In tale quadro, il rapporto con l’Iran costituisce uno degli elementi che contribuiscono all’evoluzione delle capacità militari di Ansar Allah, attraverso trasferimenti di armamenti, componenti, addestramento e supporto tecnico. La presenza della Forza Quds e degli altri apparati iraniani di supporto non elimina, tuttavia, l’autonomia politica e operativa della leadership houthi, determinando un modello nel quale influenza esterna e capacità decisionale locale rimangono strettamente interconnesse.

La combinazione tra la posizione geografica dello Yemen, le capacità asimmetriche di Ansar Allah e la presenza militare di potenze regionali ed extra-regionali nel Corno d’Africa configura, pertanto, un ambiente di sicurezza nel quale la dimensione locale del conflitto continua a produrre effetti sulle principali direttrici marittime internazionali. L’evoluzione dell’area dipenderà, quindi, dall’interazione tra controllo territoriale, capacità di interdizione marittima, sostegno esterno e iniziative diplomatiche finalizzate alla stabilizzazione del teatro yemenita.

                                                      A cura di ALESSANDRA CECCONI