Mentre i tavoli della diplomazia internazionale si muovono lentamente a margine del quarto round di negoziati a Washington, e un fragile cessate il fuoco sembra ormai proteggere soltanto i cieli di Beirut – lasciando il Sud del Libano sotto il peso di bombardamenti mai cessati – da Roma si leva una voce diversa. Una voce che non usa le armi né la retorica della propaganda politica, ma lo strumento di soft-power geopolitico più potente e spesso sottovalutato: il cinema.
Organizzare una rassegna simile oggi porta con sé un inevitabile carico di interrogativi ed emozioni contrastanti. Ci si chiede se sia giusto celebrare la vita e l’arte mentre intorno dominano la distruzione e la morte. Eppure, la risposta sta nella natura stessa del Libano: un Paese minuscolo sulle mappe geografiche, spesso condannato a vivere i peggiori scenari della storia, che però risponde alle ingiustizie continuando ostinatamente a creare, filmare, scrivere e amare la vita. L’arte non è un lusso, ma l’estremo atto di resistenza di un popolo; il cinema diventa così il più potente baluardo culturale contro la follia del male.
Il 25 maggio 2026, presso la sede dell’Associazione Stampa Estera a Palazzo Grazioli, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione di “Libano Plurale”, il primo Festival del Cinema Libanese in Italia (in programma dal 27 al 29 maggio). Una data tutt’altro che casuale: la conferenza ha anticipato l’inizio della rassegna proprio a ridosso del 25 maggio, Festa della Liberazione e della Resistenza Libanese.
Tuttavia, durante l’intero evento, la parola “resistenza” è stata spogliata, per la prima volta, di qualsiasi connotazione militare per essere declinata esclusivamente nel suo valore culturale: un popolo esiste finché ha voce, e il grande schermo diventa la cassa di risonanza per non permettere al tempo di cancellare la memoria collettiva.
La responsabilità del racconto
In questo mosaico di voci e cooperazione, spicca il ruolo di COSMO, partner del festival, e la riflessione lucida portata dal suo Direttore, Bernard Selwan El-Khoury. Nel corso della conferenza stampa, l’intervento di El-Khoury ha offerto una disamina profonda e necessaria sul potere dei media e della produzione culturale nel contesto contemporaneo.
Il cinema si configura qui come l’antidoto definitivo a qualsiasi generalizzazione, uno strumento istantaneo per comprendere le complessità e le tradizioni più profonde del Medio Oriente e del Libano. Questa spinta al cambiamento e alla resistenza culturale è incarnata e dimostrata proprio dal fatto che le organizzatrici del festival siano tutte donne, a conferma che i mutamenti più significativi della regione passano inevitabilmente attraverso il ruolo femminile: una figura che, pur mantenendo intatta la propria femminilità, sa esprimere una forza dirompente (e che, come la storia libanese insegna, è in grado di scendere in campo e lottare per la propria identità.)
In quest’ottica, la straordinaria vivacità culturale libanese diventa un elemento di soft power cruciale, sia in Libano che all’estero, capace di proiettare fuori dai confini un’immagine radicalmente diversa: quella di un Paese che esporta la cultura della vita e non più quella della morte. Tramite questo riscatto artistico, il Libano punta non solo a cambiare la percezione esterna, ma a riposizionarsi orgogliosamente come un interlocutore aperto al dialogo presso la comunità internazionale, dopo essere stato relegato negli ultimi quarant’anni a semplice pedina di interessi altrui nella regione.
Proprio su questa responsabilità comunicativa si innesta la riflessione del Direttore di COSMO:
«In un Paese segnato da instabilità politica, crisi economiche e migrazioni continue, la narrazione diventa un atto di responsabilità: ciò che viene raccontato – e ciò che non viene raccontato – contribuisce a costruire l’immagine del Libano nel mondo.»
Bernard Selwan El-Khoury
El-Khoury ha sottolineato l’urgenza di creare spazi di visibilità internazionale per i giovani autori libanesi, che si trovano quotidianamente a operare in condizioni critiche, con risorse limitate e all’interno di un sistema produttivo frammentato.
Grazie alla forza delle storie e alla qualità della scrittura, questi registi riescono a trasformare la fragilità in un linguaggio universale. Attraverso il supporto di COSMO e la valorizzazione dei festival come nodi di scambio e reti professionali, il cinema libanese smette di essere solo un documento della realtà: diventa uno strumento che la interroga, la sfida e la reimmagina. Sostenere questa rassegna, ha concluso il Direttore di COSMO, significa sostenere una comunità creativa che vede nella cultura l’unica vera forma di resistenza e di futuro.
Preservare la memoria per vivere con dignità
Il concetto di “resistenza culturale” emerso a Palazzo Grazioli non si limita alla cronaca del presente o alla richiesta di un cessate il fuoco. Significa guardare alla storia profonda del Paese, a quegli eventi epocali che hanno “alleggerito” la possibilità per il popolo di restare e vivere con dignità: dalle ferite della guerra civile fino al ritiro delle truppe siriane nel 2005.
Il cinema ha il compito cruciale di veicolare questi messaggi storici e identitari, salvandoli dall’oblio del tempo.
La Presidente del Festival, Sara Abou Said, ha spiegato come il tema “Libano Plurale” nasca proprio per raccontare l’equilibrio civile millenario di un Paese in cui diciotto confessioni diverse coesistono, unito dall’amore per la vita nonostante le tragedie. Il festival è stato fortemente voluto dal team di Cinema Senza Frontiere(fondato insieme a Francesca Noia van der Staay e consolidato con Sarah Hajjar) e dall’Istituto Culturale Italo Libanese (ICIL), supportato dall’Ambasciata del Libano e dalla Fondazione Med-Or.
Dal Barberini uno sguardo al futuro: il programma e il film inaugurale
Se la Sala Stampa di Palazzo Grazioli ha ospitato il battesimo istituzionale, la vera e propria casa del festival sarà il Cinema Barberini. Punto di riferimento culturale della Capitale sin dalla sua apertura nel 1930, il Barberini ha accolto l’iniziativa a braccia aperte.
La rassegna (dal 27 al 29 maggio al cinema) propone un programma ricchissimo:
- 7 lungometraggi e 3 cortometraggi tra anteprime contemporanee, documentari e classici restaurati.
- Un focus speciale sulle registe donne, la cui sensibilità arricchisce la narrazione del Libano contemporaneo, come sottolineato da Sarah Hajjar.
- Titoli di rilievo internazionale tra cui West Beyrouth, South Lebanon, Arzé, Costa Brava, Lebanon, e Portrait of a Certain Orient.
L’apertura della programmazione pubblica è affidata al pluripremiato “A Sad and Beautiful World” di Cyril Aris (Premio del Pubblico alle Giornate degli Autori 2025). Il film, che vede come splendida protagonista, sceneggiatrice e ospite d’onore del festival Mounia Akl, attraversa trent’anni di vita di una coppia libanese sospesa nel drammatico dilemma che affligge ogni famiglia del Paese: restare o fuggire?
Mounia Akl, dialogando con la stampa, ha ricordato il ruolo dell’umorismo nei suoi lavori come “un ulteriore gesto di resistenza“, un modo per continuare a credere nella rinascita.
È proprio questo lo spirito di “Libano Plurale”: un atto di fiducia nella cultura come spazio di libertà condivisa e, soprattutto, come ponte di pace tra Italia e Libano.
Il coro di “Libano Plurale”: le dichiarazioni chiave dei relatori
- S.E. Carla Jazzar (Ambasciatore del Libano): Ha definito il festival un potente atto di resilienza e speranza per la diplomazia culturale. Ha ricordato che il cinema è fondamentale per unire la diaspora e mantenere viva la memoria collettiva.
- Maurice Salamé (Presidente ICIL): Ha descritto l’istituto come un ponte stabile tra Italia e Libano basato su cultura e formazione. Ha poi lodato la collaborazione con Med-Or che permette ai giovani libanesi di studiare in Italia.
- Maria Cristina Rigano (Consigliere ICIL): Ha definito l’ICIL una “casa comune per chi crede nella cultura come atto di pace”. Ha ricordato le iniziative su Gibran e celebrato la determinazione della presidente Abou Said.
- Sara Abou Said (Presidente del Festival): Ha spiegato che il tema “Libano Plurale” celebra la convivenza millenaria di diciotto confessioni diverse. Ha sottolineato che proseguire con il festival durante la guerra è un atto d’amore e una necessità vitale.
- Sarah Hajjar (Festival du Film Libanais en France): Ha elogiato il cinema libanese come un’arte che sa reinventarsi oltre ogni crisi politica ed economica. Ha evidenziato il valore e la sensibilità delle registe donne nella selezione di quest’anno.
- Francesca Noia van der Staay (CEO Black Light Film): Ha definito la cinematografia libanese un “miracolo culturale” capace di imporsi nei festival più importanti del mondo. Ha ricordato che il cinema deve difendere l’umanità in un mondo disumanizzato.
- Mounia Akl (Regista e attrice ospite d’onore): Ha presentato il film d’apertura descrivendo il tormento delle famiglie libanesi divise tra il restare e l’esilio. Ha infine rivendicato l’uso dell’umorismo come ulteriore e intimo gesto di resistenza.

