“Non ascoltate Trump”: Le fragilità della strategia americana nel Golfo

La rivelazione dei canali riservati tra Washington e Teheran mette a nudo le fragilità della strategia americana nel Golfo e apre interrogativi sulla tenuta della tregua raggiunta dopo la guerra del 2026

Per Teheran il problema non è più capire cosa voglia Donald Trump. Il problema è capire quale Donald Trump ascoltare.

Il 23 maggio 2026 il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato su Truth Social che Washington e Teheran stavano finalizzando un Memorandum of Understanding destinato a riaprire lo Stretto di Hormuz. Il messaggio lasciava intendere che il più pericoloso focolaio geopolitico del pianeta fosse ormai sulla strada della stabilizzazione. Trump ha descritto un’intesa costruita con il coinvolgimento di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrain, aggiungendo che una conversazione telefonica con Benjamin Netanyahu era andata “molto bene”.

Pochi giorni dopo, tuttavia, è emerso un dettaglio capace di cambiare la lettura dell’intera vicenda. Secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Fars News, funzionari statunitensi avrebbero chiesto alla leadership iraniana, attraverso canali di mediazione, di ignorare le dichiarazioni pubbliche del Presidente americano. I tweet di Trump sarebbero stati descritti come messaggi destinati al consumo politico interno e alla gestione dell’opinione pubblica. La posizione reale di Washington, avrebbero spiegato gli stessi emissari, sarebbe stata significativamente diversa.

Se confermata, la rivelazione offrirebbe uno sguardo raro sulla diplomazia parallela che accompagna la fragile tregua successiva alla guerra del 2026. Una diplomazia nella quale dichiarazioni pubbliche, necessità elettorali, interessi strategici e negoziati riservati sembrano procedere su binari differenti.

Dalle bombe alla diplomazia

Per comprendere la portata del negoziato è necessario tornare al 28 febbraio 2026.

In quella data gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato le operazioni congiunte (“Epic Fury”/“RoaringLion”), una vasta campagna militare contro siti nucleari, infrastrutture strategiche e vertici politico-militari iraniani. L’operazione ha raggiunto il suo obiettivo più simbolico con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, evento che ha segnato uno spartiacque nella storia della Repubblica Islamica.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Missili e droni hanno colpito basi americane, obiettivi israeliani e infrastrutture energetiche regionali. Parallelamente, Teheran ha utilizzato la propria leva più potente: il controllo dello Stretto di Hormuz.

Attraverso quel corridoio marittimo transita circa un quinto del petrolio mondiale. La semplice minaccia di una sua chiusura o limitazione è stata sufficiente per provocare un’immediata impennata dei prezzi energetici, tensioni nei mercati finanziari e nuove vulnerabilità nelle catene globali di approvvigionamento.

Dopo oltre un mese di combattimenti e crescenti costi economici, all’inizio di aprile è stato raggiunto un cessate il fuoco temporaneo. A rendere possibile l’intesa è stata soprattutto la mediazione del Pakistan guidato dal Field Marshal Asim Munir, figura che nel corso della crisi è emersa come interlocutore credibile sia per Washington sia per Teheran.

Da quel momento il conflitto è entrato in una nuova fase. Le operazioni militari hanno lasciato spazio a una complessa trattativa indiretta, sviluppata principalmente attraverso Islamabad e l’Oman.

Il vero contenuto del Memorandum

Dietro gli annunci pubblici, il negoziato ruota attorno a tre questioni fondamentali.

La prima riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz e la definizione di un futuro sistema di governance della navigazione.

La seconda riguarda il programma nucleare iraniano, compresi l’arricchimento dell’uranio, la gestione delle scorte esistenti e gli eventuali meccanismi di verifica.

La terza concerne il rilascio dei fondi iraniani congelati all’estero e un possibile alleggerimento del regime sanzionatorio.

Il Memorandum annunciato da Trump sembrerebbe rappresentare una soluzione temporanea più che un accordo definitivo. L’obiettivo immediato sarebbe quello di estendere il cessate il fuoco per ulteriori sessanta giorni e consentire una riapertura provvisoria dello Stretto. Le questioni più controverse verrebbero rinviate a una fase successiva, quando il livello di tensione sarà potenzialmente inferiore.

In altre parole, il documento non risolverebbe le cause profonde della crisi. Servirebbe piuttosto a congelarle.

La strategia del doppio messaggio

L’episodio rivelato da Fars News evidenzia una delle principali contraddizioni della strategia americana.

Sul piano pubblico, Trump continua a presentarsi come il leader che ha piegato l’Iran e imposto le condizioni della pace. Questa narrativa risponde a precise esigenze politiche: rassicurare gli investitori, rafforzare la propria immagine di forza e consolidare il consenso in vista delle future scadenze elettorali.

Sul piano riservato, però, Washington sembra adottare un approccio molto più prudente. I mediatori coinvolti nei colloqui avrebbero trasmesso messaggi sensibilmente più concilianti, riconoscendo implicitamente che la situazione sul terreno non consente imposizioni unilaterali.

Questa discrepanza produce un problema di credibilità.

Le linee rosse di Teheran

Per Teheran, la postura di Trump è complessa non solo perché rende incerta la posizione americana, ma perché costringe la leadership iraniana a gestire una contraddizione speculare. L’Iran non può permettersi di trattare in silenzio mentre il Presidente degli Stati Uniti parla pubblicamente di dossier sensibili come Hormuz, nucleare, fondi congelati e de-escalation militare. Ogni concessione, anche solo tattica, rischia di essere letta all’interno del sistema iraniano come una prova di debolezza.

La Repubblica Islamica si percepisce come un potere sovrano, autonomo, erede di una profondità imperiale e dotato di una propria legittimità strategica. In questa cornice, il negoziato non riguarda soltanto il contenuto tecnico di un Memorandum, ma la rappresentazione del potere. Teheran può accettare compromessi riservati, rinvii procedurali o aperture temporanee; non può però apparire come un attore che subisce la narrazione di Trump.

Il problema, per gli iraniani, è quindi duplice. Da un lato, ignorare le dichiarazioni pubbliche del Presidente americano può essere utile sul piano negoziale. Dall’altro, lasciare che Trump presenti apertamente il negoziato come una vittoria americana significa concedergli il controllo simbolico della crisi. Per un sistema politico fondato sulla resistenza, sulla deterrenza e sulla sovranità strategica, questa dimensione non è secondaria: è parte stessa del negoziato.

La leadership iraniana deve dunque evitare due rischi opposti. Una reazione eccessiva alle parole di Trump potrebbe far saltare il canale diplomatico. Una reazione troppo debole potrebbe invece alimentare l’accusa interna di cedimento, soprattutto da parte dei settori più duri del regime. Per questo Teheran tende a separare il livello tecnico della trattativa dal livello pubblico della postura politica, mantenendo aperti i canali indiretti ma riaffermando, sul piano discorsivo, il proprio ruolo centrale nella gestione di Hormuz e nel dossier nucleare.

In questo senso, la diplomazia del doppio messaggio non è soltanto un problema americano. È anche un vincolo iraniano. Trump può usare la comunicazione pubblica per parlare alla propria base; Teheran deve rispondere tenendo conto di un pubblico interno, di apparati militari, di fazioni politiche e di una cultura strategica che non contempla l’immagine della subordinazione. Il negoziato diventa così una partita su due tavoli: quello delle concessioni concrete e quello, altrettanto decisivo, della dignità sovrana.

Una tregua o la pausa prima della prossima crisi?

Il Memorandum annunciato a maggio potrebbe rappresentare l’inizio di un processo di stabilizzazione. Potrebbe però rivelarsi anche l’ennesima tregua destinata a rinviare problemi irrisolti.

L’intera trattativa ruota attorno a una domanda fondamentale: Stati Uniti e Iran stanno cercando una soluzione duratura oppure stanno semplicemente guadagnando tempo?

La risposta dipenderà dalla capacità delle parti di trasformare una fragile de-escalation in un quadro di garanzie reciproche credibili. Senza meccanismi verificabili e senza una convergenza minima sugli interessi strategici fondamentali, la riapertura di Hormuz rischia di diventare soltanto una parentesi tra due fasi della stessa crisi.

Per Donald Trump, per la leadership iraniana emersa dopo la morte di Khamenei e per gli attori regionali coinvolti, il test non riguarda soltanto il futuro dello Stretto. In gioco vi è la possibilità di evitare che il principale chokepoint energetico del pianeta torni a essere l’epicentro della prossima grande crisi globale.