A due anni dal 7 ottobre, che costò la vita a circa 1200 israeliani vittime dell’incursione di Hamas in Israele, il negoziato sul cessate il fuoco è tornato al centro della scena. La proposta statunitense prevede che Tel Aviv arretri su una linea interna alla Striscia e che, con l’accettazione di Hamas, lo stop alle ostilità scatti subito, insieme allo scambio tra ostaggi e detenuti e a un ritiro successivo a tappe. Le delegazioni sono arrivate in Egitto per colloqui tecnici; intanto, mentre su Gaza City si registra un parziale alleggerimento delle operazioni israeliane, bombardamenti e colpi d’artiglieria continuano in più settori. Il terreno, per ora, si muove più lentamente dei comunicati.
Il costo umano resta enorme. Dall’inizio della guerra si contano circa 66 mila morti e circa 170 mila feriti nella Striscia. Cifre che non potranno che aumentare via via che verranno rimosse le macerie. Sul versante israeliano, circa 460 militari sono morti nelle operazioni terrestri a Gaza. Gli ostaggi ancora nella Striscia sono 48 ma oltre la metà potrebbe non essere in vita.
Sul piano militare, le stime più recenti indicano che, alla vigilia della guerra, i combattenti di Hamas fossero tra circa 20 e 25 mila, con altri 10–15 mila arruolati nel corso del conflitto. Alcune valutazioni arrivano a contare circa 40 mila operativi ancora attivi. Anche il bilancio delle perdite oscilla: comunicazioni ufficiali israeliane parlano di quasi 20 mila miliziani uccisi, mentre analisi basate su elenchi nominativi si fermano a circa 9 mila. Una forbice ampia che rende complicato fotografare con precisione il fenomeno: accesso limitato, controlli indipendenti difficili, criteri diversi e tempi non coincidenti, e una divulgazione dei numeri che spesso riflette necessità politiche.
Il sistema sanitario è allo stremo: solo 14 ospedali su 36 risultano parzialmente funzionanti. Interventi complessi e terapie ad alta intensità procedono a intermittenza; migliaia di feriti convivono con amputazioni e menomazioni che richiederanno anni di riabilitazione in un contesto di carenze croniche di farmaci, attrezzature e personale.
La popolazione della Striscia è di circa 2 milioni di residenti. La quota di sfollati interni oscilla tra circa l’80 e il 90%. Nell’area settentrionale e a Gaza City restano centinaia di migliaia di civili con accesso estremamente limitato a cibo, acqua potabile e cure. La fame è più severa nel Nord, dove l’ingresso degli aiuti è più incerto e le finestre di distribuzione sono spesso interrotte da problemi di sicurezza.
La distruzione materiale è sistemica. Le stime più recenti parlano di circa 436 mila unità abitative colpite (92%), con circa 160 mila distrutte e 276 mila danneggiate. Nel settore dell’istruzione, circa il 92% degli edifici scolastici richiede ricostruzione o riabilitazioni pesanti e oltre 400 scuole risultano danneggiate. Le macerie si contano in decine di milioni di tonnellate, con rischi ambientali e sanitari e una diffusa presenza di ordigni inesplosi che rallenta ogni intervento.
L’imbuto degli aiuti resta stretto. In alcune giornate entrano centinaia di camion autorizzati, ma tra ispezioni, insicurezza e scarsità di carburante la quota effettivamente scaricata e distribuita è molto più bassa, soprattutto nel Nord. Kerem Shalom è oggi il varco principale per le derrate, ma non basta a coprire il fabbisogno della popolazione gazawi.
Sul terreno, la Striscia resta segmentata. Il corridoio di Netzarim taglia i collegamenti tra nord e sud e limita la mobilità di civili e convogli. La proposta in discussione contempla il mantenimento di aree di sicurezza e una linea di ritiro iniziale che, se attuata, cambierebbe la geografia militare senza però risolvere subito la questione dell’accesso ai servizi essenziali.
La conclusione, oggi, non può essere un semplice auspicio. Un cessate il fuoco “vero” si misurerà nelle prime settantadue ore su parametri concreti e verificabili: tregua osservata senza eccezioni; corridoi umanitari continui verso il Nord; elettricità e acqua riportate almeno ai livelli minimi di sopravvivenza; ospedali riforniti di carburante, medicinali e materiali chirurgici; scorte alimentari distribuite fino ai quartieri più isolati. A quel punto serviranno una tabella di marcia chiara per i ritiri, un monitoraggio indipendente nei valichi, garanzie effettive per la protezione dei civili e squadre dedicate alla bonifica degli ordigni per riaprire strade e quartieri. Nelle abitazioni danneggiate, la priorità tecnica è semplice e decisiva: sigillare l’involucro degli spazi essenziali e ripristinare acqua e servizi igienici prima di pensare a ricostruzioni costose. È lì che un accordo smette di essere carta e diventa vita quotidiana: nel passaggio da un convoglio che arriva ogni tanto a una distribuzione sicura, da una pompa ferma a una rete che riparte, da un edificio sventrato a un alloggio protetto. Per una popolazione sfollata in massa, con pochi ospedali operativi e intere reti a pezzi, il senso del negoziato si giocherà in quella somma di azioni misurabili. Ed è da lì che Gaza capirà se, davvero, una pagina è stata voltata.

