La relazione tra Stati Uniti e Corea del Nord è entrata, nel settembre 2026, in una fase caratterizzata dalla sovrapposizione tra tentativi di riapertura del dialogo politico, dichiarazioni sempre più esplicite sul carattere permanente dello status nucleare nordcoreano ed una rinnovata attività missilistica di Pyongyang. Gli sviluppi più recenti hanno evidenziato come la questione nucleare continui a rappresentare il principale elemento di divergenza tra Washington e Pyongyang, mentre le attività militari procedono parallelamente ai segnali di una presumibile riapertura del canale diplomatico.
Il 16 settembre, Kim Jong-Un, ha respinto le iniziative dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) relative alla denuclearizzazione, ribadendo che la Corea del Nord considera irreversibile il proprio status nucleare. Il giorno successivo, il Viceministro della Difesa, Kim Kang Il, ha sostenuto, al Beijing Xiangshan Forum, che il rafforzamento della cooperazione militare tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone giustifica l’ulteriore sviluppo della capacità nucleare nordcoreana. La posizione espressa da Pyongyang introduce una modifica sostanziale rispetto all’impostazione dei negoziati del 2018-2019. Allora, la questione centrale del confronto era rappresentata dalla possibilità di ottenere misure di denuclearizzazione in cambio di incentivi politici ed economici. Nel quadro attuale, le autorità nordcoreane collocano, invece, la deterrenza nucleare alla base della propria sicurezza nazionale e respingono la denuclearizzazione come premessa dei futuri colloqui.
Kim Kang Il ha collegato direttamente l’espansione dell’arsenale alla percezione di una crescente pressione militare statunitense e alla cooperazione tra Washington, Seul e Tokyo. Pyongyang intende, quindi, proseguire nel rafforzamento della propria capacità nucleare, ritenendola una componente della deterrenza nazionale.
Gli eventi di settembre hanno, inoltre, confermato che il confronto non è rimasto confinato al piano dichiarativo. Il 12 settembre, Pyongyang, ha condotto un’esercitazione comprendente missili balistici, missili da crociera, artiglieria, grandi lanciarazzi e droni. La Corea del Nord l’ha presentata come un’esercitazione destinata a migliorare la capacità di risposta rapida delle proprie unità. I lanci registrati quel giorno hanno raggiunto circa 250 chilometri.
Il 17 settembre, Kim Jong Un, ha, inoltre, criticato l’esercitazione navale Pacific Vanguard 2026, condotta dagli Stati Uniti con la partecipazione di Paesi alleati e partner dell’area indo-pacifica. Pyongyang ha interpretato l’attività come un’estensione della presenza militare statunitense nella regione e ha affermato che avrebbe risposto con misure proporzionate o più offensive qualora fossero stati minacciati i propri interessi di sicurezza.
Il 20 settembre, la Corea del Nord ha, quindi, effettuato due ulteriori lanci di missili balistici a corto raggio dalla costa orientale. Il primo, partito dall’area di Wonsan, ha percorso circa 450 chilometri, mentre il secondo ha superato i 600 chilometri. Seul e Tokyo hanno confermato gli eventi e il primo missile è caduto al di fuori della zona economica esclusiva giapponese. La Corea del Sud ha condannato i lanci come violazioni delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La successione degli eventi di settembre non consente, da sola, di stabilire che Pyongyang intenda interrompere ogni prospettiva diplomatica. I lanci possono, infatti, essere inseriti sia nella normale attività di sviluppo e addestramento delle forze armate sia nella comunicazione strategica con Washington, Seul e Tokyo. Il dato osservabile è che la disponibilità al dialogo manifestata dagli Stati Uniti non ha prodotto, almeno nel breve periodo, una riduzione delle attività missilistiche nordcoreane.
Nonostante il rafforzamento della deterrenza, il canale diplomatico non risulta formalmente chiuso. Il Presidente sudcoreano, Lee Jae Myung, ha dichiarato, il 18 settembre, che il Presidente americano Trump intende mantenere aperta la prospettiva di un dialogo con Pyongyang e che Seul sta svolgendo attività preliminari per favorire un eventuale riavvio dei contatti. Lee ha precisato che l’esito non è certo, ma che una ripresa dei colloqui Stati Uniti-Corea del Nord non è da escludere.
La principale questione negoziale riguarda, tuttavia, la distanza tra le rispettive impostazioni. Washington continua a collegare il dossier nordcoreano alla denuclearizzazione, mentre Pyongyang presenta il proprio status nucleare come irreversibile. Il problema non riguarda, quindi, soltanto il numero delle testate, ma il significato politico attribuito al possesso dell’arma nucleare.
In tale contesto, la dichiarazione di Trump sulle 57 testate nordcoreane assume rilievo nel confronto politico-diplomatico. Tale dato non costituisce, però, un inventario pubblico dell’Intelligence statunitense e non può essere considerato una consistenza quantitativa definitivamente verificata. Le valutazioni disponibili indicano, comunque, che la Corea del Nord dispone di un arsenale nucleare già significativo e continua a sviluppare le relative capacità produttive e vettoriali.
La componente nucleare nordcoreana non può essere analizzata esclusivamente sulla base del numero di testate. La capacità effettiva di deterrenza dipende, infatti, anche dai sistemi destinati a trasportarle e dalla loro capacità di sopravvivere a un eventuale attacco e raggiungere gli obiettivi. Le valutazioni disponibili sul programma militare nordcoreano evidenziano la prosecuzione dello sviluppo di nuovi sistemi missilistici, compresi vettori a propellente solido e sistemi destinati a rendere più articolata la risposta alle capacità di difesa antimissile presenti nella regione.
Nel settembre 2026 tale modernizzazione ha assunto anche una dimensione navale. Il 7 settembre, Kim Jong-Un, ha dichiarato che un nuovo cacciatorpediniere sarebbe stato inserito in un sistema di risposta nucleare, senza che sia stato confermato pubblicamente se la nave disponga effettivamente di armi nucleari a bordo. La modernizzazione delle piattaforme amplia, quindi, il significato della dichiarazione nordcoreana sull’aumento dell’arsenale. L’obiettivo non consiste necessariamente solo nell’accrescere il numero degli ordigni, ma anche nel diversificare i vettori e rendere più articolata la capacità di risposta.
In tale quadro, la cifra delle 57 testate indicata da Trump deve essere distinta dalle valutazioni quantitative elaborate dagli organismi specializzati. Il Presidente statunitense ha indicato pubblicamente la disponibilità di 57 armi nucleari, senza che tale cifra sia stata successivamente confermata da un inventario ufficiale statunitense. Il Governo degli Stati Uniti, infatti, non rende pubblica una stima ufficiale dettagliata delle testate nordcoreane. Dalle valutazioni disponibili, Pyongyang avrebbe assemblato alcune decine di testate e disporrebbe di materiale fissile sufficiente per ulteriori produzioni. Le stime presentano margini di incertezza, legati alla difficoltà di accertare dall’esterno il numero di testate effettivamente assemblate, il loro stato operativo e la quantità di materiale fissile disponibile. Il quadro quantitativo deve quindi essere interpretato come una valutazione indicativa delle capacità nucleari nordcoreane e non come un inventario ufficiale.
Un ulteriore elemento differenzia l’attuale situazione da quella del precedente ciclo di negoziati Trump-Kim. La Corea del Nord dispone, oggi, di rapporti più stretti con la Russia rispetto al periodo 2018-2019. Reuters ha evidenziato che Pyongyang ha rafforzato la cooperazione con Mosca dopo la firma del trattato di partenariato strategico del 2024 e che il rapporto comprende anche una crescente componente militare.
Parallelamente, il contesto cinese conserva una funzione specifica. La presenza del Viceministro della Difesa nordcoreano al Beijing Xiangshan Forum ha offerto a Pyongyang una piattaforma diplomatica per presentare la propria posizione sulla sicurezza regionale. La partecipazione non equivale a un allineamento completo tra Pechino e Pyongyang, ma evidenzia la possibilità per la Corea del Nord di utilizzare più canali diplomatici e strategici rispetto alla fase precedente dei negoziati con Washington. Ciò riduce, inoltre, la centralità del rapporto bilaterale Stati Uniti-Corea del Nord. Le decisioni di Washington e Pyongyang sono ormai influenzate anche dall’evoluzione delle relazioni con Mosca, Pechino, Seul e Tokyo, mentre la dimensione nucleare nordcoreana si inserisce nella più ampia competizione strategica dell’Asia-Pacifico.
Gli sviluppi di settembre devono essere contestualizzati alla luce degli eventi verificatisi nel mese precedente. Il 19 agosto, il Presidente statunitense, Donald Trump, aveva dichiarato che la Corea del Nord disponeva di 57 armi nucleari “molto potenti”, associando alla dichiarazione l’annuncio della volontà di incontrare nuovamente Kim Jong-Un entro la fine dell’anno. La cifra, particolarmente precisa rispetto alla tradizionale opacità che caratterizza l’arsenale nordcoreano, non era accompagnata da un inventario ufficiale statunitense.
L’iniziativa di Trump era maturata dopo una serie di segnali che avevano indicato la volontà statunitense di riaprire un canale diretto con Pyongyang. Il Presidente aveva richiamato il rapporto personale costruito con Kim durante il primo mandato e aveva manifestato l’intenzione di incontrarlo nuovamente nel corso del 2026. L’obiettivo dichiarato era rilanciare un processo diplomatico rimasto fermo dopo i vertici di Singapore del 2018 e Hanoi del 2019.
La dichiarazione statunitense si era inserita, contemporaneamente, nella decisione di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. L’esercitazione Ulchi Freedom Shield, inizialmente programmata dal 17 al 27 agosto, era stata ridotta a cinque giorni, con conclusione il 21 agosto, dopo la decisione statunitense di limitarne durata e portata. Washington e Seul avevano concordato di accorciare l’esercitazione da undici a cinque giorni e di limitarne alcune attività sul terreno.
Per Pyongyang, tuttavia, la modifica non aveva rappresentato un cambiamento sostanziale della politica militare statunitense. Kim aveva definito la riduzione delle esercitazioni priva di rilevanza e aveva continuato a presentare la cooperazione militare tra Stati Uniti e Corea del Sud come una minaccia.
Il 20 agosto, pochi giorni dopo la dichiarazione di Trump, Pyongyang aveva effettuato un lancio di circa dieci missili balistici a corto raggio. L’attività si era verificata nelle ore successive alle dichiarazioni statunitensi e alla conferma della riduzione delle esercitazioni. Pyongyang ha, storicamente, condotto test missilistici durante o in prossimità delle esercitazioni statunitensi e sudcoreane, rendendo il lancio parte di una sequenza già osservata negli anni precedenti.
La successione degli eventi di agosto aveva, quindi, anticipato la dinamica osservabile nel mese di settembre. Da una parte, Washington, aveva cercato di ridurre alcuni elementi considerati da Pyongyang provocatori e aveva manifestato interesse per un nuovo incontro al vertice. Dall’altra, la Corea del Nord, aveva mantenuto le proprie attività militari e non aveva accettato che la riduzione delle esercitazioni costituisse una base sufficiente per modificare la propria posizione sul programma nucleare.
Gli sviluppi di agosto e settembre evidenziano la contemporanea presenza di apertura diplomatica, consolidamento della deterrenza e prosecuzione della modernizzazione militare nordcoreana. La dichiarazione di Trump sulle 57 testate, l’intenzione di incontrare Kim Jong Un e la riduzione di Ulchi Freedom Shield hanno costituito segnali di presumibile riattivazione del dialogo. Parallelamente, Pyongyang, ha mantenuto le proprie attività missilistiche e ha progressivamente esplicitato la propria opposizione alla denuclearizzazione come condizione preliminare dei negoziati.
Le differenti valutazioni disponibili sull’arsenale mostrano, inoltre, i limiti informativi che continuano a caratterizzare il programma nucleare nordcoreano. Le stime degli organismi specializzati collocano l’arsenale già assemblato nell’ordine di alcune decine di testate e indicano ulteriori capacità di produzione derivanti dalla disponibilità di materiale fissile.
La dinamica di settembre indica, infine, che la questione centrale del confronto non è più esclusivamente il contenimento della produzione nucleare, ma il rapporto tra il consolidamento dello status nucleare nordcoreano e l’eventuale riapertura di un processo negoziale. I lanci del 20 settembre, avvenuti dopo quelli di agosto e del 12 settembre, confermano la prosecuzione delle attività di sviluppo e addestramento missilistico. Al tempo stesso, le dichiarazioni di Seul sulla possibilità di nuovi colloqui mostrano che il canale diplomatico resta presente.
Il quadro che emerge è, quindi, quello di una relazione nella quale deterrenza, modernizzazione militare e diplomazia procedono simultaneamente. L’eventuale incontro tra Trump e Kim dovrebbe confrontarsi con una realtà strategica diversa da quella del 2018-2019, caratterizzata da un arsenale nordcoreano consolidato, da sistemi di lancio in fase di diversificazione e da una rete di relazioni internazionali di Pyongyang più articolata. In tale contesto, il nodo centrale rimane il rapporto tra il consolidamento della capacità nucleare esistente e gli obiettivi di sicurezza e non proliferazione perseguiti dagli Stati Uniti e dai loro alleati regionali.
A cura di ALESSANDRA CECCONI

