In una recente intervista a IlSussidiario, curata da Lorenzo Drigo, il Direttore di COSMO, Bernard Selwan Khoury, ha analizzato il riaccendersi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, il ruolo dello Stretto di Hormuz, il delicato equilibrio del dossier libanese e le prospettive di una stabilizzazione regionale.
Di seguito l’intervista.
Il Memorandum d’Intesa firmato tra Stati Uniti e Iran avrebbe dovuto inaugurare una nuova fase di de-escalation. A poche settimane dalla sua sottoscrizione, tuttavia, il rischio è quello di assistere a una nuova spirale di ritorsioni reciproche. Gli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz, la risposta militare statunitense, il delicato equilibrio del Libano e il ruolo delle monarchie del Golfo mostrano come le principali crisi della regione continuino a essere strettamente interconnesse. Secondo Bernard Selwan Khoury, Direttore di COSMO, sarà proprio la capacità di evitare che questi dossier si alimentino reciprocamente a determinare il futuro del processo negoziale tra Washington e Teheran.
Perché si è riacceso lo scontro tra Iran e Stati Uniti? Le dichiarazioni di Donald Trump sulla fine del cessate il fuoco rappresentano una delle sue consuete prese di posizione o il rischio di una nuova escalation è concreto?
Il riaccendersi delle tensioni è il risultato di una progressiva spirale di violazioni reciproche del Memorandum d’Intesa di Islamabad, concepito come base per un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, sul regime sanzionatorio, sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz e sul dossier libanese. Nelle ultime ore Teheran ha colpito tre navi mercantili nello Stretto, tra cui un’unità riconducibile al Qatar e una battente bandiera saudita, mentre gli Stati Uniti hanno risposto con un’ampia serie di attacchi contro installazioni riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione Islamica.
In tale quadro, le dichiarazioni di Donald Trump sulla fine del cessate il fuoco non devono essere interpretate come semplice retorica politica. L’escalation militare e l’immediata reazione dei mercati energetici dimostrano che il rischio di un nuovo ciclo di ritorsioni è concreto. In questo contesto, Pakistan e Qatar continuano a svolgere un ruolo fondamentale nel tentativo di preservare il dialogo, ma un ulteriore deterioramento della situazione potrebbe compromettere l’intero percorso negoziale.
Gli attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz sono arrivati proprio mentre era in discussione la gestione di questa arteria strategica. Quali sono le visioni contrapposte di Teheran e Washington?
Per Teheran, Hormuz rappresenta uno dei principali strumenti di pressione strategica nei confronti dell’Occidente. L’Iran punta infatti a esercitare un controllo sempre più ampio sul passaggio marittimo, arrivando a rivendicare un ruolo diretto nella regolamentazione della navigazione insieme all’Oman. Gli attacchi degli ultimi giorni si inseriscono proprio in questa logica, rafforzando la posizione negoziale iraniana mentre sono ancora in corso le discussioni sul futuro assetto dello Stretto.
La posizione americana è diametralmente opposta. Washington considera imprescindibile garantire la libertà di navigazione lungo una delle principali rotte energetiche mondiali e ritiene inaccettabile qualsiasi forma di sovranità esclusiva iraniana sullo Stretto. Il Memorandum è volutamente rimasto ambiguo su questo punto, lasciando spazio a interpretazioni divergenti che oggi stanno riemergendo con forza proprio attraverso le iniziative militari di Teheran.
L’Iran ha colpito nuovamente obiettivi nell’area del Golfo. Quali conseguenze possono avere questi attacchi sui rapporti con le monarchie arabe? Esiste il rischio che chiedano agli Stati Uniti un’azione militare ancora più incisiva?
Gli attacchi iraniani continuano a colpire prevalentemente installazioni e basi americane presenti nei Paesi del Golfo. Tuttavia, il loro significato va ben oltre l’aspetto militare. Teheran intende trasmettere un messaggio preciso alle monarchie arabe: il mantenimento della partnership strategica con Washington comporta inevitabilmente un costo anche per loro.
Il rischio di un effetto domino esiste. Kuwait e Bahrein, già bersagliati durante questa fase di tensione, potrebbero sollecitare un maggiore coinvolgimento militare americano qualora la situazione dovesse deteriorarsi ulteriormente. Allo stesso tempo, però, un’escalation su larga scala rappresenterebbe uno scenario estremamente rischioso anche per gli stessi Stati Uniti, impegnati a preservare il negoziato con Teheran evitando un conflitto regionale aperto.
Il dossier libanese continua a rappresentare uno dei punti più delicati nei rapporti tra Iran, Israele e Stati Uniti. L’accordo tra Beirut e Tel Aviv può davvero rappresentare un passo verso la stabilizzazione dell’area?
L’accordo raggiunto tra Israele e Libano costituisce un passaggio storico, trattandosi del primo tentativo concreto di costruire un’intesa politico-militare diretta tra i due Paesi dopo oltre quarant’anni. Il meccanismo concordato prevede il graduale ritiro delle Forze di Difesa israeliane dal Libano meridionale in parallelo al dispiegamento delle Forze Armate libanesi nelle cosiddette “zone pilota“, con l’obiettivo di restituire progressivamente a Beirut il controllo dell’intero territorio nazionale.
Permangono tuttavia numerosi elementi di fragilità. Hezbollah continua a respingere l’accordo, mantiene parte delle proprie capacità militari e conserva un significativo consenso all’interno della comunità sciita. Parallelamente, Israele continua a ritenere insufficiente il livello di sicurezza garantito dallo Stato libanese. Per questo motivo, il successo dell’intesa dipenderà non soltanto dall’impegno delle Parti, ma anche dal sostegno della comunità internazionale e dalla capacità degli Stati Uniti di accompagnarne concretamente l’attuazione.
I prossimi colloqui tra Israele e Libano potrebbero svolgersi a Roma. Quale ruolo può ritagliarsi l’Italia in questa fase negoziale?
L’Italia dispone delle caratteristiche necessarie per assumere un ruolo di primo piano nel processo diplomatico. Già nei mesi scorsi, nel corso di un workshop organizzato da COSMO insieme alla Fondazione Med-Or, era stata evidenziata l’opportunità di individuare Roma quale sede ideale per ospitare il dialogo tra le Parti. Un’ipotesi successivamente emersa anche sul piano istituzionale e che oggi appare sempre più concreta.
A favorire questa prospettiva contribuiscono diversi elementi: la posizione geografica dell’Italia nel Mediterraneo, la lunga esperienza maturata attraverso la partecipazione alla missione UNIFIL e la credibilità costruita negli anni nei confronti delle Autorità libanesi. Roma rappresenta quindi non soltanto una sede logisticamente favorevole, ma anche una scelta politica e simbolica, in grado di offrire un contesto neutrale e affidabile per il proseguimento dei negoziati.
L’ipotesi di nuovi attacchi contro l’Iran può riaprire il fronte con Hezbollah? Quanto è concreto il rischio di una nuova escalation in Libano?
Il rischio rimane elevato. Israele ha più volte ribadito che non intende ritirare le proprie Forze dal Libano meridionale finché Hezbollah continuerà a mantenere una presenza armata nell’area. L’obiettivo israeliano resta infatti quello di degradare definitivamente le capacità militari del movimento sciita e impedirne una futura ricostituzione.
Dal canto suo, Hezbollah continua ad allinearsi politicamente alla strategia iraniana, pur evitando, almeno in questa fase, di rispondere direttamente alle operazioni israeliane nel Libano meridionale. Questa scelta riflette sia la volontà di non offrire a Israele il pretesto per una nuova offensiva terrestre, sia il crescente peso decisionale assunto dai Guardiani della Rivoluzione iraniani nelle principali scelte strategiche del movimento. Un eventuale deterioramento dei rapporti tra Washington e Teheran avrebbe quindi ripercussioni dirette anche sul fronte libanese.
La partita tra Iran e Stati Uniti coinvolge ormai nucleare, sicurezza energetica, Libano e Golfo Persico. Su quale dossier si gioca oggi la possibilità di arrivare a un accordo duraturo?
La riuscita del Memorandum dipende innanzitutto dalla volontà politica delle Parti di accettare compromessi reciproci. Un accordo stabile richiederà inevitabilmente concessioni sia da parte americana sia da parte iraniana, a partire dalla gestione dello Stretto di Hormuz, dal programma nucleare e dallo sblocco dei fondi iraniani congelati, uno dei temi più sensibili anche per Israele.
L’elemento che maggiormente distingue le due Parti riguarda però la diversa percezione del tempo. Mentre gli Stati Uniti e Israele hanno la necessità di ottenere risultati politici in tempi relativamente brevi, anche per ragioni di politica interna, Teheran può permettersi una strategia di lungo periodo, utilizzando lo stallo negoziale come ulteriore leva di pressione. È proprio questo squilibrio temporale che continua a rappresentare uno dei principali vantaggi negoziali dell’Iran.
Dopo anni di guerre e crisi, il Medio Oriente sembra attraversare una fase di ridefinizione degli equilibri. L’Iran è ancora in grado di esercitare la propria influenza regionale oppure il suo ruolo sta cambiando?
L’Iran esce dagli ultimi mesi di confronto con capacità militari e di sicurezza sensibilmente ridimensionate, pur continuando a presentare una narrativa di vittoria sul piano interno e regionale. Parallelamente, anche all’interno della Repubblica Islamica iniziano a emergere segnali di possibile riorganizzazione dell’opposizione, sebbene un’effettiva alternativa politica richieda ancora tempi lunghi.
Il Medio Oriente sta vivendo una trasformazione profonda. Gli Stati Uniti sono tornati a esercitare un ruolo centrale nella regione, mentre la caduta del regime di Bashar al-Assad ha segnato simbolicamente il ridimensionamento dell’influenza russa e iraniana nel Levante. Anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar stanno progressivamente rafforzando il proprio allineamento con l’Occidente. In questo scenario, proprio l’attuale fase potrebbe rappresentare per Teheran il momento più favorevole per raggiungere un accordo più solido con Washington, finalizzato alla propria sopravvivenza nel nuovo scacchiere mediorientale ed evitando così che il conflitto si trasformi in una nuova stagione di instabilità regionale.

