Inquadramento geografico
Lo Stretto di Hormuz costituisce un passaggio marittimo naturale che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e, quindi, all’Oceano Indiano, separando la costa meridionale dell’Iran dalla penisola di Musandam (Oman).
La sua larghezza minima si attesta intorno ai 30–35 chilometri, con corridoi di navigazione estremamente ridotti e rigidamente regolamentati.
Tale configurazione geografica ne determina la natura di punto di transito obbligato, privo di alternative marittime equivalenti nel breve periodo, e lo rende pertanto altamente vulnerabile sotto il profilo operativo e militare.
Centralità strategica nei flussi energetici globali
Lo Stretto di Hormuz rappresenta il principale choke point energetico a livello globale, ossia uno snodo critico attraverso cui transita una quota determinante delle forniture energetiche mondiali.
Attraverso tale corridoio marittimo passa circa:
– il 20% del petrolio mondiale consumato quotidianamente, pari a circa 20 milioni di barili al giorno;
– il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL).
Oltre l’80% dei flussi energetici che attraversano lo stretto è destinato ai mercati asiatici.
A tali volumi si affianca una componente significativa di traffico commerciale generale, comprendente navi portarinfuse destinate al trasporto di materie prime industriali, portacontainer funzionali alle supply chain globali, nonché unità “Ro-Ro” e cargo misti.
La rilevanza strategica dello stretto deriva dalla concentrazione geografica delle principali risorse energetiche nel Golfo Persico, dall’assenza di rotte alternative in grado di assorbire volumi comparabili e dalla capacità della Repubblica Islamica dell’Iran di esercitare pressione diretta sul traffico marittimo, attraverso il controllo della sponda settentrionale e l’impiego di strumenti militari e asimmetrici.
Implicazioni sistemiche di una chiusura dello stretto
La chiusura, anche parziale, dello Stretto di Hormuz comporterebbe conseguenze immediate e sistemiche sul piano energetico, logistico e strategico.
In primo luogo, l’interruzione del traffico marittimo determinerebbe il blocco di una quota stimata fino al 20% delle forniture energetiche globali, con effetti diretti sulla disponibilità di petrolio greggio e gas naturale liquefatto nei mercati internazionali. Tale dinamica produrrebbe un rapido incremento dei prezzi energetici, con ripercussioni inflattive su scala globale.
Le rotte alternative per il trasporto di petrolio e derivati attualmente disponibili risultano limitate e non idonee a compensare integralmente i volumi transitanti attraverso lo stretto. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di infrastrutture in grado di bypassare parzialmente Hormuz – rispettivamente l’oleodotto East-West (Petroline) e l’oleodotto Abu Dhabi–Fujairah – con una capacità complessiva stimata tra circa 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno, significativamente inferiore rispetto ai flussi ordinari.
Tale limite strutturale determinerebbe un accumulo di greggio nei Paesi produttori e una contrazione delle esportazioni verso i principali mercati di destinazione.
Appare inoltre rilevante segnalare che la città portuale di Fujairah è già stata oggetto di attacchi mediante vettori iraniani. In particolare, un drone ha colpito la Zona Industriale Petrolifera di Fujairah (FOIZ) il 16 marzo scorso, provocando un incendio di vasta entità senza causare vittime. In ulteriori episodi, detriti di droni intercettati dalla contraerea emiratina hanno impattato nell’area.
La vulnerabilità risulta ancora più marcata nel comparto del gas naturale liquefatto. A differenza del petrolio, il GNL non dispone di infrastrutture terrestri alternative in grado di sostituire il transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz.
In tale quadro assume particolare rilievo la posizione del Qatar, che concentra una quota significativa della produzione globale di GNL nel complesso di Ras Laffan. Le recenti attività militari hanno interessato tali infrastrutture, determinando una riduzione stimata pari al 17% della capacità esportativa nazionale. Sulla base degli elementi informativi acquisiti in area, i tempi di ripristino sarebbero compresi tra tre e cinque anni, con effetti prolungati sull’offerta globale.
La chiusura dello stretto, unitamente alla limitata capacità dei corridoi alternativi, determinerebbe pertanto:
– accumulo di greggio nei Paesi produttori;
– riduzione delle esportazioni verso i mercati asiatici ed europei;
– pressione crescente sulle scorte strategiche globali.
Sul piano logistico, si registrerebbe inoltre una paralisi del traffico di petroliere e navi commerciali lungo una delle principali arterie energetiche globali, accompagnata da un incremento significativo dei costi assicurativi e dei noli marittimi, nonché dalla necessità di deviare le rotte con conseguente aumento dei tempi e dei costi di trasporto.
Anche in assenza di una chiusura totale, la sola minaccia o una riduzione della sicurezza della navigazione nello stretto risulterebbero sufficienti a generare instabilità nei mercati energetici e a compromettere la continuità delle forniture su scala globale.
In tale contesto, la posizione espressa dalla Missione permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite, secondo cui il transito potrebbe essere consentito alle unità navali non ostili previa conformità a specifiche condizioni e coordinamento con le Autorità iraniane, configurerebbe un modello di interdizione selettiva del traffico marittimo, introducendo ulteriori elementi di incertezza operativa e giuridica.
Dinamiche operative e militarizzazione dello stretto
Sul piano operativo e militare, lo Stretto di Hormuz si configura come un ambiente altamente vulnerabile e caratterizzato da un elevato grado di militarizzazione.
La Repubblica Islamica dell’Iran esercita il controllo della sponda settentrionale e dispone di capacità asimmetriche idonee a interdire o limitare il traffico marittimo. In particolare:
– l’impiego di mine navali consente la negazione dell’accesso a specifiche aree dello stretto;
– sistemi missilistici antinave e droni permettono l’ingaggio di unità navali in transito;
– l’eventuale utilizzo di unità navali veloci potrebbe consentire azioni di disturbo, abbordaggio o sabotaggio.
La United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), organismo della Marina britannica incaricato di monitorare la sicurezza della navigazione nell’area, ha segnalato, a partire dall’inizio delle ostilità del 28 febbraio u.s., diversi incidenti che hanno coinvolto petroliere e navi mercantili nei pressi dello stretto.
La conformazione geografica amplifica tali vulnerabilità. La ristrettezza delle corsie di navigazione e la concentrazione del traffico riducono i margini di manovra delle unità civili, aumentando l’esposizione a minacce cinetiche e asimmetriche.
In tale quadro, lo Stretto di Hormuz assume una duplice funzione: infrastruttura critica per il sistema energetico globale e, al contempo, teatro operativo in cui si confrontano capacità militari convenzionali e non convenzionali, con un elevato rischio di escalation anche a seguito di incidenti limitati.
Articolo di: Edoardo Rega, Edoardo Consoli, Marta Felici.

