Il paradosso Trump: tra accordi con l’Iran e tensioni con gli alleati

Giuramento del secondo mandato di Donald Trump

Donald Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo una politica estera radicalmente diversa da quella dei suoi predecessori. La promessa era semplice: meno guerre, maggiore deterrenza, alleati più disciplinati e avversari costretti a negoziare da una posizione di debolezza. Per milioni di elettori americani, il secondo mandato avrebbe dovuto rappresentare la dimostrazione che la strategia della “maximum pressure” fosse più efficace dell’approccio diplomatico adottato dalle precedenti Amministrazioni.

A pochi mesi dalle elezioni di metà mandato del novembre 2026, tuttavia, il Presidente si trova ad affrontare una realtà più complessa. Le criticità che stanno emergendo sono molteplici e interessano dossier diversi, dalla politica interna ai rapporti internazionali. Tra queste, quattro vicende appaiono particolarmente significative perché, pur sviluppandosi in contesti differenti, presentano un elemento comune: mettono in discussione alcuni dei principali pilastri della narrativa politica costruita da Trump durante la campagna elettorale e nei primi mesi del suo secondo mandato.

L’accordo negoziato con l’Iran, la crescente delusione di una parte della diaspora iraniana, le tensioni con il Governo israeliano sul dossier libanese e la recente crisi diplomatica con l’Italia non rappresentano, singolarmente, minacce tali da compromettere la tenuta della Presidenza. Considerati nel loro insieme, tuttavia, delineano un quadro più articolato, nel quale la distanza tra le aspettative generate dalla retorica della “maximum pressure” e le esigenze della gestione concreta della politica estera americana inizia a diventare sempre più evidente. È proprio attraverso questi quattro dossier che è possibile comprendere le principali fragilità che stanno caratterizzando la proiezione internazionale dell’Amministrazione Trump.

L’accordo con Teheran e il ritorno del fantasma Obama

Il Memorandum of Understanding sottoscritto tra Stati Uniti e Iran rappresenta probabilmente il dossier che più di ogni altro sta mettendo in difficoltà l’Amministrazione Trump. L’intesa è il risultato di una lunga mediazione diplomatica indiretta, sostenuta principalmente dal Pakistan, dall’Oman e dal Qatar e culminata nei colloqui ad alto livello di Bürgenstock, in Svizzera. Il documento ha aperto una finestra negoziale di sessanta giorni finalizzata alla definizione di un accordo più ampio sul programma nucleare iraniano, prevedendo un progressivo alleggerimento del regime sanzionatorio, il coinvolgimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e una serie di misure destinate a favorire la de-escalation regionale.

Il problema politico per Trump non risiede soltanto nelle analogie con il Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 dall’Amministrazione Obama. La differenza più rilevante riguarda infatti il contesto in cui Washington è arrivata al nuovo compromesso. Rispetto alla stagione del JCPOA, Teheran dispone oggi di leve di pressione più ampie e immediatamente spendibili, maturate durante il conflitto e utilizzate per aumentare il costo politico, economico e militare di una prosecuzione dello scontro.

La principale di queste leve riguarda lo Stretto di Hormuz. Il blocco prolungato della rotta, protrattosi per quasi tre mesi, ha imposto agli Stati Uniti e ai loro alleati una pressione strategica che Washington non aveva sperimentato nella stessa forma durante la Presidenza Obama. La minaccia alla libertà di navigazione in uno dei passaggi energetici più sensibili al mondo ha prodotto effetti diretti sui mercati, sulla sicurezza delle rotte commerciali, sulla postura navale americana nel Golfo e sulla percezione di vulnerabilità degli alleati regionali.

Accanto al dossier marittimo, il conflitto ha confermato anche la capacità iraniana di attivare più livelli di pressione regionale. Teheran ha potuto fare leva sulla presenza di reti alleate e gruppi armati in teatri strategici, sulla minaccia alle infrastrutture energetiche del Golfo, sul proprio programma missilistico e su un know-how nucleare ormai difficilmente reversibile. Questo insieme di fattori ha rafforzato la posizione negoziale iraniana e ha reso più complesso per Washington imporre condizioni unilaterali.

È questo elemento a rendere il nuovo memorandum politicamente più problematico per Trump. Per oltre un decennio il Presidente ha utilizzato il JCPOA come simbolo degli errori della politica estera democratica, accusando l’Amministrazione Obama di aver concesso troppo all’Iran in cambio di garanzie insufficienti. Oggi, tuttavia, il MoU appare agli occhi di molti critici come un’intesa ancora più fragile: meno dettagliata del precedente accordo, più dipendente da una de-escalation regionale incerta e maturata in un contesto nel quale Teheran ha dimostrato di poter esercitare una pressione concreta sugli interessi americani e occidentali.

L’Amministrazione sostiene che il memorandum sia stato ottenuto da una posizione di forza, dopo una fase di pressione militare e diplomatica che avrebbe costretto l’Iran a negoziare. Tuttavia, la sequenza degli eventi consente anche una lettura opposta: Washington sarebbe stata spinta al compromesso non solo dalla volontà di contenere il programma nucleare iraniano, ma anche dalla necessità di interrompere una crisi regionale che stava producendo costi crescenti. Il rischio politico per Trump è quindi evidente. Il Presidente potrebbe essere accusato non soltanto di aver accettato una soluzione simile a quella che aveva promesso di superare, ma di averlo fatto in condizioni negoziali più sfavorevoli rispetto al passato.

La delusione dell’opposizione iraniana

Se il Memorandum of Understanding ha suscitato critiche negli ambienti conservatori americani, una reazione altrettanto significativa si è registrata all’interno dell’opposizione iraniana. La crescente delusione non riguarda soltanto una parte della diaspora, in particolare quella residente negli Stati Uniti, ma anche quei settori della società iraniana che avevano interpretato l’escalation militare come l’inizio di una fase potenzialmente decisiva per il futuro della Repubblica Islamica.

Nelle settimane successive agli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici iraniani, si era infatti diffusa la convinzione che l’operazione non fosse finalizzata esclusivamente a degradare il programma nucleare e le capacità militari di Teheran, ma che potesse costituire il primo passo di una strategia più ampia volta a indebolire, se non addirittura favorire il collasso, dell’attuale sistema di potere iraniano. Tale aspettativa aveva trovato particolare riscontro negli ambienti della diaspora, soprattutto negli Stati Uniti, dove figure come Reza Pahlavi avevano rilanciato la prospettiva di una transizione politica, ma anche tra numerosi cittadini iraniani contrari al regime, che avevano accolto con favore l’ipotesi di un cambiamento.

La scelta dell’Amministrazione Trump di avviare un percorso negoziale con Teheran ha però modificato radicalmente questa percezione. Per una parte dell’opposizione iraniana, il Memorandum rappresenta il passaggio da una strategia di pressione massima a una logica di contenimento e stabilizzazione, nella quale la sopravvivenza della Repubblica Islamica torna a essere considerata un elemento con cui negoziare, anziché un assetto politico da superare.

Pur trattandosi di un fronte profondamente eterogeneo, il malcontento emerso sia nella diaspora sia tra una parte della popolazione iraniana ostile al regime contribuisce ad alimentare una narrazione sempre più diffusa: quella di un Presidente che, dopo aver lasciato intendere di voler portare il confronto con Teheran fino alle estreme conseguenze, avrebbe infine scelto la via del compromesso. Una percezione che rischia di incidere sulla credibilità internazionale della strategia di “maximum pressure”, trasformando quello che molti consideravano un possibile punto di svolta in una semplice parentesi negoziale.

Lo scontro con Netanyahu e il nodo libanese

Il Libano rappresenta oggi uno dei principali punti di attrito tra Washington e Tel Aviv. Mentre l’Amministrazione Trump considera prioritario consolidare il percorso negoziale avviato con l’Iran e favorire una progressiva stabilizzazione del fronte libanese, il Governo israeliano continua a ritenere necessario mantenere la pressione militare su Hezbollah e sulla presenza iraniana nel Paese.

Questa divergenza emerge chiaramente dall’accordo quadro trilaterale sottoscritto a Washington da Stati Uniti, Israele e Libano al termine del quinto ciclo negoziale. L’intesa delinea un percorso graduale fondato sul principio della reciprocità, nel quale il progressivo ritiro delle IDF è subordinato al dispiegamento delle Forze Armate libanesi, al disarmo verificato dei gruppi armati non statali e allo smantellamento delle rispettive infrastrutture militari. L’accordo istituzionalizza inoltre un meccanismo permanente di coordinamento militare sotto supervisione statunitense, confermando la volontà di Washington di trasformare il cessate il fuoco in un processo stabile di sicurezza regionale.

La sottoscrizione dell’intesa, tuttavia, non elimina automaticamente le criticità presenti sul terreno. Secondo Tel Aviv, il rilievo di Ali Al-Taher, a sud-est di Nabatiyeh, rappresenta ancora uno dei principali nodi strategico della rete difensiva di Hezbollah. Proprio in questo settore si sono registrati alcuni degli scontri più intensi anche nelle prime ore successive alla formale sospensione delle attività israeliane al di fuori dell’area delimitata dalla cosiddetta “Linea di Difesa Avanzata”, confermando la centralità del controllo delle alture e delle infrastrutture sotterranee nel confronto tra IDF e movimento sciita.

Per Washington, il consolidamento del percorso negoziale avviato con Teheran passa ora anche attraverso l’attuazione dell’accordo quadro trilaterale sul Libano, concepito come uno dei principali strumenti di stabilizzazione regionale. Per Israele, invece, la minaccia rappresentata da Hezbollah continua a mantenere una dimensione immediata sul piano operativo: il controllo di posizioni strategiche come il rilievo di Ali Al-Taher conserva un’importanza determinante per impedire la ricostituzione delle capacità operative del movimento sciita.

Tale divergenza di priorità costituisce una delle criticità più rilevanti del secondo mandato Trump. Il Presidente ha costruito una parte significativa della propria politica estera sul rapporto privilegiato con Benjamin Netanyahu e sul sostegno alla sicurezza di Israele. La firma dell’accordo quadro consente oggi alla Casa Bianca di rivendicare un importante risultato diplomatico, ma la sua credibilità sarà inevitabilmente legata alla capacità di conciliare il percorso negoziale promosso da Washington con le persistenti esigenze di sicurezza israeliane.

La crisi con l’Italia e il danno d’immagine

A rendere ancora più complesso il quadro si è aggiunta la recente polemica diplomatica con il Governo italiano. Le dichiarazioni rilasciate da Trump nei confronti del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in merito a un presunto episodio avvenuto durante il G7, hanno provocato una reazione particolarmente dura da parte di Roma.

Dal punto di vista strategico, la vicenda non appare destinata a produrre una crisi strutturale nei rapporti bilaterali. Tuttavia, l’episodio ha avuto un impatto simbolico significativo. Giorgia Meloni è considerata da molti ambienti conservatori americani una delle figure politiche europee più vicine alle posizioni dell’attuale Amministrazione. Lo scontro ha quindi alimentato interrogativi sulla capacità della Casa Bianca di gestire rapporti stabili anche con Governi ideologicamente affini.

La controversia potrebbe inoltre produrre effetti indiretti all’interno della vasta comunità italo-americana, particolarmente influente in alcuni Stati elettoralmente rilevanti come Pennsylvania, New York, New Jersey, California e Florida.

Le elezioni di metà mandato all’orizzonte

Tutti questi elementi convergono verso un appuntamento che incombe sulla politica americana: le elezioni di metà mandato del novembre 2026. Storicamente, i Presidenti in carica tendono a perdere seggi al Congresso durante le midterm, e l’Amministrazione Trump non sembra immune a questa dinamica.

Il rischio principale per la Casa Bianca non è tanto una fuga massiccia di elettori verso il Partito Democratico quanto una progressiva erosione dell’entusiasmo all’interno della propria coalizione. L’accordo con l’Iran divide la base più interventista, le tensioni con Israele preoccupano una parte dell’elettorato conservatore, mentre le dispute con partner tradizionalmente vicini agli Stati Uniti contribuiscono ad alimentare una percezione di crescente isolamento diplomatico.

Trump continua a mantenere una presa significativa sul Partito Repubblicano e conserva importanti margini di manovra politica. Tuttavia, per la prima volta dal suo ritorno alla Casa Bianca, il Presidente appare costretto a gestire contemporaneamente più fronti di criticità, molti dei quali derivano non dall’opposizione democratica ma dalle aspettative create tra i propri sostenitori.

Il problema non è la forza, ma la coerenza

Il vero rischio politico per Donald Trump non risiede nelle singole crisi che stanno caratterizzando questa fase del mandato. La questione più delicata riguarda la percezione di una crescente distanza tra la narrativa che ha accompagnato il suo ritorno al potere e le scelte che l’Amministrazione è stata costretta ad adottare una volta confrontatasi con la complessità dello scenario internazionale da lei stessa plasmato.

L’Iran continua a essere un interlocutore con cui negoziare, Israele persegue priorità strategiche non sempre coincidenti con quelle di Washington e gli alleati europei mantengono margini di autonomia che limitano la capacità americana di imporre la propria agenda. In altre parole, la realtà geopolitica si sta dimostrando molto meno malleabile delle promesse formulate durante la campagna elettorale.

Per un leader che ha costruito gran parte della propria forza politica sulla promessa di risultati rapidi e soluzioni nette, questa potrebbe rivelarsi la sfida più difficile del secondo mandato.