L’annuncio del Presidente statunitense, Donald J. Trump, di voler valutare una candidatura alle elezioni presidenziali del 2028 rappresenta un evento che assume una rilevanza di natura istituzionale e geopolitica. Al di là della concreta praticabilità giuridica di un terzo mandato, il dibattito apertosi negli Stati Uniti investe direttamente il rapporto tra leadership personale, architettura costituzionale e tenuta del sistema democratico americano. In un contesto internazionale caratterizzato dalla crescente competizione tra modelli di governance, dalla polarizzazione delle democrazie occidentali e dalla ridefinizione degli equilibri strategici globali, la sola ipotesi di una ricandidatura oltre il limite dei due mandati assume un valore politico che supera la figura del Presidente e coinvolge la credibilità delle istituzioni federali statunitensi, influenzando le valutazioni strategiche circa la prevedibilità della politica estera americana.
Per comprendere la portata dell’attuale dibattito è necessario partire dal quadro costituzionale. Il XXII Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, ratificato nel 1951 in seguito ai quattro mandati consecutivi di Franklin Delano Roosevelt, stabilisce che nessuna persona possa essere eletta alla Presidenza per più di due volte. L’emendamento fu promosso dall’amministrazione repubblicana di Harry S. Truman e sostenuto dal Congresso con l’obiettivo di evitare che l’eccezione rappresentata dalla Seconda guerra mondiale potesse trasformarsi in un precedente permanente. La disposizione costituzionale si inserisce nella tradizione inaugurata volontariamente da George Washington, che rinunciò a un terzo mandato nel 1796, creando una consuetudine rimasta sostanzialmente invariata per oltre un secolo e mezzo. Il limite dei due mandati costituisce, pertanto, uno dei principali strumenti attraverso cui il sistema americano limita la personalizzazione della leadership politica e preserva il principio della periodica alternanza democratica.
Negli ultimi mesi il dibattito pubblico statunitense ha ipotizzato differenti interpretazioni circa la possibilità di aggirare tale limite costituzionale. Tra le ipotesi maggiormente discusse figura quella secondo cui Trump potrebbe candidarsi alla Vicepresidenza all’interno di un ticket elettorale guidato da un diverso candidato repubblicano, assumendo successivamente la Presidenza in seguito alle eventuali dimissioni del titolare. Tale ricostruzione si fonda su una lettura letterale del XXII Emendamento, secondo cui il divieto riguarderebbe esclusivamente l’elezione diretta alla Presidenza. Tuttavia, questa interpretazione incontra un rilevante ostacolo nel XII Emendamento, il quale dispone che nessuna persona costituzionalmente ineleggibile alla Presidenza possa essere eletta Vicepresidente. Numerosi ex giudici federali e studiosi del diritto costituzionale americano, ritengono, pertanto, che tale soluzione sarebbe incompatibile con l’impianto complessivo della Costituzione e verrebbe con elevata probabilità sottoposta al vaglio della Corte Suprema.
L’eventuale modifica del XXII Emendamento costituisce uno scenario ancora meno probabile. La procedura prevista dall’Articolo V della Costituzione richiede l’approvazione della proposta da parte dei due terzi della Camera dei Rappresentanti e del Senato oppure la convocazione di una Convenzione costituzionale richiesta dai due terzi degli Stati federati. In entrambi i casi è successivamente necessaria la ratifica di almeno trentotto Stati su cinquanta. Si tratta di una soglia estremamente elevata che, nella storia costituzionale americana, ha consentito l’approvazione di appena ventisette emendamenti in oltre due secoli. L’attuale polarizzazione politica, unita alla distribuzione del consenso tra gli Stati e alle profonde differenze ideologiche esistenti tra le amministrazioni locali, rende altamente improbabile il raggiungimento di un consenso costituzionale di tale portata.
La rilevanza dell’annuncio risiede pertanto meno nella sua concreta fattibilità giuridica che nella sua funzione politica. La prospettiva di una candidatura nel 2028 consente infatti a Trump di mantenere una posizione dominante all’interno del Partito Repubblicano, evitando l’apertura anticipata della competizione per la successione. L’incertezza circa le future intenzioni dell’ex Presidente contribuisce a congelare le ambizioni delle principali figure emergenti del partito, rafforzando la dipendenza dell’apparato repubblicano dalla leadership trumpiana e consolidando un modello decisionale fortemente personalizzato. Parallelamente, il mantenimento di una prospettiva elettorale contribuisce a preservare la capacità di raccolta fondi, la mobilitazione della base elettorale e l’influenza esercitata sul dibattito politico nazionale, anche in assenza di una candidatura formalmente registrata.
L’incertezza circa un’eventuale candidatura di Trump condiziona inevitabilmente anche il processo di selezione della futura leadership repubblicana. Tra le figure considerate maggiormente accreditate per il 2028 emergono l’attuale Vicepresidente J.D. Vance, percepito come il principale erede politico del trumpismo istituzionale, il Segretario di Stato Marco Rubio, il Governatore della Florida Ron DeSantis, il Governatore della Virginia Glenn Youngkin e l’ex Ambasciatrice presso le Nazioni Unite Nikki Haley, qualora decidesse di riposizionarsi all’interno del partito. La permanenza di Trump al centro del dibattito politico tende, tuttavia, a congelare la competizione interna, scoraggiando l’apertura anticipata della campagna per le primarie e mantenendo la leadership repubblicana in una fase di attesa strategica. Tale dinamica rafforza ulteriormente la centralità personale del Presidente, ritardando il naturale ricambio generazionale della classe dirigente conservatrice e prolungando la dipendenza dell’intero partito dalla sua capacità di orientarne consenso, agenda politica e raccolta finanziaria.
Sotto il profilo della comunicazione strategica, la dichiarazione assume, inoltre, la funzione di orientare l’agenda politica americana. L’attenzione mediatica e istituzionale si concentra infatti sul tema della legittimità costituzionale della candidatura, riducendo lo spazio dedicato ad altri dossier interni ed esterni e costringendo sia il Partito Democratico sia il Partito Repubblicano a prendere posizione rispetto ad un’ipotesi che, indipendentemente dalla sua realizzabilità, modifica il quadro della competizione politica. In questo senso, la proposta potrebbe essere interpretata come uno strumento di pressione politica piuttosto che come un progetto immediatamente perseguibile sul piano giuridico.
Tra le ulteriori ipotesi avanzate nel dibattito mediatico e accademico statunitense figura anche quella, priva di un concreto fondamento costituzionale, secondo cui Donald Trump potrebbe essere designato quale Designated Survivor durante un evento istituzionale e assumere successivamente la Presidenza. Tale ricostruzione risulta tuttavia incompatibile con la disciplina della successione presidenziale. Il Designated Survivor è infatti necessariamente individuato tra i membri del Gabinetto già nominati e confermati dal Senato e può succedere al Presidente esclusivamente secondo l’ordine stabilito dal Presidential Succession Act. Donald Trump, non ricoprendo alcun incarico esecutivo federale, non potrebbe essere designato né rientrare nella linea di successione prevista dalla legge. Analogamente, la procedura non costituisce uno strumento idoneo ad aggirare i limiti imposti dal XXII Emendamento, poiché la successione presidenziale rimane subordinata ai requisiti costituzionali di eleggibilità alla carica.
Parallelamente, parte delle analisi ha ipotizzato che il movimento politico riconducibile a Trump possa preservare la propria influenza attraverso la candidatura di un membro della famiglia presidenziale. Tra i nomi maggiormente ricorrenti figurano Donald Trump Jr., Eric Trump e, in misura minore, Ivanka Trump, tutti caratterizzati da una crescente esposizione politica e mediatica all’interno dell’universo repubblicano. Sebbene nessuno abbia formalizzato una candidatura presidenziale, l’eventuale individuazione di un familiare quale candidato consentirebbe di mantenere elevata la continuità del messaggio politico e dell’elettorato trumpiano senza entrare in conflitto con i limiti costituzionali imposti al Presidente uscente. Tale scenario riprodurrebbe dinamiche già osservate in altri sistemi democratici, nei quali il capitale politico personale viene progressivamente trasferito a figure appartenenti al medesimo nucleo familiare, trasformando la leadership individuale in una più ampia continuità politico-dinastica.
Un ulteriore elemento che contribuisce a comprendere la cultura istituzionale americana riguarda il principio della continuità costituzionale dello Stato, del quale il cosiddetto Designated Survivor costituisce una delle espressioni più rappresentative. La procedura, sviluppata durante la Guerra Fredda per garantire la sopravvivenza delle istituzioni in caso di attacco nucleare e tuttora applicata durante eventi che riuniscono contemporaneamente il Presidente, il Vicepresidente, i membri del Gabinetto, i vertici del Congresso e della Corte Suprema, prevede che un Segretario dell’Esecutivo venga trasferito in una località protetta e mantenuto sotto la protezione del Servizio Segreto. Qualora un evento catastrofico eliminasse l’intera linea di successione costituzionale, il Designated Survivor assumerebbe immediatamente la Presidenza secondo quanto previsto dal Presidential Succession Act del 1947. Sebbene tale meccanismo non presenti alcun collegamento diretto con l’ipotesi di un terzo mandato, esso rappresenta un esempio significativo della filosofia costituzionale americana: la continuità dello Stato prevale sulla permanenza del singolo leader e l’ordinamento è costruito affinché nessuna figura politica risulti indispensabile alla sopravvivenza delle istituzioni. Tale principio rafforza la logica sottesa al limite dei due mandati presidenziali.
L’attuale dibattito si inserisce inoltre in un processo di progressiva trasformazione della politica statunitense. Negli ultimi vent’anni il sistema bipartitico americano ha registrato un marcato incremento della polarizzazione ideologica, alimentato dalla crescente frammentazione del panorama mediatico, dalla diffusione delle piattaforme digitali e dalla personalizzazione della competizione elettorale. La leadership politica tende sempre più a coincidere con la capacità del candidato di mobilitare direttamente il proprio elettorato, riducendo il ruolo tradizionalmente svolto dalle strutture di partito nella selezione della classe dirigente. Tale fenomeno ha rafforzato la centralità della figura presidenziale, trasformando le elezioni federali in uno scontro tra leadership contrapposte più che tra differenti programmi di governo.
Sul piano istituzionale, la discussione relativa ad un eventuale terzo mandato evidenzia anche il ruolo centrale della Corte Suprema quale arbitro ultimo delle controversie costituzionali. Qualora venissero intraprese iniziative volte ad aggirare il limite dei due mandati, è altamente probabile che il contenzioso raggiungerebbe rapidamente il massimo organo giurisdizionale federale. Ciò confermerebbe il peso crescente assunto dalla Corte Suprema nella definizione dei principali equilibri politici degli Stati Uniti, tendenza già emersa negli ultimi anni attraverso decisioni riguardanti i poteri presidenziali, il sistema elettorale, l’autonomia degli Stati federati e i diritti costituzionali.
Le implicazioni dell’annuncio si estendono inevitabilmente oltre i confini nazionali. Gli alleati europei osservano con attenzione l’evoluzione del dibattito poiché la prevedibilità della leadership americana costituisce uno dei principali presupposti della sicurezza euro-atlantica. L’Unione Europea, la NATO e i partner dell’Indo-Pacifico fondano infatti una parte significativa della propria pianificazione strategica sulla continuità dell’impegno statunitense in materia di deterrenza, contenimento della Russia e competizione sistemica con la Repubblica Popolare Cinese. Ogni elemento suscettibile di alimentare incertezza circa la futura stabilità istituzionale americana produce inevitabili riflessi sulle valutazioni strategiche dei partner internazionali.
Specularmente, Russia e Cina tendono ad interpretare tali dinamiche come elementi utili ad alimentare la narrativa secondo cui le democrazie occidentali attraverserebbero una fase di crescente instabilità istituzionale. Pur senza incidere direttamente sulla capacità operativa degli Stati Uniti, il dibattito relativo al terzo mandato potrebbe mettere in discussione l’efficacia del modello democratico liberale, contrapponendolo ai sistemi caratterizzati da una maggiore continuità della leadership politica.
Dal punto di vista geopolitico, è, quindi, opportuno distinguere tra probabilità giuridica e rilevanza strategica. La prima rimane estremamente contenuta, considerati gli ostacoli costituzionali e procedurali esistenti. La seconda risulta invece elevata, poiché la semplice apertura del dibattito produce effetti sul comportamento degli attori politici, sull’evoluzione della competizione elettorale americana e sulla percezione internazionale della stabilità degli Stati Uniti. La dichiarazione di Trump assume, pertanto, il valore di uno strumento di posizionamento strategico, volto a mantenere aperte tutte le opzioni politiche e a rafforzare la propria capacità di influenza sia all’interno del Partito Repubblicano sia nel confronto con l’opposizione democratica.
In conclusione, la prospettiva di una terza candidatura di Donald Trump appare, allo stato attuale, incompatibile con l’assetto costituzionale vigente e caratterizzata da ostacoli procedurali tali da renderne estremamente improbabile la realizzazione. Tuttavia, l’effettiva rilevanza geopolitica della vicenda non risiede nella concreta possibilità di modificare il limite dei due mandati, bensì nella capacità del dibattito di incidere sugli equilibri politici interni, sulla successione della leadership repubblicana e sulla percezione internazionale della solidità istituzionale americana. In un sistema internazionale sempre più competitivo, la credibilità degli Stati Uniti continuerà infatti a dipendere non soltanto dalla forza della propria leadership politica, ma soprattutto dalla capacità delle istituzioni federali di preservare la continuità costituzionale, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la prevedibilità dell’azione strategica americana nel lungo periodo.
A cura di ALESSANDRA CECCONI

