Dal 28 febbraio alla firma di Versailles
Nella serata del 17 giugno, mentre il Presidente statunitense Donald Trump si trovava alla Reggia di Versailles per una cena offerta da Emmanuel Macron a margine del G7, Stati Uniti e Iran hanno posto le rispettive firme digitali sul Memorandum d’Intesa (MoU) che dichiara la cessazione immediata delle ostilità su tutti i fronti, con entrata in vigore contestuale alla firma. Trump ha sottoscritto anche una copia cartacea durante la cena, mentre l’agenzia ufficiale iraniana IRNA diffondeva le immagini del Presidente Masoud Pezeshkian impegnato a firmare la copia cartacea dell’accordo. La firma elettronica di entrambe le parti rende il testo “definitivo e ufficiale”, rendendo non più necessaria la cerimonia in presenza inizialmente prevista per il 19 giugno al Bürgenstock, vicino a Lucerna. Per comprendere la portata dell’intesa occorre tornare all’origine del conflitto. Il 28 febbraio 2026, dopo il fallimento dell’ultimo round di colloqui di Ginevra sul programma nucleare iraniano, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’offensiva aerea congiunta contro obiettivi militari, missilistici e politici sul territorio della Repubblica islamica. Nelle prime ventiquattro ore di raid è stata uccisa la Guida suprema Ali Khamenei. Teheran ha risposto con il lancio di missili e di droni contro Israele, le basi statunitensi nel Golfo e i Paesi che le ospitano, avviando di fatto la chiusura dello Stretto di Hormuz. Nei giorni successivi l’Assemblea degli esperti ha eletto Mojtaba Khamenei, secondogenito del leader ucciso, come nuova Guida suprema, una transizione resa opaca dalla sua mancata apparizione pubblica. Un primo tentativo di tregua, negoziato all’inizio di aprile con la riapertura temporanea di Hormuz e un nuovo ciclo di colloqui a Islamabad, è naufragato dopo un’ondata di raid israeliani contro le roccaforti di Hezbollah a Beirut. È nelle settimane di maggio e giugno che la mediazione pakistana, affiancata da Qatar, Turchia e Arabia Saudita, e sostenuta dal pressing diretto dei Paesi del Golfo su Trump affinché non riprendesse i bombardamenti, porta progressivamente alla finalizzazione del Memorandum, al punto che il documento ne conserva il nome: “Memorandum d’Intesa di Islamabad”. Anche nelle ore immediatamente precedenti la firma il negoziato è rimasto fragile: un nuovo raid israeliano su Beirut ha spinto uno dei principali negoziatori iraniani, Mohammad Bagher Ghalibaf, ad accusare Washington di aver dato “il via libera” all’attacco, mentre Trump liquidava l’episodio come una reazione “esagerata”, chiedendo a tutte le parti di “fare un passo indietro” a un passo dalla firma.
I quattordici articoli del Memorandum
A differenza delle bozze circolate nei giorni precedenti, più volte derubricate dalla stessa amministrazione Trump come ipotesi non confermate, il testo dei quattordici articoli è stato letto integralmente da un alto funzionario della Casa Bianca ai giornalisti, e successivamente diffuso in versione integrale anche da Teheran. Il documento si presenta come una cornice generale di carattere preliminare, dal linguaggio deliberatamente generico in più punti, finalizzata a creare le condizioni per il negoziato tecnico successivo più che a regolarne i dettagli. Sul piano politico-militare, l’articolo 1 dichiara la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, vincolando le parti e i rispettivi alleati a non intraprendere azioni ostili reciproche, a non minacciare né usare la forza e a garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano, una clausola che, di fatto, impone all’Iran un freno su Hezbollah. L’articolo 2 impone il reciproco rispetto della sovranità e il divieto di interferire negli affari interni. L’articolo 3 fissa in sessanta giorni, prorogabili solo con consenso reciproco, il termine per la conclusione di un accordo definitivo. Sul fronte marittimo, l’articolo 4 impegna gli Stati Uniti a rimuovere il blocco navale, ripristinando entro trenta giorni il traffico in misura proporzionata ai livelli precedenti al conflitto, e a ritirare le proprie forze dalle aree prossime all’Iran entro trenta giorni dalla conclusione dell’accordo finale. L’articolo 5, il più scrutinato, impegna l’Iran a garantire il passaggio sicuro e gratuito delle navi commerciali tra il Golfo Persico e Mare di Oman per sessanta giorni, con ripresa immediata del traffico e piena operatività entro trenta giorni, previa rimozione di ostacoli tecnici e militari e completamento dello sminamento. Allo scadere dei sessanta giorni, Teheran avvierà un dialogo con il Sultanato dell’Oman e gli altri Stati costieri per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto. Su questo punto, Ghalibaf ha chiarito il giorno stesso della firma che lo Stretto “non tornerà alla situazione prebellica” e che l’Iran, esercitando un “diritto di sovranità” su Hormuz, “riscuoterà un canone per questi servizi” al termine del periodo di gratuità: una conferma esplicita di quanto, nei giorni precedenti, era circolata solo come indiscrezione. Sul piano economico, l’articolo 6 impegna Washington, insieme ai partner regionali, a definire un piano di ricostruzione e sviluppo dell’Iran per almeno 300 miliardi di dollari, con un meccanismo attuativo da completare nell’accordo finale entro sessanta giorni e con tutte le licenze necessarie alle transazioni collegate. L’articolo 7 impegna gli Stati Uniti a porre fine a tutte le sanzioni contro l’Iran, alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, alle misure del Consiglio dei Governatori dell’AIEA e alle sanzioni unilaterali americane, primarie e secondarie, secondo un calendario da includere nell’accordo definitivo. Il nodo nucleare è affidato all’articolo 8: l’Iran riafferma l’impegno a non dotarsi di armi nucleari, mentre le parti concordano di risolvere la sorte del materiale arricchito stoccato mediante una diluizione minima in loco, sotto la supervisione dell’AIEA, rinviando la questione dell’arricchimento futuro e degli altri fabbisogni nucleari iraniani a un “quadro soddisfacente” da definire nell’accordo finale. Fonti dell’amministrazione americana hanno descritto questa formula come “il pavimento, non il soffitto” delle richieste statunitensi. L’articolo 9 sancisce lo status quo in attesa dell’intesa definitiva: l’Iran non muta il proprio programma nucleare, gli Stati Uniti non impongono nuove sanzioni né rafforzano la presenza militare nella regione. Gli articoli successivi completano l’architettura economico-procedurale: il Tesoro statunitense concederà, da subito e fino alla revoca delle sanzioni, deroghe per l’export di greggio iraniano, prodotti correlati e servizi connessi, incluse transazioni bancarie, assicurazioni e trasporto (art. 10). Gli Stati Uniti renderanno progressivamente disponibili i fondi e gli asset iraniani congelati, secondo procedure da negoziare e utilizzabili per i pagamenti indicati dalla Banca centrale iraniana (art. 11), viene istituito un meccanismo esecutivo di supervisione (art. 12). I negoziati per l’accordo definitivo inizieranno solo dopo l’avvio dell’attuazione degli articoli su cessazione delle ostilità, blocco navale, navigazione, deroghe petrolifere e sblocco dei fondi (art. 13). Infine, l’accordo finale dovrà essere ratificato da una risoluzione vincolante del Consiglio di sicurezza dell’ONU (art. 14).
Due testi, due narrazioni: le divergenze tra versione inglese e farsi
Un elemento di particolare rilievo analitico riguarda le differenze tra la versione inglese e quella in farsi del Memorandum, che non sono soltanto formali ma riflettono due narrazioni distinte rivolte a platee interne diverse. La divergenza più visibile riguarda la cornice introduttiva: Teheran qualifica il documento come Memorandum relativo alla conclusione della “guerra imposta americano-sionista contro l’Iran”, espressione che attribuisce la responsabilità del conflitto a Stati Uniti e Israele e presenta l’Iran come parte aggredita. Contestualmente, la versione inglese mantiene una formulazione neutra e tecnica. Sul piano protocollare, la versione inglese cita gli Stati Uniti prima dell’Iran, mentre quella in farsi inverte l’ordine, un dettaglio simbolico ma significativo nella grammatica del prestigio diplomatico. La differenza potenzialmente più rilevante riguarda, però, il paragrafo nucleare. La versione inglese afferma che l’Iran non dovrà “procurarsi né sviluppare” (“procure or develop”) armi nucleari, una formula potenzialmente più ampia, che potrebbe includere attività di ricerca, progettazione, sviluppo tecnologico e “weaponization” antecedenti alla realizzazione materiale dell’arma. La versione in farsi utilizza invece la formula “non produrre né acquisire”, più circoscritta al divieto di produzione e di acquisizione del manufatto finito. Si tratta di una sfumatura lessicale dalle implicazioni strategiche potenzialmente notevoli, destinata a riemergere nei colloqui tecnici. Ulteriori discrepanze, più tecniche, riguardano il perimetro delle deroghe all’export, la versione inglese richiama i prodotti petroliferi, quella in farsi i prodotti petrolchimici, formulazione da chiarire in sede negoziale, e la gestione di Hormuz, dove il testo inglese prevede un dialogo con l’Oman “in discussion with” gli altri Stati del Golfo, mentre la versione farsi distingue maggiormente il dialogo con Mascate da un più sfumato “scambio di opinioni” con gli altri Stati costieri. Anche sul fondo da 300 miliardi le due versioni divergono leggermente nella sfumatura: la versione farsi sembra riferirsi più esplicitamente a uno “stanziamento”, mentre quella inglese parla dello sviluppo di un piano “garantendo un finanziamento” di almeno tale cifra — una differenza che, pur non mutando la sostanza dell’impegno, rafforza nella lettura iraniana la percezione di un obbligo finanziario più diretto.
I nodi rinviati
Il dossier per cui la guerra era formalmente scoppiata, quello nucleare, risulta più congelato che risolto. L’unico impegno operativo riguarda la diluizione in loco del materiale già arricchito, mentre la questione di fondo, se e quanto l’Iran potrà continuare ad arricchire l’uranio, è rimandata a un negoziato dall’esito incerto. Restano del tutto indefiniti elementi tecnici cruciali: la sorte dei circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60% che Teheran vorrebbe diluire in casa, la durata di un eventuale stop futuro all’arricchimento, il tetto qualitativo e quantitativo a esso applicabile, il destino delle centrifughe e le modalità di ritorno degli ispettori dell’AIEA. Significativamente, il testo non menziona né il programma missilistico balistico iraniano né la rete di attori non statali alleati di Teheran nella regione: due elementi che Washington e Israele considerano centrali per un contenimento duraturo, e la cui esclusione costituisce un risultato politico per l’ala dura dell’apparato di sicurezza iraniano. Resta soprattutto aperta l’incognita israeliana. Israele non ha firmato il Memorandum, non ha partecipato ai negoziati mediati dal Pakistan e il suo governo ha ripetutamente chiarito di non considerarsi vincolato dalle clausole sul Libano: il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che le forze israeliane resteranno “a tempo indeterminato” nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza, mentre Netanyahu ha rivendicato i risultati della guerra pur ammettendo che il regime di Teheran resta in piedi e che “lo scontro non è finito”. Il rischio concreto è che, nei prossimi sessanta giorni, un’iniziativa militare unilaterale israeliana nel sud del Libano inneschi una reazione a catena capace di far saltare l’intero impianto dell’accordo. Sul fronte finanziario, infine, l’articolo 11 non quantifica alcuna cifra precisa: le stime di 12, 24 o 25 miliardi di dollari di asset da sbloccare, circolate prima della firma, restano nell’ambito delle indiscrezioni non confermate dal testo ufficiale.
Le reazioni internazionali
A Teheran la reazione ufficiale è stata misurata: il Presidente Pezeshkian ha definito l’intesa “un passo importante per fermare la guerra e avviare i negoziati”, precisando però che “un accordo definitivo deve ancora essere raggiunto”. Resta sullo sfondo il peso delle componenti più intransigenti dell’apparato di sicurezza, a partire dal comandante dei Pasdaran, Ahmad Vahidi, descritto dal Wall Street Journal come capace di imporsi più volte su Pezeshkian e Araghchi nel corso dei negoziati, e l’immagine di un fronte iraniano diviso tra la componente parlamentare-pragmatica di Ghalibaf, l’ala dura dei Pasdaran e l’ufficio della nuova Guida suprema, mai apparsa pubblicamente. Sul fronte israeliano la reazione resta compatta nel rigetto delle clausole libanesi. Oltre a Netanyahu e Katz, il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben–Gvir, ha ribadito che “l’accordo di Trump non ci vincola” e che Israele “non è subordinato agli Stati Uniti”, mentre il Ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, l’ha definito un accordo negativo per l’intero mondo libero. Le tensioni con Washington si sono manifestate anche attraverso un colloquio telefonico, durante il quale Trump avrebbe espresso una dura irritazione nei confronti di Netanyahu per il raid su Beirut alla vigilia della firma. Hezbollah, da parte sua, si è detta soddisfatta del risultato ottenuto dall’alleato iraniano ma ha ribadito di non accettare alcuna violazione della propria sovranità. Al termine del G7 di Evian, conclusosi nelle ore della firma, i leader hanno accolto con favore l’intesa preliminare, chiedendo un cessate il fuoco “immediato e robusto” in Libano e il disarmo di Hezbollah, e impegnandosi a diversificare le rotte energetiche per ridurre la dipendenza da Hormuz. Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, ha salutato l’intesa come “un passo cruciale verso una soluzione pacifica”, mentre la Commissione europea ha collegato esplicitamente la tenuta della pace alla stabilizzazione del fronte libanese. Sul piano economico, l’effetto della firma è stato immediato: alcune petroliere e navi cariche di beni essenziali avrebbero già superato il blocco navale statunitense nelle ore successive all’annuncio, mentre Brent e WTI restano ai livelli più bassi da marzo, intorno a 83 dollari al barile, dai picchi superiori a 120 dollari toccati nei momenti più acuti della crisi. Tra i Paesi del Golfo, Emirati, Qatar e Arabia Saudita restano sollevati dalla prospettiva di una de-escalation pur mantenendo posizioni differenziate, mentre il Bahrein continua a promuovere in sede ONU una risoluzione sulla sicurezza di Hormuz che Mosca e Pechino, entrambe legate a Teheran da partenariati strategici di lungo periodo, potrebbero bloccare in Consiglio di sicurezza.
Considerazioni conclusive
Il Memorandum d’Intesa di Islamabad ha già acquisito lo status di accordo “in vigore” secondo entrambi i governi firmatari, ma la sua tenuta nei prossimi sessanta giorni resta tutta da verificare. Il testo congela più che risolvere il dossier nucleare, lascia fuori dal tavolo un attore decisivo come Israele, già pronto a proseguire unilateralmente le proprie operazioni in Libano, affida a una road map di passaggi reciproci un equilibrio che la cronaca delle ultime settimane ha già mostrato fragile e porta in sé, nelle divergenze tra la versione inglese e quella farsi, i germi di future controversie interpretative. La vera prova, più che la sigla già avvenuta, sarà la capacità delle parti e dei rispettivi falchi interni di attraversare indenni le prossime otto settimane.
A cura di Alessandro Cemerich

