Israele-Turchia, la nuova faglia del Levante

Come Ankara sta diventando la nuova minaccia strategica di Tel Aviv
Israele e Turchia alla prova di Washington

Il 28 giugno il governo israeliano ha votato all’unanimità il riconoscimento del genocidio armeno, mettendo fine a una lunga reticenza diplomatica. Nessun esecutivo israeliano aveva mai usato ufficialmente quella parola per le stragi ottomane del 1915 — non per dubbi storici, il consenso storiografico non è mai stato in discussione, ma per non compromettere i rapporti con Ankara, un tempo partner strategico, e con Baku, alleato energetico altrettanto contrario al riconoscimento. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha parlato di un passo dovuto, definendolo un atto di giustizia storica rimandato troppo a lungo per calcolo politico. La decisione arriva nel punto più basso delle relazioni turco-israeliane, ma è il momento scelto, più che il contenuto, a sollevare interrogativi sulle ragioni reali della mossa.

A spiegarlo è un dossier apparentemente distante: la possibile vendita di caccia F-35 alla Turchia da parte degli Stati Uniti. Ankara era stata espulsa dal programma nel 2019, dopo aver acquistato il sistema antimissile russo S-400 in violazione degli accordi con Washington; da allora Erdoğan ha cercato ripetutamente una via di rientro, e la questione si è fatta pubblica e urgente in vista del vertice NATO di Ankara del 7-8 luglio, dove il presidente turco ha spinto apertamente per ottenere il via libera di Trump. Per il governo israeliano la posta in gioco è diretta: gli F-35 turchi eroderebbero quello che Tel Aviv chiama il proprio “vantaggio militare qualitativo” (Qualitative Military Edge), la superiorità tecnologica che finora ha garantito a Israele di restare, in ogni scenario regionale, un passo avanti a qualsiasi rivale — Turchia inclusa, che pure resta alleata NATO degli Stati Uniti.

È in questo dossier che il riconoscimento del genocidio armeno trova la sua vera destinazione: non Ankara, ma Washington. Nelle stesse settimane erano già in corso due iniziative parallele contro il riarmo turco al Congresso: una risoluzione della deputata democratica Dina Titus per bloccare la vendita di motori destinati al caccia turco KAAN, e una lettera bipartisan promossa dal repubblicano Mike Lawler e dal democratico Brad Sherman contro il rientro di Ankara nel programma F-35. Titus non è un’alleata di circostanza: è tra le voci principali dell’Hellenic Caucus, il gruppo parlamentare legato alla comunità greco-americana, storicamente ostile ad Ankara per Cipro e per le dispute nell’Egeo. Il Jerusalem Post ha descritto la mossa israeliana come un caso di “weaponizing history” — l’uso della memoria storica per scopi politici — sostenendo che, riconoscendo il genocidio, Israele si sia collocato accanto a una delle comunità etniche meglio organizzate della capitale americana, rafforzando così la stessa coalizione, armena e greco-cipriota, già mobilitata al Congresso contro Ankara.

Netanyahu ha condotto una campagna mediatica su più reti televisive americane, definendo l’attore anatolico un paese dalle “aspirazioni aggressive” e “non una forza di pace e sicurezza”, e sostenendo che la vendita degli F-35 “distruggerebbe l’equilibrio di potere” nella regione, garantito in ultima istanza dalla superiorità aerea israeliana. Ha citato dichiarazioni attribuite al Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, secondo cui Israele sarebbe diventato “un peso che l’umanità non può più sopportare”, parole che Gideon Sa’ar ha definito un “esplicito appello alla cancellazione di Israele”. Trump, al fianco di Erdoğan, ha risposto elogiandolo come un “leader straordinario”. Il giorno successivo ha però attenuato la posizione, dicendo che nessuna decisione finale era stata presa — segnale che l’opposizione israeliana, per quanto non decisiva, aveva comunque trovato ascolto.

La mossa israeliana non ha ancora prodotto un risultato definitivo nemmeno in patria. Il voto della Knesset per la ratifica finale del riconoscimento del genocidio non è stato calendarizzato primadella pausa estiva, anche sullo sfondo delle pressioni azere e delle tensioni regionali. Il Parlamento israeliano non tornerà in sessione prima delle elezioni legislative del 27 ottobre, rimandando la decisione di diversi mesi. Le autorità turche hanno comunque definito la mossa “politicamente motivata”; l’Azerbaijan è arrivato a chiedere esplicitamente a Israele di fare marcia indietro. Il riconoscimento resta dunque, per ora, un gesto compiuto ma sospeso: sufficiente a irritare Ankara e Baku, non ancora abbastanza formale da produrre un effetto pienamente giuridico. Ma il suo scopo, più che nel diritto internazionale, si giocava altrove — ed è lì che ha già iniziato a produrre effetti.

Da alleati a rivali

Il paradosso della rivalità attuale è che Turchia e Israele non sono mai stati, storicamente, nemici naturali. Ankara fu il primo paese a maggioranza musulmana a riconoscere lo Stato di Israele, nel 1949. Per decenni i due paesi hanno condiviso un interesse strategico di fondo: entrambi non arabi, entrambi circondati da vicini ostili o instabili, entrambi vicini agli Stati Uniti. Quella convergenza raggiunse il suo punto più alto nel 1996, con la firma di un accordo di cooperazione militare che aprì la strada a esercitazioni aeree congiunte, scambio di intelligence e programmi di modernizzazione degli armamenti — una partnership pensata, in ultima istanza, in funzione anti- siriana e anti-iraniana.

La rottura non è arrivata all’improvviso, ma per gradi, seguendo l’ascesa dell’AKP di Erdoğan al potere nel 2002. Da allora la politica estera turca si è fatta progressivamente più assertiva sulla causa palestinese, mentre restavano solide le relazioni commerciali. Il punto di svolta è stato il biennio 2008-2009: l’operazione israeliana Piombo Fuso a Gaza ha spinto Erdoğan a uno scontro pubblico con l’allora presidente israeliano Shimon Peres al World Economic Forum di Davos — il cosiddetto “incidente dei sessanta secondi”, diventato un momento fondativo della sua immagine di paladino della causa palestinese, in Turchia e oltre. Il vero strappo, però, è arrivato nel maggio 2010, con l’assalto delle forze speciali israeliane alla Mavi Marmara, la nave turca che tentava di forzare il blocco navale di Gaza: dieci cittadini turchi rimasero uccisi. Ankara richiamò il proprio ambasciatore, espulse quello israeliano e sospese la cooperazione militare.

I rapporti sono stati parzialmente ricuciti nel 2016, con un accordo che riportava le relazioni diplomatiche al livello di ambasciata, e più tardi rafforzati da segnali distensivi come la visita del presidente israeliano Isaac Herzog ad Ankara nel 2022 — lo stesso anno in cui Mossad e MIT turco collaborarono per sventare una cellula iraniana attiva contro cittadini israeliani sul suolo turco, prova che un canale di cooperazione in materia di sicurezza è sopravvissuto anche nelle fasi di maggiore freddezza politica. Ma si è trattato, in entrambi i casi, di un disgelo mai completo: nessuno dei due paesi è più tornato al livello di integrazione strategica degli anni ’90.

L’ultimo segnale di normalizzazione risale a settembre 2023, quando Netanyahu ed Erdoğan si sono incontrati a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e avevano iniziato a pianificare visite reciproche. Un mese dopo, gli attacchi di Hamas del 7 ottobre hanno riportato la regione in guerra, e con essa i rapporti turco-israeliani sono precipitati più rapidamente di quanto si fossero mai ricostruiti. Da allora i vertici del governo Erdoğan hanno più volte accusato Israele di genocidio a Gaza, sospeso gli scambi commerciali bilaterali e inasprito la propria retorica pubblica. È in questo contesto che si inseriscono gli episodi più recenti: il riconoscimento del genocidio armeno e lo scontro sugli F-35.

I fronti aperti

Netanyahu ha sintetizzato la propria lettura della fase attuale in un’intervista a Channel 14: “La storia insegna che quando una potenza regionale declina, un’altra sorge. Il nostro compito èassicurarci che Israele continui a salire più velocemente di chiunque altro.” La potenza in declino è l’Iran, duramente colpito dalla guerra iniziata il 28 febbraio 2026, costata la vita alla Guida Suprema Ali Khamenei e che ha danneggiato in profondità l’apparato nucleare e missilistico del paese.

“Indebolito”, tuttavia, non significa “assente”. Il conflitto tra Stati Uniti e Repubblica Islamica non si è mai davvero concluso: il Memorandum siglato a giugno ha avuto vita breve, e oggi le parti conducono attacchi reciproci quotidianamente. Anche la rete regionale di Teheran, pur ridimensionata, resta presente. Hezbollah, sebbene indebolito a seguito del conflitto contro Israele in primavera, rimane ancora il principale proxy iraniano in Medio Oriente. Gli Houthi mantengono elevata la pressione sul Mar Rosso: il 20 luglio hanno dichiarato un blocco navale contro l’Arabia Saudita nello stretto di Bab el-Mandeb, colpendo nei giorni successivi petroliere dirette verso i porti sauditi — un’escalation che rischia di aprire un fronte parallelo a quello dello Stretto di Hormuz. Le milizie sciite in Iraq continuano a minacciare le basi americane nella regione.

È in questo spazio intermedio che il governo di Benjamin Netanyahu legge l’ambizione turca, su più fronti contemporaneamente.

Il più delicato è la Siria del dopo-Assad. Dalla caduta del precedente assetto di potere, l’esecutivo turco è diventato uno dei principali alleati del nuovo governo di Al-Shara’a, contribuendo ad addestrarne le forze armate e a ricostituirne l’apparato militare. Israele continua invece a condurre operazioni militari in Siria, in particolare contro i canali attraverso cui armi ed equipaggiamento raggiungono Hezbollah in Libano. Il timore israeliano è che la crescente influenza turca su Damasco possa, nel tempo, restringere proprio quel margine d’azione.

Il secondo fronte, quello del Mediterraneo orientale, è anche il più istituzionalizzato. Israele, Grecia e Cipro cooperano militarmente da un decennio in funzione anti-turca, e a fine dicembre 2025 hanno firmato un nuovo piano di cooperazione per il 2026 che prevede esercitazioni congiunte e lo studio di una forza di reazione pensata per proteggere infrastrutture critiche in caso di crisi. Cipro, in particolare, sta assumendo per Israele un ruolo che alcuni osservatori descrivono come di “retrovia strategica”: è l’unico partner della regione a essere insieme geograficamente vicino al Levante e membro dell’UnioneEuropea, una combinazione che apre canali su sanzioni, fondi per le infrastrutture e coordinamento diplomatico altrimenti preclusi a Tel Aviv. La Turchia, dal canto suo, si oppone ai progetti israeliani per trasportare gas ed elettricità del Mediterraneo orientale attraverso Grecia e Cipro greca, che escluderebbero le rivendicazioni della componente turco-cipriota dell’isola, divisa dal 1974.

Ci sono infine due fronti più periferici, ma destinati a pesare di più negli anni a venire. Nel Corno d’Africa, il riconoscimento israeliano del Somaliland a dicembre 2025 risponde anche alla crescente presenza turca nella regione, dove Ankara ha già costruito basi e accordi di difesa con la Somalia: entrambi i paesi si contendono un accesso privilegiato al Mar Rosso. E a Gaza, nella fase di ricostruzione del dopoguerra, la Turchia cercherebbe un proprio ruolo diretto — ipotesi che aprirebbe alla rivalità il terreno di sovrapposizione più sensibile per Israele.

Le ragioni cambiano da un fronte all’altro. La conclusione, lato israeliano, resta la stessa: la Turchia non deve uscire dall’attuale sconvolgimento regionale significativamente più forte di prima.

Il vincolo NATO

Quanto descritto finora resta, per ora, una rivalità competitiva e non uno scontro armato. Il motivo è strutturale: la Turchia è membro NATO dal 1952, e un attacco diretto israeliano al territorio turco rischierebbe, almeno sulla carta, di attivare l’Articolo 5 del trattato, che vincola tutti gli alleati alladifesa collettiva. È un deterrente potente, ma anche più fragile di quanto sembri: viene infatti difficile pensare che gli Stati Uniti invocherebbero davvero l’Articolo 5 in un conflitto tra Turchia e Israele. Lo stesso pubblico turco è scettico — un sondaggio del luglio 2025 ha rilevato che il 72% dei turchi non crede che la NATO difenderebbe il paese in caso di attacco.

Il vincolo è reso ancora più delicato da un dettaglio spesso trascurato: la base aerea di Incirlik, nel sud della Turchia, ospita all’incirca cinquanta bombe nucleari tattiche americane B61, nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare della NATO — armi su cui Ankara non ha comunque controllo operativo diretto. Durante le prime fasi della guerra contro l’Iran, missili balistici dell’IRGC sono stati lanciati verso l’area di Incirlik, probabilmente nel tentativo di colpire o intimidire la base: un episodio che ha già dimostrato quanto la presenza nucleare americana in territorio turco possa trasformarsi, in caso di escalation, in un fattore di rischio anziché di sola deterrenza.

È proprio questa incertezza sulla protezione americana, insieme alla percezione di un’asimmetria nucleare con Israele — che dispone di un arsenale mai dichiarato ufficialmente, mentre la Turchia resta vincolata al Trattato di Non Proliferazione dal 1980 — ad alimentare nell’Anatolia aspirazioni nucleari autonome. Erdoğan e il ministro degli Esteri Hakan Fidan hanno più volte definito “ingiusto” l’attuale ordine nucleare regionale; un sondaggio di Research Istanbul condotto dopo la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran nel 2025 ha rilevato che il 71% dei turchi sarebbe favorevole all’avvio di un programma nucleare nazionale. Per ora resta un’ipotesi, vincolata dagli obblighi NATO e dal rischio di sanzioni occidentali. Ma se dovesse mai diventare più concreta, troverebbe con ogni probabilità un’opposizione forte da parte di Tel Aviv — non necessariamente solo diplomatica.

Uno sguardo lungo

Proiettare la rivalità turco-israeliana nei prossimi dieci o vent’anni significa partire da un dato strutturale: Turchia e Israele sono le due potenze regionali la cui rivalità reciproca, per anni, è rimasta in secondo piano rispetto alla minaccia iraniana condivisa. Con i Pasdaran ridimensionati, anche se non fuori gioco, la domanda su chi eserciterà la maggiore influenza sulla regione nei prossimi decenni è tornata centrale.

Non è uno scenario che punta necessariamente alla guerra. Il vincolo NATO, per quanto imperfetto, resta un freno reale, e nessuno dei due paesi ha interesse a uno scontro diretto che li porterebbe su un terreno rischioso e largamente inedito. Lo scenario più probabile, nell’arco di un decennio, è quello già in atto: una competizione su fronti multipli e paralleli — Siria, Mediterraneo orientale, Corno d’Africa, l’arena del Congresso americano — condotta con strumenti diplomatici, economici e di influenza più che militari, in cui ciascuna delle due potenze cerca di limitare lo spazio dell’altra senza necessariamente occuparlo direttamente.

Ci sono però almeno due fattori che potrebbero spingere la rivalità oltre quella soglia. Il primo è la Siria, dove le sfere di influenza turca e israeliana sono più vicine che altrove e dove un incidente locale — uno scontro non pianificato, un attacco attribuito erroneamente — avrebbe il potenziale di innescare un’escalation che nessuno dei due governi avrebbe cercato deliberatamente. Il secondo è il nucleare: se il dibattito turco su una capacità autonoma dovesse uscire dal perimetro delle dichiarazioni pubbliche e avvicinarsi a un programma concreto, la logica di deterrenza che oggi tiene sotto controllo la rivalità cambierebbe natura, e con essa la tolleranza di entrambe le parti al rischio.

Resta infine una variabile che né Ankara né Tel Aviv controllano e comprendono fino in fondo: Donald Trump. Il vertice NATO di luglio ha già mostrato che la Casa Bianca non considera la Turchia un problema da contenere, ma un partner da coltivare — anche a costo di scontentare pubblicamente Israele. Se questa lettura dovesse consolidarsi nei prossimi anni, la partita turco-israeliana rischia di giocarsi sempre meno sul terreno regionale e sempre più nella capacità di ciascuno dei due paesi di restare rilevante per un alleato americano sempre più transazionale, e sempre meno disposto a scegliere tra i due.