A cento anni dalla Costituzione della Repubblica Libanese, il Vaticano torna a riaffermare la centralità del Paese dei Cedri nel Mediterraneo orientale. La beatificazione del Patriarca maronita Elias Boutros Al-Hoyek assume un significato che va ben oltre la dimensione religiosa. Questa beatificazione arriva in una fase particolarmente delicata per Beirut, stretta tra le conseguenze della guerra tra Israele ed Hezbollah, il collasso economico, la fragilità istituzionale e la ridefinizione degli equilibri regionali nel Levante. Il richiamo alla figura di Al-Hoyek sembra voler riaffermare la continuità storica e politica del Libano, riportando al centro la sua funzione originaria di spazio di mediazione tra Oriente e Occidente e il tentativo di recuperare una maggiore autonomia rispetto alle influenze esterne che per decenni ne hanno condizionato la vita politica.
Chi è Elias Boutros Al-Hoyek?
Nato nel 1843 a Helta, nel nord del Libano, Elias Boutros Al-Hoyek guidò la Chiesa maronita come settantaduesimo Patriarca di Antiochia dal 1899 fino alla morte, avvenuta la vigilia di Natale del 1931.
Durante la Prima guerra mondiale (1914‑1918), il Monte Libano fu colpito dalla grande carestia provocata dal blocco navale imposto dagli Alleati nel Mediterraneo, dalle requisizioni ottomane e dal collasso dei commerci interni dell’Impero. Tra il 1915 e il 1918 morirono di fame centinaia di migliaia di persone. In quegli anni Al‑Hoyek aprì monasteri, conventi e strutture ecclesiastiche per distribuire cibo e assistenza alla popolazione civile senza distinzione confessionale, diventando un punto di riferimento non soltanto per i maroniti ma per l’intera società libanese.
Le radici storiche del Libano affondano ben prima della nascita dello Stato moderno. Il nome stesso del Paese deriva probabilmente dalla radice semitica e aramaica “l-b-n”, legata al concetto di “latte”, assimilato alle montagne innevate del Monte Libano. La regione, citata più volte nelle Sacre Scritture, fu per secoli identificata come uno spazio distinto all’interno del Levante. Durante il periodo ottomano, il Monte Libano godeva di una particolare autonomia amministrativa rispetto alle altre province imperiali: prima come Emirato semi‑autonomo governato dalle dinastie locali dei Maan e degli Shihab, poi, dopo i conflitti confessionali del 1860, come Mutasaffirato del Monte Libano, entità autonoma amministrata da un governatore cristiano nominato da Istanbul con la supervisione delle potenze europee.
L’idea di un Libano indipendente emerse progressivamente soltanto dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano e la ridefinizione degli equilibri regionali seguita alla Prima guerra mondiale. Fu alla Conferenza di Pace di Versailles del 1919 — il vertice internazionale convocato dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale per ridisegnare i confini dell’ex Impero ottomano e dell’Europa del dopoguerra — che Al‑Hoyek entrò definitivamente nella storia politica del Paese. A capo della delegazione libanese, sostenne davanti alle potenze vincitrici la necessità di riconoscere un’entità libanese autonoma, economicamente sostenibile e aperta sul Mediterraneo. Più che una semplice separazione amministrativa, il patriarca proponeva una definizione più ampia e stabile dei confini del vecchio Monte Libano ottomano, includendo le città costiere di Beirut, Tripoli, Sidone e Tiro, insieme alle aree agricole della Bekaa e dell’entroterra necessarie alla sopravvivenza economica del futuro Stato. Quelle trattative posero le basi del Grande Libano proclamato il 1° settembre 1920 dal generale francese Henri Gouraud sotto mandato francese.
Vaticano e Libano: tra diplomazia e continuità istituzionale
L’attenzione della Santa Sede verso la figura di Al-Hoyek non è una novità. Già nel 2019 Papa Francesco aveva autorizzato il riconoscimento delle virtù eroiche del Patriarca maronita, proclamandolo venerabile, primo passaggio ufficiale del percorso verso la beatificazione. Una decisione arrivata simbolicamente alla vigilia delle celebrazioni per il centenario del Grande Libano e in una fase in cui Beirut iniziava a entrare nella più grave crisi economica e istituzionale della propria storia contemporanea. La visita di Papa Leone XIV a Beirut nel novembre 2025 ha rappresentato uno dei segnali più evidenti della rinnovata attenzione della Santa Sede verso il Libano. Durante l’incontro con le autorità libanesi, il Pontefice ha invitato il Paese a tornare a essere una “profezia di pace, casa di giustizia e fraternità“. Un messaggio che riecheggia direttamente l’idea del Grande Libano sostenuta da Al-Hoyek: un’entità politica pluralista, aperta al Mediterraneo e autonoma rispetto alle logiche dei blocchi regionali.
L’intensa attività diplomatica del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, si inserisce nella stessa direzione. Dalla telefonata al presidente Joseph Aoun subito dopo la sua elezione, nel gennaio 2025, all’incontro in Vaticano con il ministro degli Esteri libanese Youssef Rajji, la Santa Sede ha moltiplicato i propri contatti con Beirut in un momento in cui il Paese cercava di riaffermare la propria sovranità dopo anni di paralisi istituzionale. In un contesto segnato dall’indebolimento delle istituzioni statali e dalla pressione degli attori regionali, il Vaticano sembra puntare sul rafforzamento della continuità istituzionale libanese come elemento necessario per evitare una definitiva frammentazione del Paese. Parallelamente, l’attività sul campo dell’Arcivescovo Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano, assume una rilevanza che va ben oltre la dimensione ecclesiale. Nei primi mesi del 2026, Borgia ha guidato ripetutamente convogli umanitari nel Sud del Paese, raggiungendo i villaggi isolati al confine con Israele — fino alla Blue Line — in un’area in cui la fragilità del cessate il fuoco e le tensioni persistenti continuano a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità del Levante.
Il Libano alla ricerca di una nuova centralità
La Costituzione libanese del 1926 — che quest’anno compie cento anni — mirava alla costruzione del Libano come Stato neutrale. Non una neutralità imposta dall’esterno, come quella svizzera nata dall’equilibrio tra potenze europee, ma una neutralità scelta, inscritta nell’identità stessa dello Stato libanese come condizione necessaria per la convivenza tra comunità differenti. Il Libano, per come fu concepito dai suoi fondatori — ed Elias Al-Hoyek ne fu tra i principali artefici — non avrebbe dovuto appartenere a un blocco geopolitico preciso, ma fungere da spazio di equilibrio: abbastanza mediterraneo da dialogare con l’Occidente, abbastanza arabo da non essere percepito come un corpo estraneo nel Levante. Una piattaforma di mediazione politica, economica e culturale in grado di collegare mondi differenti senza essere assorbita dalle loro rivalità.
È questa vocazione originaria che la storia contemporanea del Paese ha progressivamente eroso. Dal 1948, con la creazione dello Stato d’Israele e la crescente presenza delle organizzazioni armate palestinesi — in particolare l’OLP di Yasser Arafat — il Libano è stato attraversato dalle principali linee di frattura del Medio Oriente. Negli ultimi decenni, il peso crescente degli equilibri regionali interni al Levante e l’influenza iraniana esercitata attraverso Hezbollah hanno ulteriormente ridotto la capacità dello Stato di esercitare una sovranità effettiva sul proprio territorio. Negli ultimi anni, il collasso finanziario iniziato nel 2019, l’esplosione del porto di Beirut nel 2020 e il conflitto riaccesosi lungo il confine meridionale dopo il 7 ottobre 2023 hanno ulteriormente aggravato la fragilità delle istituzioni libanesi, accelerando la percezione di uno Stato incapace di recuperare pienamente il controllo delle proprie dinamiche politiche e strategiche. Il centenario della Costituzione arriva dunque in un momento profondamente paradossale: mentre il Libano celebra i cento anni del testo che ne proclamava l’autonomia e la neutralità, si ritrova costretto a riconquistare quella stessa sovranità quasi da zero. Eppure è proprio in questo paradosso che risiede la forza simbolica della beatificazione di Al-Hoyek. Richiamare le origini significa ricordare che quella specifica visione del Paese è esistita, che per decenni ha rappresentato un modello politico unico nel Mediterraneo orientale e che la sua eredità concettuale rimane intatta, pronta per essere riscoperta.
Oggi, il progressivo mutamento degli equilibri regionali sembra aprire uno spazio inedito. L’indebolimento di alcuni storici assi di pressione nel Levante, unito alla spinta internazionale per il consolidamento delle istituzioni statali, sta riportando al centro del dibattito la necessità di un’autorità centrale forte. Per Beirut si apre così una finestra storica cruciale per ridefinire il proprio posizionamento geopolitico. È in questo scenario frammentato che l’opera di Al-Hoyek dimostra la sua straordinaria modernità. Il progetto del Grande Libano, infatti, non si esauriva nell’allargamento territoriale del vecchio assetto ottomano, ma offriva la formula per uno Stato capace di dialogare con sfere geopolitiche diverse senza lasciarsi fagocitare dai loro conflitti. La neutralità originaria non era intesa come un passivo isolamento, bensì come un dinamico punto di equilibrio tra il bacino mediterraneo, l’Occidente e la profondità del mondo arabo. A un secolo dalla Carta del 1926, il Paese dei Cedri non sembra chiedere una salvezza calata dall’alto, ma la libertà di riappropriarsi della sua vocazione nativa: quella di uno Stato-cerniera, concepito per appartenere a più mondi senza coincidere interamente con nessuno di essi. Questa è la scommessa che Elias Al-Hoyek portò a Versailles nel 1919; ed è la medesima visione che la sua beatificazione, oggi, sottrae all’archivio della storia per riconsegnarla, come urgenza politica, al futuro del Libano.
A cura di Hana Endale Sani Hailu

