A Idlib le tensioni tra le nuove Autorità siriane e alcune formazioni jihadiste uzbeke evidenziano le difficoltà di Damasco nel trasformare l’ex galassia ribelle in un apparato statale pienamente integrato.
Il nuovo Governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa, già noto come Abu Muhammad al-Jawlani quando era alla testa del gruppo armato islamista Hay’at Tahrir al-Sham, si trova di fronte a una delle sfide più delicate della fase post-Assad: la gestione dei combattenti stranieri presenti nel Paese. Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, il nuovo assetto di potere ha avviato un complesso processo di trasformazione da “galassia di gruppi ribelli diversificati” a una “struttura statale unificata”. Tuttavia, se una parte delle formazioni armate è stata progressivamente integrata nelle nuove istituzioni, il percorso rimane incompleto e, in alcuni casi, soltanto nominale.
Le difficoltà riguardano soprattutto le strutture militari, che appaiono ancora condizionate dalle precedenti catene di comando e dagli assetti organizzativi nati ed evolutisi durante il conflitto civile. In tale quadro, accanto al dossier dell’integrazione delle forze curde-arabo-assiro-siriache attive nel nord-est e nell’est della Siria e riconducibili all’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria, nota anche come Rojava, resta aperta la questione dei combattenti stranieri.
Tra i casi più sensibili figura quello dei miliziani uzbeki. Secondo alcune stime, in Siria sarebbero presenti fino a 1.500 combattenti di origine uzbeka, alcuni dei quali con familiari al seguito, insediati in diverse località del Governatorato di Idlib. Si tratta di elementi appartenenti a diverse formazioni, tra cui il Battaglione Imam Bukhari e il Battaglione Tawhid e Jihad, oltre ad altri gruppi minori.
Durante il conflitto siriano, tali formazioni hanno sostenuto Hay’at Tahrir al-Sham e, in passato, alcune di esse avevano giurato fedeltà ad al-Qaeda, combattendo al fianco della sua branca siriana, Jabhat al-Nusra, da cui nacque solo successivamente, scindendo i legami con al-Qaeda, la stessa Hay’at Tahrir al-Sham. Dopo la deposizione di Assad, una parte di questi combattenti ha continuato a mantenere un orientamento salafita-jihadista marcato, mostrando resistenze rispetto all’integrazione nelle nuove Forze Armate siriane. Gli altri, invece, sono stati incorporati all’interno della 84^ Divisione delle nuove Forze Armate siriane, che risulta composta prevalentemente da personale straniero, già noto per aver combattuto in Siria e proveniente principalmente da Tagikistan, Egitto, Giordania, Cisgiordania, Gaza, Uzbekistan, Turchia, Albania e Cecenia.
Le recenti tensioni nell’area di Idlib
Le frizioni sono esplose all’inizio di maggio nell’area di Idlib, dopo l’arresto, da parte delle nuove Forze governative, di un combattente uzbeko accusato di reati nella località di Kafraya, situata a nord di Idlib. Il fermo ha provocato una mobilitazione di miliziani uzbeki nel centro di Idlib, dove alcuni di loro si sono radunati presso una sede degli apparati di sicurezza governativi per protestare contro l’arresto. Nonostante presunti tentativi di mediazione da parte di Damasco, nei giorni successivi, le tensioni si sono estese ad alcune località a nord di Idlib, tra cui al-Fu’ah, Kafraya e Kafr Jalis, dopo nuovi arresti di cittadini uzbeki ritenuti coinvolti nella protesta.

Tensioni nell’area rurale di Idlib tra Forze governative e miliziani uzbeki
Nel contesto del deterioramento del quadro securitario, è emerso un comunicato attribuito a miliziani uzbeki attivi nell’area, nel quale le Autorità siriane vengono accusate di predisporre arresti mirati contro i combattenti stranieri non integrati nel Ministero della Difesa. Secondo quanto sostenuto dagli stessi miliziani, tale timore sarebbe maturato a seguito di un incontro con funzionari del Dicastero, durante il quale uno di questi avrebbe confermato l’intenzione di procedere all’arresto di tutti i combattenti uzbeki non affiliati alle unità integrate nel dispositivo ministeriale. Nel testo, i miliziani respingono le accuse di legami con lo Stato Islamico e sostengono che l’etichetta di “estremismo” venga utilizzata per giustificare misure coercitive “arbitrarie” contro gli elementi rimasti fuori dalle strutture statali. Accusano inoltre alcuni uzbeki già integrati nelle formazioni governative di aver collaborato all’identificazione di altri militanti.
Circa un mese dopo, all’inizio di giugno, una nuova dichiarazione attribuita ai miliziani uzbeki segnala un possibile cambio di marcia. Il testo non si limita a ribadire il rifiuto dell’integrazione nel Ministero della Difesa, ma riferisce anche che alcuni elementi già confluiti nelle formazioni ministeriali starebbero valutando un possibile ritiro. La dinamica suggerisce un’evoluzione del malcontento interno: se il primo comunicato indicava l’apertura di una frattura tra uzbeki integrati e non integrati, il secondo sembra segnalare una possibile crisi anche all’interno della componente che aveva inizialmente accettato l’inquadramento nelle strutture governative.
La posizione dello Stato Islamico
La vicenda è stata ripresa – e sfruttata – dallo Stato Islamico nel proprio editoriale settimanale, “Al-Naba”. Il gruppo ha utilizzato gli scontri tra le Forze governative siriane e i combattenti uzbeki per attaccare la nuova leadership di Damasco, accusandola di aver tradito il progetto jihadista originario.

Settimanale dello Stato Islamico al-Naba n. 547, sezione dedicata alle tensioni tra Forze governative siriane e combattenti uzbeki
Secondo la narrazione dello Stato Islamico, i combattenti stranieri, i “muhajirin”, sarebbero stati utilizzati durante la guerra contro Assad e successivamente emarginati nel nuovo assetto politico e istituzionale siriano. L’editoriale descrive la leadership di Ahmed al-Sharaa come impegnata a consolidare relazioni pragmatiche con attori regionali e internazionali, in particolare con la Turchia e con i Paesi occidentali.
Per lo Stato Islamico, questa politica di “buon vicinato” sarebbe incompatibile con il proprio progetto jihadista globale. In tale prospettiva, i combattenti stranieri vengono presentati come un potenziale “problema di sicurezza” per il nuovo Stato siriano, mentre lo scontro tra il progetto nazionale delle nuove Autorità e quello transnazionale dello Stato Islamico viene descritto come inevitabile.
L’editoriale arriva quindi a rivolgere un appello ai combattenti stranieri affinché si “pentano” e si uniscano alle file dello Stato Islamico, tentando di sfruttare le tensioni di Idlib per alimentare le fratture interne al fronte jihadista, delegittimare il nuovo corso di Damasco e rafforzare le proprie capacità di reclutamento tra le componenti rimaste escluse dal processo di integrazione statale.
Un banco di prova per Damasco
Il caso uzbeko rappresenta un indicatore significativo del modo in cui il nuovo Governo siriano dovrà affrontare il più ampio dossier dei combattenti stranieri. Per Damasco, la questione non riguarda soltanto l’ordine pubblico o la sicurezza interna, ma anche la credibilità – verso l’interno e verso l’esterno – del processo di istituzionalizzazione avviato dopo la caduta di Assad.
Da un lato, l’integrazione dei combattenti stranieri nelle nuove strutture militari potrebbe consentire al Governo di ridurre il rischio di frammentazione armata e di assorbire formazioni ancora radicate sul territorio. Dall’altro, la presenza di miliziani legati ancora a reti jihadiste rappresenta un problema politico e diplomatico, soprattutto nel rapporto con gli attori regionali e occidentali.
Le tensioni di Idlib mostrano quindi la fragilità dell’equilibrio costruito da Ahmed al-Sharaa. La trasformazione da leader ribelle a Presidente di un nuovo apparato statale impone a Damasco di ridefinire alleanze, gerarchie e strumenti di controllo, in un quadro che investe la costruzione della fiducia, la gestione della diversità e la definizione di un nuovo assetto istituzionale, che richiede anche riconoscimento politico e giustizia. In questo processo, i combattenti stranieri rimasti fuori dall’integrazione ufficiale rischiano di diventare una delle principali fonti di instabilità.
La gestione del caso uzbeko potrebbe dunque costituire un precedente per il trattamento di altri gruppi stranieri ancora presenti in Siria, inclusi elementi ceceni, asiatici e arabi, nonché la formazione Firqat al-Ghuraba — “Brigata degli Stranieri” — attiva nel campo profughi di al-Fardan, nei pressi del confine turco, e guidata dal cittadino franco-senegalese Oumar Diaby, noto come Omar Omsen.

