Gli scontri scoppiati il 4 agosto 2026 a Surman non rappresentano soltanto un nuovo episodio di violenza nella Libia occidentale. Mostrano, piuttosto, la natura ambigua del sistema di sicurezza costruito dopo il 2011: un insieme di formazioni formalmente inserite negli apparati pubblici, ma ancora capaci di agire secondo catene di comando, alleanze e interessi propri. Le ostilità hanno contrapposto la 103^ Brigata, nota anche come “Brigata Al-Sila’a” e comandata da Othman Al-Lahab, a uno schieramento composto da elementi riconducibili a Muhannad Suwaisi e da unità facenti capo a Mohamed Salem Bahroun, noto come “Al-Far”. I combattimenti hanno raggiunto settori urbani e aree residenziali, provocando morti, feriti e danni alle abitazioni. La Municipalità di Surman ha sospeso le proprie attività e, durante le ostilità, diversi detenuti sono riusciti a fuggire dall’istituto penitenziario cittadino.
La rilevanza dell’episodio non risiede però soltanto nella sua intensità. Le componenti coinvolte non costituiscono forze apertamente ribelli contrapposte alle Istituzioni. Al-Lahab guida una formazione inserita nel dispositivo militare occidentale, Bahroun opera attraverso un apparato di sicurezza collegato al Governo di Unità Nazionale, Suwaisi è legato alla Polizia giudiziaria. A confrontarsi sono stati quindi centri armati che appartengono, almeno formalmente, allo stesso sistema istituzionale. Surman restituisce così un’immagine più complessa della frammentazione libica. Il problema non è semplicemente la presenza di milizie esterne allo Stato, ma l’esistenza di formazioni che ricevono riconoscimento, risorse e funzioni pubbliche senza risultare pienamente subordinate a un’Autorità centrale. Per comprendere come sia stato possibile arrivare a questa sovrapposizione tra Istituzioni e reti armate occorre tornare alla caduta del regime di Muammar Gheddafi.
Dalla caduta del regime alla frammentazione armata
L’intervento della NATO del 2011 contribuì alla sconfitta delle Forze governative e alla fine del regime, ma la dissoluzione del precedente sistema politico non fu accompagnata dalla rapida costruzione di un nuovo apparato. Le strutture militari e di sicurezza si frammentarono, mentre le formazioni rivoluzionarie che avevano combattuto contro Gheddafi conservarono uomini, armi e un forte radicamento nelle rispettive città. Le nuove Autorità si trovarono presto a dipendere da quelle stesse formazioni per presidiare infrastrutture, controllare il territorio e garantire funzioni di sicurezza. Più che procedere a un disarmo generalizzato, tentarono progressivamente di assorbirne una parte attraverso Ministeri, Direzioni di Sicurezza e nuove strutture militari. L’integrazione fornì stipendi, gradi e riconoscimento pubblico, senza però cancellare necessariamente le precedenti catene di lealtà. Ne derivò un sistema ibrido. Una formazione poteva dipendere amministrativamente dal Ministero della Difesa o dell’Interno e continuare, allo stesso tempo, a mantenere una leadership personale, una propria base territoriale e una capacità autonoma di mobilitazione. È all’interno di questo processo che si sviluppano le traiettorie di Mohamed Bahroun “Al-Far”,Othman Al-Lahab e Muhannad Suwaisi.
Tre percorsi, una stessa logica
La traiettoria di Mohamed Salem Bahroun “Al-Far” è forse quella che mostra con maggiore evidenza il passaggio da una rete armata locale a una struttura pubblica. Le fonti raccolte lo collocano inizialmente nell’ambiente di Ibrahim al-Hanish, una delle figure armate emerse ad Al-Zawiya negli anni successivi alla Rivoluzione. Dopo una fase segnata da rivalità interne e dalla progressiva disgregazione di quella rete, Bahroun consolidò una propria componente e trovò spazio nella Direzione di Sicurezza della città. Negli anni successivi il suo percorso attraversò il Supporto di Sicurezza e il Dipartimento di Investigazione Criminale, accompagnandosi a una progressiva acquisizione di gradi e incarichi. Già nel 2019 Bahroun veniva presentato pubblicamente come Comandante del Supporto di Sicurezza di Al-Zawiya. Secondo la sua stessa ricostruzione, durante la guerra per Tripoli — il conflitto iniziato nell’aprile 2019 con l’offensiva delle forze guidate da Khalifa Haftar contro il Governo di Accordo Nazionale e conclusosi, sul piano militare, nel giugno 2020 con il loro arretramento dall’area della capitale — Bahroun intervenne pubblicamente sulla cattura di Amer al-Jamal, pilota delle forze schierate con Haftar. L’episodio evidenzia come una struttura locale formalmente inserita nell’apparato pubblico potesse concentrare funzioni operative, investigative e detentive.
Il percorso di Othman Al-Lahab seguì una direttrice maggiormente militare. Tra il 2018 e il 2019 le fonti lo indicavano già come Comandante della formazione Al-Sila’a, attiva non soltanto negli equilibri di Al-Zawiya, ma anche tra Sabratha, Surman e, successivamente, sui fronti della guerra per Tripoli. Negli anni seguenti Al-Sila’a sarebbe stata progressivamente inquadrata come 103^ Brigata, mantenendo Al-Lahab al vertice e sviluppando una collocazione formale nell’orbita militare delle Forze Armate della Regione Occidentale.
Diversa ancora è la traiettoria di Muhannad Suwaisi, radicato nell’area di Al-Mutrad e attivo inizialmente negli apparati investigativi della costa occidentale. Tra il 2018 e il 2019 compare già in dispositivi congiunti di sicurezza tra Surman, Sabratha e Al-Zawiya. Successivamente il suo percorso si sposta verso la Polizia giudiziaria, dove nel 2025 viene pubblicamente presentato con il grado di Maggiore e inserito in un ambiente vicino ai vertici dell’apparato.
Le tre storie seguono percorsi differenti, ma mostrano lo stesso meccanismo: l’ingresso nelle Istituzioni non comporta necessariamente la dissoluzione delle reti precedenti. L’incarico pubblico tende piuttosto a sovrapporsi alla struttura territoriale e personale costruita negli anni precedenti.
Dentro le Istituzioni, senza un comando unico
Il limite di questo modello emerge quando strutture formalmente pubbliche entrano direttamente in conflitto. Nel settembre 2022, ad Al-Zawiya, la formazione Al-Sila’a di Al-Lahab si scontrò con un’unità investigativa della Direzione di Sicurezza cittadina guidata da Mohammed al-Saifaw. La prima risultava inserita nell’orbita del Ministero della Difesa, mentre la seconda operava all’interno dell’apparato dipendente dal Ministero dell’Interno. Non si trattava quindi dello scontro tra lo “Stato” e una formazione esterna, ma di una competizione armata tra due reti entrambe dotate di una collocazione formale nel sistema pubblico.
È in questa sovrapposizione che risiede una delle principali debolezze dell’architettura securitaria libica. Gradi, uniformi e affiliazioni ministeriali non hanno sempre prodotto una catena di comando capace di disciplinare le singole componenti di impedire che controversie locali degenerassero in combattimenti. Il potere effettivo continua inoltre a dipendere dal territorio. Al-Zawiya, Surman, Sabratha e Al-Ajilat si trovano lungo una direttrice che collega Tripoli alla frontiera tunisina e concentra strade, posti di controllo, strutture di sicurezza e infrastrutture strategiche. In questo spazio, la capacità di mobilitare uomini e presidiare nodi locali può trasformarsi rapidamente in influenza politica e negoziale.
Anche le strutture detentive rientrano in questo equilibrio. La gestione di una prigione non rappresenta soltanto una funzione amministrativa: significa disporre di personale armato, informazioni e capacità di incidere sulla custodia e sul trasferimento dei detenuti. La fuga dal carcere di Surman durante gli scontri di agosto ha mostrato quanto rapidamente la competizione tra formazioni possa investire funzioni che dovrebbero dipendere da una catena istituzionale unitaria.
Alleanze mobili
La fluidità dei rapporti tra Al-Far, Al-Lahab e Suwaisi consente di osservare ancora meglio il funzionamento di questo sistema.
Tra il 2018 e il 2019 Al-Lahab e Suwaisi compaiono nello stesso dispositivo di sicurezza incaricato di gestire il ritorno di alcuni residenti a Sabratha. Nel 2026, invece, si ritrovano su fronti opposti a Surman.
Anche il rapporto tra Al-Lahab e Bahroun cambia nel tempo. In una prima fase i due risultano collocati in reti concorrenti; successivamente cooperano contro avversari comuni, prima che i rispettivi percorsi tornino a divergere con il mutare degli equilibri politici e territoriali della Libia occidentale.
Ancora più indicativa è la relazione tra Bahroun e Suwaisi. Nel 2020 diverse fonti locali descrivevano una forte tensione tra i due, culminata nella presunta detenzione di Suwaisi da parte della rete di Al-Far. Sei anni più tardi, gli stessi attori risultano invece inseriti nello stesso schieramento operativo. Il passaggio da avversari ad alleati evidenzia quanto le relazioni tra queste reti possano essere ridefinite in funzione del contesto.
Più che alleanze permanenti, emergono quindi convergenze costruite intorno a interessi contingenti: controllo del territorio, accesso alle infrastrutture, protezione delle rispettive reti, rapporti con il Governo e presenza di un avversario comune.
Surman come risultato, non come eccezione
È alla luce di questa evoluzione che gli scontri del 4 agosto assumono un significato più ampio. La contrapposizione tra la 103^ Brigata di Al-Lahab e lo schieramento nel quale operavano componenti riconducibili ad Al-Far e Suwaisi rappresenta l’ultima riconfigurazione di rapporti che negli anni hanno già attraversato fasi di cooperazione e conflitto.
La dichiarazione diffusa da Bahroun dopo i combattimenti riflette pienamente questa ambiguità. Al-Far ha sostenuto che le proprie unità sarebbero intervenute dopo un attacco contro le sedi del suo apparato e la Direzione di Sicurezza di Surman, presentando la successiva occupazione di alcune strutture come una misura temporanea. Ha inoltre affermato che tali sedi sarebbero state consegnate alle Autorità competenti e ha chiesto al Governo e alla magistratura l’apertura di un’indagine.
Il linguaggio utilizzato è quello di un responsabile istituzionale: tutela delle strutture pubbliche, contrasto alla criminalità e subordinazione alla legge. Ma anche la 103^ Brigata rivendica una propria collocazione all’interno del dispositivo militare occidentale. Il confronto non oppone quindi chiaramente lo Stato a un attore esterno; attraversa lo Stato stesso.
Surman non è quindi un caso isolato, ma il prodotto di un processo avviato dopo il 2011 e mai realmente completato. Il problema della Libia occidentale non risiede soltanto nella sopravvivenza delle milizie, ma nella difficoltà di costruire un sistema nel quale il riconoscimento istituzionale coincida con una subordinazione effettiva a un comando unitario.
Le traiettorie di Al-Far, Al-Lahab e Suwaisi mostrano il risultato di questa integrazione incompleta, Comandanti che possono cambiare alleati e avversari continuando, al tempo stesso, a operare attraverso strutture formalmente pubbliche. È in questa sovrapposizione che diventa sempre più difficile stabilire dove finisca la rete armata e dove cominci realmente lo Stato.
A cura di Hana Endale Sani Hailu

