L’altro volto della guerra: i bambini soldato e l’infanzia come risorsa strategica

Dicosmo

24 Agosto 2026
Bambini soldato in Nigeria

Il fenomeno dei bambini soldato costituisce una delle manifestazioni più complesse dei conflitti armati contemporanei, poiché interessa sicurezza internazionale, fragilità istituzionale, competizione territoriale, crisi socioeconomiche e trasformazione delle modalità di combattimento. Il coinvolgimento dei minori nelle strutture armate non rappresenta esclusivamente una conseguenza umanitaria della guerra, ma costituisce anche un indicatore della profondità delle crisi politiche e della capacità degli attori armati di esercitare influenza sulle popolazioni.

La definizione di “bambino soldato” deve essere intesa in senso più ampio rispetto alla figura del minore impiegato direttamente nei combattimenti. Le Nazioni Unite e i Principi di Parigi includono nella categoria i bambini associati a forze o gruppi armati che svolgono funzioni di combattimento, sorveglianza, trasporto, comunicazione, raccolta di informazioni, cucina o supporto logistico. Il reclutamento rappresenta quindi un fenomeno organizzativo complesso, nel quale il minore può contribuire al funzionamento della struttura armata anche senza partecipare direttamente alle ostilità.

Sul piano analitico, la stima di oltre 250.000 bambini soldato, spesso richiamata nel dibattito internazionale, risale alla prima metà degli anni Duemila e non rappresenta pertanto una fotografia della situazione attuale. Un parametro più recente è costituito dai dati del sistema di monitoraggio delle Nazioni Unite, che tra il 2005 e il 2022 ha verificato almeno 105.000 casi di reclutamento o utilizzo di minori in oltre 30 situazioni di conflitto. Il dato, pubblicato dall’UNICEF il 5 giugno 2023, comprende esclusivamente i casi verificati e non può essere interpretato come il numero complessivo dei bambini associati a forze o gruppi armati.

Il dato più recente disponibile riguarda il 2025. Nel giugno 2026 le Nazioni Unite hanno riferito di 38.558 gravi violazioni commesse contro 24.174 bambini, il valore più elevato dall’avvio del mandato Children and Armed Conflict. All’interno di questo insieme sono stati verificati 6.607 casi di reclutamento e utilizzo di minori. Anche tale cifra rappresenta un dato di monitoraggio e non una stima della popolazione complessiva coinvolta. Inoltre, alcune violazioni accertate nel 2025 possono essere state commesse negli anni precedenti, rendendo necessaria cautela nei confronti diretti tra differenti periodi.

La rilevanza geopolitica del fenomeno deriva dalla sua capacità di riflettere il rapporto tra conflitto, istituzioni e società. Il reclutamento minorile tende a emergere quando la guerra produce vulnerabilità sociali e, contemporaneamente, gli attori armati dispongono della capacità di sfruttarle. La presenza sistematica di minori può indicare una combinazione di perdita del controllo territoriale, debolezza istituzionale, interruzione dei servizi essenziali e capacità organizzativa dei gruppi armati.

Sul piano giuridico internazionale, la protezione dell’infanzia nei conflitti è stata progressivamente rafforzata. La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’infanzia del 1989 costituisce il principale riferimento generale, integrato dal Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati. Quest’ultimo richiede agli Stati di adottare tutte le misure possibili affinché i minori di 18 anni non partecipino direttamente alle ostilità e vieta il reclutamento obbligatorio al di sotto di tale soglia. La Convenzione n. 182 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro considera inoltre il reclutamento forzato dei bambini per il loro impiego nei conflitti armati una delle peggiori forme di lavoro minorile.

Permane, tuttavia, una distinzione tra la soglia generale di protezione e quella prevista dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. Quest’ultimo considera crimine di guerra, in determinate circostanze, il reclutamento, l’arruolamento e l’impiego nelle ostilità di minori di 15 anni. Il procedimento contro Thomas Lubanga Dyilo nella Repubblica Democratica del Congo ha costituito un precedente significativo per l’affermazione della responsabilità individuale. Ne deriva una differenza tra la protezione generale riconosciuta fino ai 18 anni e la specifica fattispecie di crimine di guerra prevista dallo Statuto di Roma per i minori di 15 anni.

Il fenomeno è prevalentemente associato a conflitti interni, guerre civili, insurrezioni, terrorismo, presenza di milizie e frammentazione dell’autorità statale. Africa subsahariana, Medio Oriente, Asia meridionale e sud-orientale e alcune aree dell’America Latina costituiscono i principali teatri nei quali il reclutamento è stato documentato. Non emerge tuttavia una relazione automatica tra povertà e impiego di minori. Risultano determinanti soprattutto le condizioni di vulnerabilità e la capacità coercitiva, organizzativa o attrattiva degli attori armati.

La Repubblica Democratica del Congo rappresenta uno dei casi più significativi. La presenza di numerosi gruppi armati, la competizione per il controllo territoriale e delle risorse, gli spostamenti forzati e la limitata capacità delle istituzioni in alcune regioni hanno creato condizioni favorevoli al reclutamento. Il fenomeno si sovrappone allo sfruttamento delle risorse minerarie e ai traffici illeciti, evidenziando la stretta interazione tra dimensione militare ed economica.

In Nigeria, il coinvolgimento minorile è collegato soprattutto alla persistenza dell’insurrezione jihadista nel nord del Paese. Secondo i dati riportati nel testo, nel solo 2024 sarebbero stati verificati oltre 7.400 casi di bambini reclutati o utilizzati dalle parti coinvolte nel conflitto. In Somalia, invece, il fenomeno si inserisce nella competizione per il controllo territoriale e sociale tra autorità governative, forze di sicurezza e organizzazioni jihadiste, in particolare Al-Shabaab.

Il Sudan presenta una dinamica distinta. La guerra tra le principali formazioni militari ha prodotto frammentazione territoriale e progressiva militarizzazione delle comunità, favorendo il coinvolgimento dei minori nelle dinamiche del conflitto. In Colombia, invece, il reclutamento dimostra come il fenomeno possa persistere anche dopo la conclusione formale di una guerra. La fine del principale conflitto tra lo Stato e le FARC-EP non ha eliminato le strutture armate presenti sul territorio. Dissidenze e gruppi criminali hanno occupato spazi precedentemente controllati dall’insurrezione e i casi verificati di reclutamento sono passati da 116 nel 2020 a 453 nel 2024. Il dato evidenzia come la cessazione delle ostilità non coincida necessariamente con la scomparsa delle condizioni che alimentano il fenomeno.

Le condizioni sociali rappresentano uno dei principali fattori di vulnerabilità. La guerra provoca distruzione delle infrastrutture, perdita delle abitazioni, interruzione dell’istruzione, separazione familiare e impoverimento. Parallelamente, il ridimensionamento della presenza statale lascia spazio a organizzazioni che possono offrire protezione, reddito, appartenenza o forme di autorità informale. La scuola assume una funzione di protezione fondamentale e la sua distruzione, chiusura o trasformazione in struttura militare riduce le alternative disponibili e interrompe percorsi educativi essenziali.

Lo sfollamento costituisce un ulteriore elemento di rischio. I minori separati dalle famiglie possono risultare più facilmente accessibili ai reclutatori, soprattutto nelle aree periferiche caratterizzate da servizi essenziali insufficienti. Anche l’identità può essere sfruttata dagli attori armati. Appartenenza etnica, religiosa, tribale o territoriale può essere utilizzata per rappresentare il conflitto come una minaccia alla sopravvivenza della comunità. Il reclutamento può così avvenire attraverso una combinazione di pressione sociale, propaganda e percezione della necessità di difendere il proprio gruppo. È pertanto necessario distinguere tra coercizione diretta e adesione condizionata, poiché un minore può entrare formalmente in un’organizzazione armata senza essere stato rapito, ma trovarsi comunque privo di alternative effettive.

Le organizzazioni armate impiegano i minori per funzioni differenti. Oltre al combattimento, essi possono essere utilizzati come vedette, messaggeri, informatori, facchini, cuochi o addetti alla logistica. Il reclutamento assume quindi un valore organizzativo, consentendo di ampliare la rete di supporto dell’attore armato. Le modalità variano in funzione della struttura coinvolta. Nei gruppi jihadisti possono prevalere rapimenti e indottrinamento, nelle milizie comunitarie la pressione dell’appartenenza, nelle organizzazioni criminali il collegamento con le economie illegali, mentre nelle strutture statali o paramilitari possono emergere forme di mobilitazione e addestramento organizzato.

La frammentazione dei conflitti contemporanei ha, inoltre, reso meno netta la distinzione tra dimensione militare e criminale. In numerosi teatri coesistono forze governative, milizie, gruppi terroristici, organizzazioni criminali e formazioni insurrezionali. Il minore può quindi essere inserito in strutture che svolgono contemporaneamente funzioni politiche, militari ed economiche illegali. Il fenomeno non riguarda esclusivamente gli attori non statali. Nel rapporto relativo al 2025, le forze governative sono risultate complessivamente responsabili, per la prima volta, di un numero maggiore di gravi violazioni rispetto ai gruppi armati non statali.

Particolare rilevanza assumono anche educazione e mobilitazione giovanile. Il caso iraniano, richiamato attraverso una dichiarazione dell’aprile 2026 relativa a una campagna denominata “Combattenti per la difesa della madrepatria dell’Iran”, presenta caratteristiche differenti rispetto al reclutamento operato da gruppi insurrezionali clandestini, coinvolgendo una struttura paramilitare inserita nell’architettura di sicurezza dello Stato. Anche in questo caso, occorre distinguere tra mobilitazione, addestramento, attività di sicurezza e partecipazione diretta alle ostilità. Analogamente, l’espansione dei programmi giovanili e delle classi cadetti in Russia e nei territori ucraini occupati non coincide automaticamente con il reclutamento di bambini soldato. La formazione militare e l’educazione patriottica devono essere distinte dall’arruolamento e dall’impiego nelle ostilità.

Il Myanmar rappresenta un modello differente, nel quale la guerra civile e la presenza di numerosi gruppi armati etnici favoriscono dinamiche di mobilitazione fondate anche sull’appartenenza comunitaria. Il confronto tra Myanmar, Iran e Russia evidenzia l’esistenza di forme differenti di coinvolgimento minorile, che non possono essere ricondotte ad un unico schema.

La dimensione di genere costituisce un ulteriore elemento di analisi. Le bambine possono svolgere mansioni combattenti o logistiche, ma sono esposte in misura particolare a violenze sessuali, matrimoni forzati, sfruttamento e maternità conseguenti alla permanenza nei gruppi armati. Tali condizioni rendono più complesso il reinserimento nella comunità, soprattutto in presenza di gravidanze, maternità e stigma sociale. La loro presenza può essere sottostimata quando l’attenzione viene concentrata esclusivamente sul combattimento.

Anche la diffusione delle tecnologie digitali ha introdotto nuove modalità di propaganda e avvicinamento. Social media e piattaforme di messaggistica possono consentire agli attori armati di raggiungere potenziali reclute, costruire identità collettive e diffondere messaggi di mobilitazione anche al di fuori delle aree direttamente controllate. La dimensione digitale non sostituisce le condizioni territoriali e sociali che favoriscono il reclutamento, ma ne amplia la portata. Parallelamente, nelle aree di confine caratterizzate da controllo statale limitato, gruppi armati e criminali possono sfruttare frontiere porose e movimenti della popolazione. Flussi di rifugiati e sfollati, rapimenti e trasferimenti forzati possono collegare il reclutamento ad altre forme di criminalità organizzata.

La smobilitazione rappresenta soltanto l’inizio del processo di reintegrazione. Il ritorno alla vita civile richiede il ripristino dei legami familiari, l’accesso all’istruzione, opportunità economiche e assistenza sociale. Nei casi di permanenza prolungata nelle strutture armate, il reinserimento può essere ostacolato dall’esposizione alla violenza e dal deterioramento delle relazioni comunitarie. La difficoltà riguarda anche i minori nati durante la permanenza delle madri nei gruppi armati. L’esperienza dimostra quindi che la fine del coinvolgimento nelle ostilità non elimina automaticamente le conseguenze sociali e politiche del reclutamento.

Sul piano istituzionale, la prevenzione richiede un approccio che combini strumenti giuridici, capacità statale e politiche sociali. Registrazione delle nascite, accesso all’istruzione, protezione sociale, controllo delle forze armate e presenza istituzionale nelle aree periferiche contribuiscono a ridurre i bacini di vulnerabilità. In questa prospettiva, il contrasto al reclutamento non può essere affidato esclusivamente all’intervento militare, ma richiede il rafforzamento delle condizioni che permettono alle comunità di sottrarre i minori all’influenza degli attori armati.

Il reclutamento minorile può, inoltre, contribuire alla persistenza dei conflitti attraverso la rigenerazione del personale delle organizzazioni armate. Nei conflitti prolungati, la disponibilità di nuove generazioni di reclute può compensare le perdite e favorire la continuità delle strutture combattenti. Quando la guerra diventa parte del processo di socializzazione, la violenza può essere trasmessa tra generazioni, rendendo più difficile la riconciliazione. In questo senso, il fenomeno non rappresenta soltanto un effetto della crisi, ma può contribuire alla sua riproduzione nel tempo.

Nel complesso, si evidenzia l’assenza di un modello universale di bambino soldato. Le modalità di coinvolgimento variano in funzione della struttura del conflitto e della natura dell’attore. In alcuni teatri prevalgono coercizione e rapimento, in altri mobilitazione comunitaria o ideologica, mentre in determinati contesti emergono programmi di addestramento e forme di militarizzazione giovanile. La povertà e la guerra costituiscono fattori di rischio, ma non spiegano autonomamente il fenomeno. Centrale rimane la capacità degli attori armati di trasformare condizioni di vulnerabilità in strumenti di mobilitazione.

L’analisi del fenomeno dei bambini soldato evidenzia come il coinvolgimento minorile non possa essere considerato esclusivamente una conseguenza collaterale dei conflitti. Nei contesti esaminati, esso emerge piuttosto dall’interazione tra vulnerabilità della popolazione, indebolimento delle istituzioni, frammentazione territoriale e capacità degli attori armati di organizzare forme di mobilitazione. Le differenze tra Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Somalia, Sudan, Colombia, Myanmar e i contesti caratterizzati da forme di militarizzazione giovanile dimostrano che il fenomeno assume configurazioni diverse e richiede pertanto valutazioni specifiche per ciascun teatro.

La principale implicazione geopolitica risiede nel fatto che il reclutamento minorile può rafforzare la capacità di rigenerazione delle organizzazioni armate e contribuire alla prosecuzione dei conflitti. Quando le strutture combattenti riescono a inserirsi nei processi educativi, comunitari o economici di una popolazione, la guerra tende a incidere sulle generazioni successive, rendendo più complesso il ritorno a condizioni di stabilità. Il fenomeno costituisce quindi anche un indicatore della profondità della crisi istituzionale e della capacità dello Stato di recuperare il controllo sociale e territoriale.

La protezione giuridica rimane essenziale, ma non è sufficiente in assenza di istituzioni capaci di garantirne l’applicazione. Istruzione, protezione sociale, ricostruzione dei legami familiari, registrazione delle nascite e reintegrazione degli ex minori associati alle forze armate costituiscono componenti della stabilizzazione, oltre che strumenti di tutela dell’infanzia. Analogamente, il controllo territoriale e la capacità di prevenire i traffici transfrontalieri risultano determinanti nei contesti in cui il reclutamento si sovrappone a terrorismo e criminalità organizzata.

In ultima analisi, il bambino soldato costituisce un punto di osservazione privilegiato sulla struttura dei conflitti contemporanei. La sua presenza segnala non soltanto una grave violazione dei diritti dell’infanzia, ma può riflettere il grado di disgregazione istituzionale, la capacità di controllo degli attori armati e la sostenibilità nel tempo delle dinamiche di violenza. La riduzione del fenomeno passa pertanto dalla combinazione tra protezione dell’infanzia, rafforzamento delle istituzioni e stabilizzazione dei territori. Solo intervenendo contemporaneamente sulle condizioni che rendono possibile il reclutamento e sulle strutture che lo utilizzano è possibile ridurre il rischio che il coinvolgimento dei minori continui ad alimentare la durata e la riproduzione dei conflitti armati.

A cura di ALESSANDRA CECCONI