Pt.5 – Dalla clandestinità al Parlamento: anche la politica è un’arma

Nasrallah sul palco nello stadio municipale di Bint Jbeil, 26 maggio 2000 ©Khamenei.ir

16 febbraio 1992. Una colonna di fumo si alza lungo la rotabile che collega Jebchit a Nabatiyeh, poco più di 10 chilometri da quella che nel 2000 verrà denominata Blue Line, il confine mai formalmente delineato tra Libano e Israele. Un elicottero Apache israeliano ha appena centrato l’auto su cui viaggia Abbas Al-Musawi, Segretario Generale di Hezbollah. Al-Musawi, che ha da poco pronunciato un discorso in occasione dell’ottavo anniversario dell’assassinio dello sceicco Ragheb Harb e sta rientrando a Beirut, rimane ucciso insieme alla moglie, Siham Al-Musawi, e al figlio Hussein.

Resti del veicolo sul quale viaggiava Abbas Al-Musawi, 16 febbraio 1992 ©Abdallah El-Bunni/ GettyImages

Pochi giorni dopo, in una sala riunioni della Dahiyeh, il Consiglio della Shura si riunisce in emergenza. All’incontro partecipa anche un giovane clerico trentunenne, barba curata e sguardo fermo. Si chiama Hassan Nasrallah.

L’ascesa

Nel 1975, Nasrallah è già attivo nel movimento sciita Amal ad Al-Bazuriyyeh, vicino Tiro. L’anno successivo prosegue i propri studi religiosi a Najaf, in Iraq. Qui entra nell’orbita dell’Imam Muhammad Baqir Al-Sadr, fondatore del partito islamico Dawa e figura profondamente influenzata dal pensiero rivoluzionario di Ruhollah Khomeini. È Al-Sadr ad affidare ad Abbas Al-Musawi l’incarico di seguire e supervisionare la formazione del giovane Nasrallah.

Nel 1978, a causa della repressione nei confronti delle scuole religiose sciite in Iraq, Nasrallah lascia segretamente Najaf e rientra in Libano. Prosegue gli studi nella hawza dell’Imam Al-Montazar a Baalbek, fondata da — ancora lui — Abbas Al-Musawi. Riprende quindi l’attività politica e organizzativa in Amal nella regione della Bekaa, fino a essere nominato, nel 1979, membro del suo Ufficio Politico.

Nel 1982, le divergenze con il partito di Nabih Berri sul modo di rispondere all’invasione israeliana del Libano portano Nasrallah ad avvicinarsi alla nuova formazione che, di lì a poco, prenderà il nome di Hezbollah. È ancora uno studente a Baalbek, ma scala rapidamente i ranghi del “Partito di Dio” nella Bekaa. Nel 1985 si trasferisce a Beirut. Nel 1987, con la creazione della carica di responsabile esecutivo di Hezbollah, Nasrallah assume un ruolo centrale nell’apparato organizzativo del movimento, affiancando tale incarico alla partecipazione al Consiglio della Shura.

Nel 1989 si reca a Qom, in Iran, per proseguire gli studi religiosi, ma vi rimane poco. I nuovi sviluppi politici e militari in Libano lo costringono a rientrare dopo circa un anno.

È il 1992. Abbas Al-Musawi è stato ucciso da un missile Hellfire israeliano. Il Consiglio Consultivo elegge all’unanimità Hassan Nasrallah nuovo Segretario Generale di Hezbollah.

La sua ascesa coincide con una delle svolte più importanti nella storia del movimento dopo la pubblicazione della Lettera Aperta del 1985: l’ingresso nella politica istituzionale libanese. Nasrallah guida Hezbollah alle elezioni parlamentari del 1992, le prime dopo la guerra civile, attraverso il blocco “Fedeltà alla Resistenza” (Wafaa lil-Muqawama). Non si tratta di una rinuncia alla lotta armata. È un calcolo strategico: entrare nel gioco politico e usarlo come moltiplicatore di potere.

La svolta parlamentare

Il contesto è quello del dopoguerra di Taif (1989). Il Libano è distrutto, la Siria controlla il Paese ed Hezbollah, reduce dagli scontri fratricidi con Amal, ha bisogno di legittimità interna per non restare isolato. Nasrallah guida personalmente il dibattito interno della Shura e diventa il volto della nuova formula: presenza nelle istituzioni, continuità della “Resistenza” e lealtà alla linea iraniana.

L’ascesa di Nasrallah e la partecipazione elettorale sono quindi due processi strettamente intrecciati. Il nuovo Segretario Generale non è soltanto il successore di Al-Musawi, ma il dirigente chiamato a trasformare Hezbollah da organizzazione militante in attore politico nazionale. Da quel momento, Nasrallah diventa il volto pubblico e politico del “Partito di Dio”.

Fin dal primo mandato, Nasrallah si impone come leader indispensabile. Sotto la sua guida, Hezbollah consolida progressivamente la propria posizione all’interno del sistema libanese. La sua centralità favorisce la rielezione nel 1995 per un secondo mandato e, successivamente, alla modifica dello statuto del partito per consentirgli ulteriori mandati nel 1998, nel 2001 e nel 2003, quando la sua carica è confermata a vita. La sua lealtà e i suoi successi rafforzano anche il rapporto con la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, senza il cui assenso una simile ridefinizione degli equilibri interni del partito difficilmente sarebbe stata possibile.

Alle elezioni del 1992, Hezbollah presenta liste autonome nel sud e nella Bekaa e stipula accordi elettorali con Amal nei distretti di Tiro, Nabatiyeh, Hasbaya, Marjayoun e Baalbek-Hermel, per non dividere il voto sciita. La pace con Amal era arrivata grazie agli accordi di Damasco del 1989 e del 1990, mediati da Siria e Iran dopo la “Guerra dei Fratelli”: Hezbollah accetta la supremazia di Amal nelle istituzioni, Amal accetta che Hezbollah mantenga la propria ala militare in funzione anti-israeliana.

Il risultato supera le aspettative. Il blocco “Fedeltà alla Resistenza” conquista 12 seggi su 128: otto direttamente riconducibili a Hezbollah e quattro assegnati a candidati alleati o inseriti in liste coordinate con Amal. Il tasso di partecipazione nazionale resta basso, intorno al 30-35% in molte aree, ma Hezbollah riesce a riempire il vuoto politico sciita con un’organizzazione capillare che nessun altro attore è in grado di eguagliare.

Sul numero di Al-’Ahd del luglio 1992, Nasrallah spiega che la partecipazione alle elezioni è uno strumento per difendere la “Resistenza”. Nel settembre dello stesso anno precisa con chiarezza la filosofia della svolta:

«La nostra partecipazione alle elezioni e il nostro ingresso nell'Assemblea Nazionale non cambiano il fatto che siamo un partito di resistenza. Anzi, ci impegneremo per trasformare tutto il Libano in un Paese di resistenza e lo Stato in uno Stato di resistenza.»

Il via libera

La riconciliazione con Amal non è solo un accordo di non aggressione: è il presupposto che permette a Hezbollah di entrare in politica senza perdere il controllo del fronte sud. Grazie alla mediazione della Siria di Hafez Al-Assad, il partito di Berri accetta di lasciare a Hezbollah il monopolio della “Resistenza” armata, mentre quest’ultimo riconosce ad Amal il ruolo dominante nelle istituzioni statali, nella gestione delle municipalità a maggioranza sciita e nella distribuzione dei posti di potere all’interno del sistema confessionale. Nella pratica, Amal mantiene il controllo sulle cariche istituzionali — Berri è ancora oggi Speaker del Parlamento dalla sua elezione nel 1992 —, mentre Hezbollah può concentrarsi sulla lotta armata senza dover gestire direttamente l’amministrazione quotidiana delle zone sciite.

Il sostegno di Damasco — che dopo Taif esercita un controllo de facto sul Libano — è decisivo. La Siria non si limita a mediare tra i due movimenti sciiti, ma costruisce un equilibrio. Il nuovo patto trasforma Hezbollah in una forza armata tollerata e protetta da Al-Assad lungo il confine meridionale contro Israele. Nasrallah accetta senza esitazioni il ruolo di “guardia di confine” assegnatagli dal regime ba’athista, perché è proprio quest’ultimo a fornire al “Partito di Dio” copertura politica, logistica e diplomatica. In altri termini, lo Stato e l’Esercito libanesi, assoggettati a Damasco, non agiscono contro Hezbollah, ora più che mai libero di agire contro l’“aggressore israeliano” senza timori di essere schiacciato dal fuoco delle Forze Armate ufficiali di Beirut. In cambio, il “Partito di Dio” garantisce che la sua attività armata non minacci direttamente gli interessi siriani in Libano e accetta che Damasco abbia l’ultima parola su questioni di politica estera e sicurezza nazionale.

Il cuore della svolta del 1992 è tutto qui. Hezbollah entra nello Stato senza consegnare le armi allo Stato. La riconciliazione con Amal evita una nuova guerra sciita interna. La copertura siriana impedisce che le istituzioni libanesi si muovano contro il movimento.

Soldati siriani e miliziani di Amal, Beirut ovest, 22 febbraio 1987 ©AFP

È un patto che dura fino al 2005: l’assassinio dell’ex-Premier Rafik Hariri — che si era dimesso solo l’anno prima in aperta rottura con l’ingerenza della Siria in Libano e, in particolare, con la decisione di Damasco di imporre una modifica alla Costituzione per estendere il mandato dell’allora Presidente Émile Lahoud — e la successiva “Rivoluzione dei Cedri” costringono, dopo 29 anni, la Siria a ritirare le proprie truppe dal Libano. L’enorme mobilitazione popolare, unita alla pressione internazionale e al quadro delineato dalla Risoluzione 1559 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite — approvata nel settembre del 2004 —, toglie alla Siria ba’athista ogni margine politico per mantenere il proprio dispositivo militare nel Paese.

Il disimpegno ordinato da Bashar Al-Assad — succeduto al padre nel 2000 — e la conseguente perdita del controllo diretto di Damasco sul Libano rendono il patto obsoleto. La Rivoluzione ha diviso il panorama politico libanese in due grandi blocchi che per oltre quindici anni hanno spaccato il Libano in una vera e propria “guerra fredda” interna, paralizzando spesso il Governo e le istituzioni. Da una parte l’Alleanza 8 marzo, che riunisce Hezbollah, Amal e, più tardi, il Movimento Patriottico Libero (cristiano), posizionandosi nell’orizzonte dell’“Asse della Resistenza” e mantenendo forti legami con Damasco e Teheran. Dall’altra la Coalizione 14 Marzo: nata a un mese esatto dall’assassinio di Hariri, durante la più grande manifestazione della “Rivoluzione dei Cedri” che esigeva l’immediato ritiro siriano. Movimento Futuro (sunnita), guidato da Sa’ad Hariri, Forze Libanesi (cristiane), Falangi Libanesi (cristiane) e Partito Socialista Progressista (druso) rivendicano la piena sovranità e l’indipendenza del Libano dalle ingerenze siriane e iraniane.

Con il 14 Marzo che chiede il suo disarmo e l’applicazione piena della Risoluzione 1559 — che chiedeva anche il disarmo di tutte le milizie armate —, Hezbollah deve ora navigare in un contesto più ostile. Amal, pur restando alleata, deve ricalibrare la propria posizione in un Libano non più presidiato militarmente dalla Siria. Nasrallah lo aveva ripetuto in più occasioni: la Siria era retrovia indispensabile, il partner che permetteva alla “Resistenza” di non essere schiacciata tra Israele e il sistema confessionale libanese.

Quest’alleanza tattica con Amal e la protezione siriana avevano quindi rappresentato il vero motore della svolta del 1992. Senza quella doppia garanzia, l’ingresso in politica sarebbe stato molto più rischioso. Con quella copertura, invece, Hezbollah riesce a trasformarsi in attore nazionale senza perdere la propria identità armata.

Il Consiglio Politico

Mentre i miliziani di Hezbollah continuano a combattere nella cosiddetta “zona di sicurezza” israeliana, Hassan Nasrallah, fresco di elezione a Segretario Generale, costruisce in parallelo una struttura meno visibile, ma decisiva: il Consiglio Politico (Majlis Al-Siyasi).

L’organismo prende forma nei primi anni del suo mandato, tra il 1992 e il 1995 — anno in cui viene ufficializzato —, come risposta organizzativa alla decisione della Shura di partecipare alle elezioni parlamentari. Nasce quindi in parallelo al Blocco “Fedeltà alla Resistenza”, il gruppo che ha appena debuttato nel Parlamento libanese ottenendo 12 seggi.

Il Blocco parlamentare è lo strumento attraverso il quale Hezbollah entra nelle istituzioni, influenza il processo legislativo, ottiene risorse per le proprie aree di influenza, consolida la propria legittimità nazionale e protegge la propria ala armata. È il volto pubblico della svolta del 1992. Il Consiglio Politico ne diventa, invece, il centro di coordinamento, il cervello.

Posto sotto l’autorità diretta della Shura, il Consiglio Politico viene affidato, nella sua fase iniziale, a Mohammad Ra’ad, uno dei più stretti collaboratori di Nasrallah e figura chiave della svolta istituzionale del movimento. Ra’ad rappresenta perfettamente il nuovo volto con il quale il “Partito di Dio” vuole presentarsi dopo il 1992: non più soltanto militante o religioso, ma quadro politico capace di muoversi dentro le istituzioni senza separare la dimensione parlamentare da quella della “Resistenza”.

Nato a Beirut nel 1955 da una famiglia originaria di Jbaa, nell’area di Iqlim Al-Tuffah, Ra’ad proviene da un percorso — insieme — intellettuale e militante. Prima di aderire a Hezbollah, lavora come insegnante, si laurea in filosofia presso l’Università Libanese e si avvicina all’attivismo sciita nel solco dell’Imam Musa Al-Sadr. Sarà poi tra i membri fondatori di Hezbollah. Svolge, dagli albori, anche un ruolo centrale nella costruzione dell’apparato comunicativo del partito: è il primo caporedattore di Al-’Ahd, incarico che mantiene per circa un decennio, e contribuisce alla fondazione dell’Unione Libanese degli Studenti Islamici, una delle strutture giovanili e ideologiche collegate all’ecosistema del “Partito di Dio”. La sua traiettoria lo colloca quindi al punto d’incontro tra formazione politica, propaganda, mobilitazione studentesca e lavoro istituzionale.

Alle elezioni del 1992 viene eletto in Parlamento in rappresentanza della regione di Nabatiyeh e diventa una delle presenze più stabili del movimento nell’Assemblea Nazionale. La sua continuità parlamentare è uno degli elementi che meglio descrivono la strategia di Hezbollah: costruire figure capaci di rappresentare il partito nello Stato. Ra’ad rimane infatti, per tutto il periodo successivo, il volto pubblico del Blocco “Fedeltà alla Resistenza”, di cui assumerà formalmente la presidenza nel 2000.

La sua concezione del rapporto tra politica e lotta armata emerge con chiarezza in una dichiarazione del 2001:

«Hezbollah è un partito di resistenza militare, ed è nostro compito combattere l'occupazione della nostra terra... Non c'è separazione tra politica e resistenza.»

La formula è essenziale perché restituisce il senso di quanto accade nel 1992: l’ingresso nelle istituzioni non produce una distinzione tra ala politica e ala militare, che rimangono inquadrate all’interno di un’unica strategia.

Mohammad Ra’ad all’interno del Palazzo Presidenziale di Ba’abda, 23 gennaio 2025 ©Mohamed Azakir/Reuters

Nel 2001, la guida del Consiglio Politico passa a Ibrahim Amin Al-Sayyid, anch’egli volto della prima generazione di Hezbollah. Al-Sayyid si forma tra Libano e Iran, frequentando anche i seminari religiosi di Qom. All’inizio degli anni ‘80 milita in Amal e ne rappresenta gli interessi in Iran, per poi rompere con il movimento di Berri criticandone pubblicamente la linea assunta rispetto alla Rivoluzione khomeinista durante una conferenza stampa a Teheran e annunciando la propria defezione.

Rientrato in Libano, Al-Sayyid si riconosce nella guida spirituale dell’Ayatollah Mohammad Hussein Fadlallah e partecipa alla formazione del nucleo originario di Hezbollah. È lui, in qualità di portavoce del movimento nascente, a proclamare, il 16 febbraio 1985, la “Lettera Aperta”. Al-Sayyid viene poi inviato nella Dahiyeh, dove supervisiona l’attività del giovane Nasrallah. Insieme a lui, agisce come canale di collegamento tra il “Partito di Dio” e l’Iran attraverso l’Ambasciata iraniana a Beirut. Il suo profilo combina quindi militanza religiosa, legame organico con Teheran, esperienza organizzativa e funzione ideologica.

La sua traiettoria interna riflette anche l’evoluzione del movimento dopo Taif. Inizialmente vicino alle posizioni più rigide che immaginavano la possibilità di costruire una Repubblica Islamica in Libano, Al-Sayyid si riallinea progressivamente alla linea più pragmatica incarnata da Nasrallah: sopravvivere dentro il nuovo equilibrio libanese, accettare la partecipazione politica e mantenere intatta la funzione armata contro Israele.

Nel 1992 entra in Parlamento come rappresentante della Bekaa all’interno del Blocco “Fedeltà alla Resistenza”. Dopo questa parentesi, assume un ruolo sempre più rilevante nella direzione politica del movimento, fino ad assumere la guida del suo Consiglio Politico nel 2001.

Accanto a Ra’ad e Al-Sayyid, una posizione di primo piano viene progressivamente assunta anche da Mahmoud Qamati, destinato a diventare una delle figure più riconoscibili del lavoro politico e diplomatico di Hezbollah, tanto da essere oggi spesso identificato come “Ministro degli Esteri” del movimento. Anch’egli tra i membri fondatori, Qamati diventa Vice Capo del Consiglio Politico e responsabile dei rapporti con i partiti libanesi. La sua funzione è particolarmente importante perché riguarda il terreno più delicato della strategia politica del “Partito di Dio”, ovvero la costruzione di canali di dialogo con attori esterni al perimetro sciita.

Qamati lavora infatti sulla dimensione delle alleanze trasversali, dei rapporti con le forze cristiane, dei contatti con gli altri partiti libanesi e della gestione delle frizioni interne al sistema confessionale. È il volto negoziale del Consiglio Politico, l’uomo incaricato di trasformare la presenza istituzionale di Hezbollah in relazioni stabili, compromessi tattici e intese utili a proteggere la posizione del movimento.

Attraverso le figure di Ra’ad, Al-Sayyid e Qamati, il Consiglio Politico diventa quindi il laboratorio della politicizzazione di Hezbollah: queste tre figure mostrano come Nasrallah è stato in grado di trasformare la partecipazione politica in un dispositivo permanente di protezione, espansione e legittimazione del “Partito di Dio”.

Attorno a queste tre figure, il Consiglio Politico si articola infatti progressivamente in una struttura più complessa, organizzata per dossier e aree di relazione, capace di seguire l’intero fronte politico del movimento: dal rapporto con i partiti libanesi all’interlocuzione con le forze cristiane, dai contatti con le organizzazioni palestinesi al monitoraggio dell’attività parlamentare, fino alla gestione delle relazioni con il Governo, dell’analisi dei media e degli equilibri confessionali. Il Consiglio Politico mantiene così aperti i canali con Amal, alleato indispensabile ma anche principale concorrente nello spazio sciita; costruisce rapporti con attori sunniti, drusi e cristiani; segue i legami con le sigle palestinesi attive nei campi profughi e con le formazioni inserite nell’asse regionale della “Resistenza”; monitora i dossier legislativi e anticipa le crisi che potrebbero trasformarsi in minacce per il partito.

In questo modo, il Consiglio diventa il livello intermedio tra la linea strategica definita dalla Shura e l’azione quotidiana dentro il sistema libanese. È una struttura politica, ma anche una rete di protezione che serve a evitare l’isolamento di Hezbollah e a impedire che la partecipazione istituzionale si trasformi in subordinazione allo Stato.

Hezbollah può ora sedersi in Parlamento, negoziare con gli altri partiti, partecipare alla distribuzione del potere e ottenere risorse per le proprie aree di influenza, continuando però a mantenere una catena decisionale autonoma e una struttura militare separata dallo Stato. La politica protegge la “Resistenza”, la legittima e le consente di sopravvivere dentro il sistema libanese.

Presenza quotidiana

La politicizzazione di Hezbollah non passa quindi soltanto dal Parlamento o dai vertici del Consiglio Politico. Per funzionare, deve radicarsi nei quartieri, nei villaggi, nelle municipalità, nei comitati locali, nelle reti sociali e nei rapporti quotidiani con le famiglie. La rappresentanza istituzionale avrebbe poco valore senza una base territoriale capace di trasformare il consenso in presenza organizzata.

Il “Partito di Dio” costruisce una macchina politica diversa da quella dei partiti tradizionali libanesi. Non si limita a presentare candidati o a negoziare liste elettorali. Lavora sul territorio tutto l’anno: segue le famiglie dei combattenti, interviene nei bisogni sociali, orienta le municipalità, mobilita associazioni, scuole, scout, comitati religiosi e reti assistenziali. Ogni struttura concorre a consolidare un rapporto diretto tra il movimento e la comunità sciita.

La forza di Hezbollah sta proprio in questa continuità. Il voto non è un momento isolato, ma l’esito di una relazione permanente. Dove altri partiti compaiono soprattutto durante la campagna elettorale, Hezbollah è già presente attraverso il welfare, la sicurezza, l’educazione, la memoria dei caduti e la promessa di protezione contro Israele. La politica istituzionale diventa così la superficie visibile di un radicamento molto più profondo. Nel sud del Libano, nella Bekaa e nella Dahiyeh, questa presenza assume progressivamente — e definitivamente — la forma di un’amministrazione parallela.

In questo modello, il deputato non è soltanto un rappresentante eletto. È il terminale istituzionale di una rete più ampia. Porta in Parlamento le priorità del movimento, difende la legittimità della “Resistenza”, intercetta risorse pubbliche, protegge le aree di influenza e contribuisce a normalizzare la presenza di Hezbollah dentro lo Stato. La funzione parlamentare e politica diventa una delle molte articolazioni del potere del “Partito di Dio”, non la sua fonte principale.

Nasrallah comprende rapidamente che la sopravvivenza dell’ala armata dipende anche dalla capacità di costruire consenso civile. La “Resistenza” non può apparire come un corpo separato dalla società sciita, ma come la sua espressione naturale. Per questo la politica, il welfare e la mobilitazione religiosa vengono progressivamente integrati in un unico sistema. Il combattente, il deputato, l’assistente sociale, l’insegnante, il religioso e il funzionario locale appartengono a piani diversi dello stesso progetto. Il movimento diventa partito senza cessare di essere milizia, entra nello Stato senza dissolversi nello Stato, partecipa alle istituzioni senza consegnare loro il monopolio della forza.

La vittoria del 2000

Tra la metà degli anni ‘90 e il ritiro israeliano del 2000, questa architettura mostra la sua efficacia. Hezbollah non sospende la lotta armata per entrare in politica, né riduce la propria presenza istituzionale per continuare a combattere. Fa entrambe le cose. Mentre i deputati del Blocco “Fedeltà alla Resistenza” siedono nel Parlamento di Beirut e difendono la legittimità della “Resistenza”, i reparti militari del movimento continuano a colpire le postazioni delle Forze di Difesa israeliane (IDF) e l’Esercito del Sud Libano (SLA) nella “zona di sicurezza”.

La presenza parlamentare diventa così una seconda linea di difesa dell’ala armata. Ogni seggio conquistato, ogni accordo elettorale, ogni intesa tattica con Amal e ogni canale aperto con altri attori del sistema contribuisce a legittimare, per il “Partito di Dio”, il mantenimento delle proprie armi. Tra il 1996 e il 2000, è Nasrallah a tenere insieme questi due piani. Da un lato, rafforza il Blocco parlamentare, consolida l’alleanza con Amal e amplia progressivamente i canali politici del movimento. Dall’altro, aumenta la pressione militare nel sud contro la presenza israeliana, trasformando il fronte meridionale nel principale spazio di legittimazione della propria identità armata.

Quando il 24 maggio 2000 Israele annuncia il ritiro unilaterale dal Libano meridionale, ponendo fine a ventidue anni di presenza militare diretta nel sud del Paese e a quindici anni di controllo della “zona di sicurezza”, per Hezbollah è una consacrazione. Il movimento può presentare il ritiro israeliano come l’esito della pressione militare della “Resistenza”. Nasrallah trasforma immediatamente quella vittoria in capitale politico e rivendica, davanti alla società libanese e al mondo arabo, la validità della propria formula.

Lo aveva già detto nei discorsi pubblici tenuti in Rawdat Al-Shahidain — il grande cimitero memoriale di Hezbollah nella Dahiyeh — e nel vicino Stadio Camille Chamoun, oltre che nelle lunghe interviste rilasciate ad Al-’Ahd. Lo ripete alla presenza di migliaia di persone dal pulpito allestito nello stadio municipale di Bint Jbeil — a 5 chilometri dal confine israeliano — il 26 maggio 2000:

«Abbiamo ottenuto una vittoria politica e militare. Questa è la vittoria del Libano; questa Resistenza è stata una forza per la nazione, e tale rimarrà.»

Folla radunata presso lo stadio municipale di Bint Jbeil il 26 maggio 2000 ©Khamenei.ir

Dallo stesso palco, Nasrallah avverte:

«Le nostre amate Fattorie di Shebaa sono ancora occupate. [...] Consiglio a (Ehud) Barak — allora Primo Ministro israeliano — e al suo governo di lasciare le Fattorie di Shebaa e risolvere questo problema. I giorni dimostreranno che non ha altra scelta. A noi non interessano le risoluzioni internazionali; ci interessa solo che i prigionieri torneranno e che il resto del territorio sarà liberato.»

Nonostante le Nazioni Unite certifichino che Israele ha rispettato la Risoluzione 425/1978 — che chiedeva a Tel Aviv il ritiro immediato di tutte le sue truppe dispiegate nel Libano meridionale nell’ambito dell“Operazione Litani” e il ripristino della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Paese —, Hezbollah ribatte che il ritiro non è completo perché le Fattorie di Shebaa sono ancora occupate.

Un piccolo territorio montuoso, appena 25 chilometri quadrati situati all’estremità sud-orientale del Libano, al triplice confine con la Siria e le Alture del Golan — occupate da Israele dal 1967 — diventa la nuova ragione per non disarmare.

I deputati del Blocco “Fedeltà alla Resistenza” continuano a difendere la necessità di mantenere l’ala armata. La politica trasforma la Risoluzione 425 in un argomento permanente. La “Resistenza” è necessaria per proteggere il Libano da una minaccia ritena continua. Ancora, politica e “Resistenza” non sono alternative, ma due dimensioni dello stesso progetto.

Il 2005 e la pressione sul disarmo

Per alcuni anni, la formula regge. Hezbollah continua a muoversi dentro le istituzioni senza consegnarsi allo Stato, mentre l’ala militare rimane fuori dal monopolio statale della forza. La copertura siriana, l’intesa con Amal, il radicamento sociale, il Consiglio Politico e il prestigio acquisito con il ritiro israeliano tengono insieme i diversi piani del progetto di Nasrallah. Nel 2005, però, questo equilibrio viene stravolto. L’assassinio di Rafik Hariri e il successivo ritiro siriano dal Libano privano Hezbollah della profondità strategica che, dal 1992, aveva reso sostenibile la sua doppia natura: partito dentro lo Stato e forza armata autonoma. Per la prima volta, l’intero dispositivo costruito dal Segretario Generale è sotto pressione.

Il 14 febbraio 2005, una potente esplosione scuote la Corniche di Beirut. Hariri, ex Premier e simbolo del campo anti-siriano, rimane ucciso insieme ad altre 21 persone. L’onda d’urto è immediata: il ritiro delle truppe del regime ba’athista e la nascita dell’Alleanza 14 Marzo trasformano il disarmo di Hezbollah e la piena applicazione della Risoluzione 1559 in uno dei dossier centrali della nuova fase politica libanese.