INCOGNITA TRUMP: “Se chiude un accordo con l’Iran permette a Israele di concentrarsi su Hezbollah”

President Trump addressing the nation from the White House on Wednesday. Credit:Doug Mills/The New York TimesIl Presidente Trump parla alla nazione dalla Casa Bianca. Foto di Doug Mills/The New York Times.

In una recente intervista a IlSussidiario, curata da Paolo Rossetti, il responsabile delle Relazioni Istituzionali e Analyst di COSMO, Mattia Rossini, ha analizzato il recente approccio di Trump verso l’Iran. Le aperture verso il Paese sono mosse tattiche per testare la nuova leadership di Mojtaba Khamenei. Rossini ritiene improbabile il ritiro degli Stati Uniti dallo Stretto di Hormuz per ragioni economiche, ipotizzando che Washington stia valutando se procedere con un’apertura diplomatica o un attacco mirato all’isola petrolifera di Kharg.

Di seguito l’intervista.

Trump dice che l’Iran vuole che tacciano le armi, ma cerca solo di carpire le reazioni di Khamenei jr. E pensa ancora di attaccare l’isola di Kharg

L’Iran vuole il cessate il fuoco. E se lo Stretto di Hormuz sarà libero, gli americani potranno anche concederglielo. Parola di Trump. Peccato che l’ultima uscita del presidente americano parta da un annuncio smentito da Teheran. Probabilmente, osserva Mattia Rossini, Analyst e responsabile delle Relazioni Istituzionali del Centro studi sul mondo arabo Cosmo, le sue parole sono state rese pubbliche per sondare le reazioni del regime iraniano e capire qualcosa di più sul da farsi.

Due sarebbero le opzioni sul tavolo di Trump: il negoziato e un attacco per conquistare l’isola di Kharg, con la prima soluzione favorita dagli americani. Difficile, invece, che gli USA lascino Hormuz senza curarsi delle conseguenze, come è stato ipotizzato dai media americani, perché dalle sorti dello Stretto dipende molto del prezzo del petrolio a livello mondiale.

Quanto alla NATO, l’allarme per un possibile abbandono da parte degli Stati Uniti per ora è contenuto: più facile che Trump voglia convincere gli alleati ad aiutarlo in Medio Oriente.

Trump dice che gli iraniani (che però smentiscono) gli hanno chiesto il cessate il fuoco. Cosa c’è di vero?

Non darei un peso eccessivo a queste dichiarazioni, credo che sia un modo per sondare il terreno nei confronti della nuova leadership iraniana. Trump cerca di carpire una possibile predisposizione al dialogo da parte di Teheran. Gli iraniani hanno chiesto di designare il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance come possibile interlocutore, perché scottati dalle ultime esperienze con Witkoff e il genero di Trump Kushner.

Nell’annunciare la richiesta di cessate il fuoco Trump ha parlato del nuovo presidente del regime iraniano come una persona meno radicalizzata e più intelligente dei suoi predecessori. La pensa così su Mojtaba Khamenei?

Il leader dell’Iran è lui, anche se è diretto dall’IRGC. Credo che Trump lo blandisca per vedere la reazione. La nuova guida suprema, figlio del defunto Ali Khamenei, non era un personaggio alla ribalta, e il presidente USA vuole vedere come risponde alle sue dichiarazioni, farlo venire allo scoperto, capire se può essere disponibile al dialogo o venire a sapere qualcosa in più anche nell’ottica di eventuali operazioni di terra.

Il Wall Street Journal dice che gli USA stanno valutando la possibilità di abbandonare il teatro di guerra, lasciando sostanzialmente agli iraniani lo Stretto di Hormuz. Chi ha bisogno del petrolio se la vedrà da solo con loro. Israele e Paesi del Golfo possono accettare una prospettiva del genere?

Il controllo degli stretti, quello di Hormuz, ma anche quello speculare di Bab-el-Mandeb all’altro lato della penisola arabica, è in qualche misura la conferma della proiezione americana sul globo terraqueo. Abdicare e poter pensare che gli Stati Uniti possano in qualche modo ritirarsi da questo ruolo di controllori delle rotte commerciali globali è quantomeno azzardato. Ritengo che sia proprio della dialettica di Trump ricorrere in maniera sistematica a minacce e concessioni, per spiazzare gli interlocutori.

Perché Trump non può rinunciare al controllo della zona?

Buona parte del petrolio globale passa da Hormuz e anche se fattualmente non incide sulla quantità di petrolio usato dagli Stati Uniti, incide comunque sul livello dei costi globali. Il mercato è fatto di offerta e richiesta globale, se si alza il prezzo in una parte del mondo ne risentono tutti. E poi ci sono le aziende petrolifere americane che hanno interessi in quell’area.

Tra le diverse soluzioni prospettate c’è quella di un intervento militare nello Stretto di Hormuz. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero dato la loro disponibilità ad agire direttamente per questo scopo. Questo mentre Arabia Saudita e gli stessi Emirati starebbero spingendo gli americani ad attaccare a fondo l’Iran per far cadere il regime. Quante possibilità di attuazione ha questo scenario?

L’opzione dell’operazione di terra è sul tavolo, ma circoscritta. Siamo abituati a pensare a un’invasione di terra come quelle avvenute in Iraq e in Afghanistan, ma il territorio iraniano è completamente diverso: la profondità strategica dell’Iran è molto complessa da vincere con la forza. In questo momento l’ipotesi più probabile è di assumere il controllo di un’isola nello Stretto di Hormuz, l’isola di Kharg, il cuore del sistema petrolifero iraniano. Controllandola, gli Stati Uniti potrebbero garantire la circolazione delle navi. Mantenere lì una struttura operativa, tuttavia, li esporrebbe alla rappresaglia iraniana, alla possibilità di colpirli con artiglieria, droni e missili.

Insomma, quali sono le alternative per Trump?

Sul tavolo ci sono due opzioni: la prima è un’operazione limitata alle isole prospicienti lo Stretto di Hormuz, la seconda un’apertura diplomatica più convinta. Credo che Trump preferisca la seconda.

Trump ha anche detto che sta pensando seriamente di lasciare la NATO: potrebbe farlo davvero?

Ha caldeggiato l’intervento degli alleati per garantire la libera circolazione nello Stretto. Credo che le sue parole puntino a dividere il fardello del conflitto. Rientra nella strategia di minacce e pressioni che Trump è solito attuare.

Il Financial Times attribuisce a Netanyahu la dottrina della guerra preventiva, che spinge Israele a usare la forza in presenza di una minaccia percepita, in pratica teorizza la guerra permanente. Come potrebbe accettare una soluzione negoziale come quella prospettata da Trump?

Per quanto riguarda l’Iran, Israele sente di aver centrato la maggior parte degli obiettivi tattici a breve termine, ovvero la decapitazione del regime iraniano, tra cui la capitolazione di Ali Khamenei, e l’indebolimento del programma missilistico. Ma lo stesso discorso non vale per Hezbollah: credo che il Libano nel futuro sarà il principale terreno di scontro per Israele. Accettare un eventuale accordo con l’Iran permetterebbe a Netanyahu di concentrare le proprie energie militari e la propria attenzione su quel teatro, perché si ha l’impressione che Tel Aviv voglia chiudere la partita con Hezbollah, un po’ come ha fatto con Hamas a Gaza.